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NATALE IN IRAQ

24/12/2010 - L'ombra di Al Qaeda sulle celebrazioni
Natale da bersagli
per i cristiani dell'Iraq
Annullata la messa di mezzanotte, niente luminarie, chiese blindate.
Messaggi di solidarietà dall'Italia per una comunità che sta scomparendo nel caos e nel terrore
 
Niente decorazioni, niente alberi di Natale, niente messa di mezzanotte, cancellata la prevista “visita” di Babbo Natale a Baghdad. Sarà una notte di Natale da clandestini nel Paese dove il cristianesimo è arrivato con l’apostolo Tommaso e la fede conserva la varietà di riti del mondo antico: assiro nestoriano, siro-cattolico e siro-ortodosso. In Iraq tutte le cerimonie ufficiali e le celebrazioni sono state cancellate - per la prima volta dopo la pausa forzata della guerra nel 2003 - di fronte alle nuove minacce di Al Qaeda contro la piccola e sempre meno numerosa comunità cristiana.
Quelli che i terroristi definiscono “bersagli legittimi” sono ormai 400-600 mila contro il milione e 400 mila anteguerra secondo il Dipartimento di Stato americano. L’invito al massacro natalizio è solo l’ultima goccia di un crescendo di attacchi, assassini e sparizioni, 65 attentati contro i luoghi di culto dal 2004 al 2009, un fine anno da incubo: il 15 dicembre a Mosul una ragazza è stata rapita da un gruppo di uomini armati che hanno fatto irruzione a casa sua, il 31 ottobre nell’assalto alla cattedrale siro-cattolica di Nostra Signora della Salvezza a Baghdad erano stati uccisi una cinquantina di fedeli alla messa della domenica. Un assedio che ha reso le chiese irachene superstiti simili a fortezze circondate da muri e difese da telecamere, filo spinato e guardie armate. ”Non troviamo nei nostri cuori neanche la più piccola gioia per celebrare. La situazione dei cristiani è tremenda”, commenta l’arcivescovo caldeo Louis Sako di Kirkuk, destinatario di una lettera di minacce firmata dal «Ministero della guerra dello Stato islamico dell'Iraq», esprimendo un sentimento ormai diffuso tra i fedeli: chi resta non lo fa per scelta, ma perché non ha modo di emigrare. Anche i cristiani di Bassora, nel Sud, hanno scelto di non celebrare una festa che sembra aver perso ogni fascino. “E’ il nostro modo di protestare, ma abbiamo anche paura”, dichiara sul sito al-Sumaria il presidente della commissione per le minoranze religiose, Saad Petrus. Alla protezione invocata pochi giorni fa dagli esponenti della comunità irachena e sollecitata anche da Amnesty International il governo ha risposto promettendo “un dispiegamento di forze di polizia senza precedenti”. Ma nessuno si fida. Malcolm Smart, direttore del Programma Medio Oriente e Nord Africa di Amnesty International, denuncia uno stillicidio che logora i nervi: le famiglie cristiane sono bersaglio di lancio di razzi sulle loro abitazioni ma anche di minacce via mail o vergate a vernice sui muri del quartiere, i sequestri sono all’ordine del giorno, il 90 per cento degli studenti cristiani ha smesso di andare all'università e molti cristiani non osano uscire di casa nemmeno per recarsi al lavoro. L’unica zona relativamente sicura, dove infatti i cristiani si stanno concentrando, è il Kurdistan iracheno: 1.100 famiglie vi si sono rifugiate solo dopo l’attentato di fine ottobre, ma questo rischia di creare un’emergenza umanitaria.
A Natale, durante la celebrazione della messa, rigorosamente diurna e blindata, verrano letti nelle chiese della capitale e del Paese i messaggi di pace e solidarietà raccolti in Italia dall’ong “Un ponte per” tra parrocchie, associazioni e religiosi. La speranza, in realtà sempre più esile, è che “il nuovo Iraq torni a essere quel mosaico di culture e religioni che lo ha reso nel passato un modello di pace e convivenza tra popoli”.
 

http://www.lastampa.it/_web/CMSTP/tmplrubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=90&ID_articolo=500&ID_sezione=163&sezione=

 

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BAGHDAD Il Natale del parto

di Alessandra Stoppa
20/12/2010 - Non stanno preparandosi alle feste. Non sanno cosa sarà di loro domani. «Ma la nascità di Gesù non è un momento, è quello che ci fa vivere». Intervista a padre Mukhles, parroco nella chiesa della Domenica di Sangue
Padre Mukhles Quriaqos (il primo, da sinistra).
Padre Mukhles Quriaqos (il primo, da sinistra).

È il parroco della chiesa di Nostra Signora del Perpetuo Soccorso. Quella dell’attentato del 31 ottobre. La domenica che ha segnato per sempre la vita dei cristiani di Baghdad. Padre Mukhles Quriaqos, sacerdote da quattro anni, non sa dire che cosa sarà il domani. Né per sé, né per la sua gente. Questo per loro è «il Natale del parto», dove la nascita è mischiata alla morte. «Ma quando il dolore si mescola alla gioia crea una speranza».

Come stanno vivendo i suoi fedeli?
Ci chiedono cose materiali, per affrontare la vita, ma noi non possiamo rispondere a questo, possiamo solo dare la fede. I fedeli hanno bisogno di stabilità, sicurezza e pace, ma noi sacerdoti siamo i primi a vivere in modo non stabile.

Come vi state preparando al Natale?
Il Natale dopo il massacro ha un altro gusto. Ma la comunità non lo sta "preparando": il Natale non è solo un momento, è quello per cui possiamo vivere. Per queste festività non ci sono tanti segni, simboli, come di solito prima, e proprio per il fatto che la nostra chiesa è ferita non lo festeggiamo come le altre volte, perché la comunità non vive la pace. Però può vivere il Natale, che è il fondamento delle feste: il Natale "si fa" nella fede, è un fondamento di fede. Di certo possiamo esprimere la nostra fede in modo più visibile, ma è difficilissimo farlo attualmente.

Che cosa significa per voi «vivere la fede»?
Il cristianesimo in Iraq ha delle radici forti, è una presenza dal primo secolo dopo Cristo. Ora, dopo quello che è successo, la fede è messa alla prova, ma così si chiariscono tante cose: se siamo veri cristiani - cristiani di fede - o cristiani solo di una religiosità esteriore. Il cristiano di fede è quello che sfida tutto con la sua fede, è proprio quello che cerca di costruire la sua famiglia dal di dentro, e non solo di cercare di uscire. Ed oggi la nostra identità come cristiani cade nella paura per tutto quello che viviamo: sia per gli attacchi alle chiese, che per l’azione degli uffici governativi che si dimostrano contro i cristiani. Ai miei fratelli accade di non poter lavorare, e nelle scuole i loro figli si sentono dire: «Siete miscredenti e impuri». Poi le prediche dei capi religiosi musulmani, ogni venerdì, riempiono la testa dei loro credenti di odio contro l’Occidente e contro i cristiani.

Come affrontate tutto questo?
Le condizioni dell’Iraq sono condizioni molto difficili. Il cristianesimo qui non ha vissuto il riposo, è stato sempre perseguitato, sia dall’interno che da fuori, perciò il nostro servizio è per Cristo: oggi togliamo il male con la nostra presenza e perseveranza e non sappiamo del domani, forse saremo uccisi. Ma per i cristiani, il sangue di Cristo salva gli uomini, anche attraverso il sangue dei nostri fratelli martiri, e crediamo che salverà tanti altri e forse salverà anche l’Iraq. Il sacrificio di Cristo è sacrificio vivo.

Ma che cosa vuol dire per voi vivere questo sacrificio?
Oggi il sacrificio non ha bisogno solo di parole, ma di vita da dare. Se abbiamo collegato il dolore con la croce, allora il dolore non rimane dolore, ma avrà un altro significato e la croce è per la Resurrezione. Ed oggi il nostro dolore è collegato al dolore di Gesù: oggi noi sentiamo sangue e dolore perché Gesù sale più di una volta sulla croce della chiesa in Iraq, allora noi superiamo il dolore affinché possiamo continuare quello che ha voluto Gesù Cristo e così il sangue non sia per la morte, ma per la vita. Oggi il nostro sangue è molto prezioso, ma non è più prezioso del sangue di Gesù che è stato versato per noi, perciò il nostro sangue lo diamo non per il male ma per il bene, con il nostro sangue coltiviamo il bene.

Qual è la vostra speranza?
La promessa di Cristo è che non ci lascerà mai, in ogni momento, e oggi sentiamo che non Dio ci ha lasciati, ma che noi lo abbiamo lasciato: per questo il nostro dolore è tanto, e chiediamo che ci tenga sotto la Sua cura. Infine, spero una cosa, che tutti quelli che leggeranno questa intervista, oltre a pregare, possano fare anche altro per salvare i cristiani dell’Iraq. Ogni giorno i nostri giovani soffrono e i nostri bambini e le donne vivono una grande paura, perciò oggi abbiamo bisogno di un forte aiuto da parte di tutti per passare alla riva della pace: abbiamo bisogno di uno sguardo serio verso la nostra comunità cristiana in Iraq, ma anche un sguardo vero e concreto verso il Cristianesimo nel mondo intero.

 
 
 

 

 

Pubblicato il 25/12/2010 alle 12.57 nella rubrica Diario.

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