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cinema
7 giugno 2010
Che successo avrebbe avuto Agorà senza la (finta) censura vaticana?
Pochi contenuti e troppa ideologia

Che successo avrebbe avuto Agorà senza la (finta) censura vaticana?

 
2 Maggio 2010

È arrivato sugli schermi italiani il film che il Vaticano non voleva far vedere. Piergiorgio Odifreddi e Margherita Hack, firmatari di un manifesto di protesta, hanno potuto tirare un sospiro di sollievo. Finalmente hanno  potuto assistere alla proiezione pubblica di Agorà dello spagnolo Alejandro Amenábar. In cosa il Vaticano si sia opposto a questa pellicola già uscita in mezzo mondo, senza suscitare grandi entusiasmi, non ci è dato di sapere. Anzi, non c’è traccia di benché minime proteste, opposizioni, dichiarazioni, perplessità, commenti ufficiali di sponda vaticana. Eppure se non si trova traccia, qualcosa c’è sicuramente stato. Che morale trarne? Una doppia morale: in primo luogo Agorà è dichiaratamente un film anticattolico; in secondo luogo gli autori, produttori e distributori del film, avendo tra le mani un prodotto fiacco, ha fatto davvero comodo invocare il fumo del rogo Vaticano, guadagnando preziosa pubblicità gratuita.

Agorà è una specie di Codice da Vinci con pretese di film intellettualmente impegnato. Uno sbaglio già in partenza, poiché i film o si fanno per il consumo popolare, o si fanno con delle serie pretese artistiche. Poi, ovviamente, ci sono eccezioni in ogni senso. Ma le eccezioni sono poche, e comunque Agorà non fa parte di questa categoria. Troppo sofisticato, lento, complesso, astruso per soddisfare i gusti di massa; troppo semplice, scontato, ovvio per soddisfare palati più sofisticati. Grazie alla teoria della  “censura vaticana” (ripetiamolo: una pura invenzione), il film ha retto bene la prima settimana di programmazione (terzo nella classifica) e almeno nelle grandi città sta reggendo bene anche nella seconda.

Ma, per capirci qualcosa in più, veniamo alla storia narrata in Agorà. Diciamolo subito, a scanso di equivoci: al film si possono muovere numerosi errori storici. Di ciò ne è convinto anche Umberto Eco, che sull’ultimo numero dell’Espresso ricorda la presenza nel film di «alcuni vistosi anacronismi». Non è sul piano storico, però, che si deve analizzare Agorà. Un film di finzione non può essere interpretato come un saggio. È appunto un’opera di finzione, e ad essa va consentita la più ampia libertà. Ma di cosa parla il film di  Alejandro Amenábar? Narra della vita intensa e sfortunata dell’astronoma, matematica e filosofa Ipazia, vissuta a cavallo tra la seconda metà dal IV secolo e la prima del V secolo D.C., entrata in conflitto per le sue idee con la comunità cristiana di Alessandria d’Egitto.

Naturalmente Ipazia è una libera pensatrice, animatrice bonaria e illuminata di un circolo multiculturale, una specie di Galileo in gonnella, o un precursore femminile dell’illuminismo (Voltaire non per caso la celebrò quale vittima innocente del libero pensiero). Gli oppositori cristiani di Ipazia (i parabalani: bruttissimo nome, richiama i talebani) sono una setta rozza, intollerante, sanguinaria e persino incendiaria, poiché appiccano il fuoco alla meravigliosa biblioteca di Alessandria (storicamente non è vero, ma è un dettaglio). A guidarli c’è il vescovo Cirillo di Alessandria. I libri, e chi li scrive, portano in sé qualcosa di pericoloso: meglio erigere pire, e accendere il fuoco sacro e distruttore  della purificazione. E se c’è bisogno, come nel caso di Ipazia, bisogna risalire agli stessi autori. Negli anni vissuti con intensità intellettuale e coraggio da Ipazia, il cristianesimo è divenuto la religione dominante, non più osteggiata ma protetta dal potere. Quindi i perseguitati di ieri (i cristiani), si sono trasformati nei persecutori di oggi, impegnati nella lotta senza quartiere, senza scrupoli e pietà, contro gli ultimi testimoni miti, inoffensivi, colti e tolleranti dell’antica religione pagana. Ovviamente nel passaggio epocale il cristianesimo si macchiò di alcune scelleratezze. Ipazia nel film pronuncia la frase: «il vostro Dio non ha dimostrato di essere più giusto o più dignitoso dei suoi predecessori, e per questa ragione credo solo nella filosofia».

Il libero pensiero, l’autonomia umana, lo spirito di dialogo: Ipazia è la perfetta incarnazione di una pensatrice (o intellettuale) postmoderna, in lotta con i dogmatismi della fede religiosa (cristiana). Le Sacre Scritture, se interpretate alla lettera, come accade in Agorà, sono un’arma formidabile per colpire al cuore gli avversari. Se poi serve una prova definitiva sul reale intendimento del film, una didascalia appare subito dopo la morte violenta di Ipazia, a ricordare che il vescovo Cirillo è stato elevato ai più alti onori da parte della Chiesa.

Siamo al solito cliché della Chiesa come luogo di potere occulto, animato da insane passioni e intento a perseguitare con tutte le armi possibili ogni forma di deviazione dall’ortodossia. Agorà si accoda al recente filone del film europeo anti-cattolico, come Lourdes dall’austriaca Jessica Hausner (2009), La mala educación (2004) dello spagnolo Pedro Almodóvar, “Amen” (2002) del greco Costa-Gavras, Magdalene (2002) dello scozzese Peter Mullan, solo per rimanere ai titoli più famosi e dibattuti. Amenabár aveva in mente un progetto (sulla carta) molto ingegnoso. Spostare lontano la storia nel tempo: Ipazia vive nella città di Alessandria, simbolo di tolleranza. Ma nel simbolo della tolleranza, si combatte una guerra spietata. L’eroina intreccia nella sua sfortunata avventura filosofia, religione, politica e amore. Insomma c’è tutto (sulla carta). Poi però il film deve animare la storia. E il regista spagnolo la infiacchisce, intorpidisce, rendendola non digeribile. Funzionando non molto la rappresentazione, allora la carta della polemica resta l’ultimo grimaldello possibile.

Il cristianesimo da sempre ha avuto intenti persecutori. La storia di Ipazia lo dimostra. Colpendo lei e il suo pensiero si colpisce direttamente al cuore quanto ancora resta in vita del paganesimo ellenico. Quindi meglio il politeismo del monoteismo, il multiculturalismo dell’identità cristiana, l’ellenismo e il paganesimo del cristianesimo. Ecco allora il film parlare il linguaggio odierno, volgere la metafora del passato in contestazione contemporanea. Ma le metafore, gli assunti, le polemiche, le invettive, quando si incarnano nella celluloide, hanno pur sempre bisogno di corpi, sostanza, credibilità. Tutto ciò manca ad Agorà. Ritorniamo al punto di partenza. Con l’aiuto della “censura vaticana”, pur se non c’è mai stata, qualche biglietto in più si vende. Così è andata.  

 

 

      http://www.loccidentale.it/articolo/agor%C3%A0,+un+film+anticattolico+che+fa+successo+solo+per+una+presunta+%22censura+vaticana%22.0090271


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cinema
7 giugno 2010
Ipazia di Alessandria: verità e menzogne.
Ipazia di Alessandria: verità e menzogne. PDF Stampa E-mail
Scritto da Luis   
mercoledì 14 aprile 2010
Secondo quanto riporta il magazine cinematografico “L’Eco del Cinema” la Mikado Film ha acquistato i diritti per la distribuzione in Italia, prevista per fine aprile, del film “Agorà”, la pellicola diretta dal regista cileno premio Oscar Alejandro Amenabar incentrata sulla vita di Ipazia la filosofa neoplatonica barbaramente uccisa da monaci cristiani nel V secolo.

Il popolo laicista anticattolico esulta: finalmente tutti conosceranno fino a che punto si è spinto l’oscurantismo della Chiesa cristiana contro la scienza e la ragione.
 

 


Già a partire dal Rinascimento Ipazia fu considerata dagli avversari della Chiesa cristiana una vera e propria martire laica del pensiero scientifico. Perfino il famoso storico britannico, vissuto del Settecento, Edward Gibbon, considerò la sua morte una “macchia indelebile” (in “Declino e caduta dell’impero romano”). Ipazia fu celebrata in ogni modo attraverso romanzi, poesie, opere teatrali, quadri, quindi questo ultimo film spagnolo non è altro che l’ennesimo atto di accusa contro la Chiesa cristiana, contro i suoi santi e la sua storia. 


Ciò che colpisce di questa polemica, che fa della morte di Ipazia il suo simbolo principale, è l’attacco all’essenza stessa della religione cristiana. Secondo la visione laicista la Chiesa non sarebbe affatto un’istituzione basata sulla legge d’amore di Cristo riportata dai vangeli, ma una vera e propria organizzazione criminale che spazzò via con violenza e sopraffazione il pacifico e benefico paganesimo. La cruenta vicenda di Ipazia, quindi, non sarebbe altro che la conferma storica di tale barbarie, infatti, secondo tutte queste pseudostoriche rievocazioni, fu Cirillo, il vescovo di Alessandria in persona, il rappresentante più autorevole della Chiesa cattolica in Egitto, ad essere stato il mandante dell’omicidio e non l’azione autonoma di un gruppo di monaci fanatici. Il fatto, poi, che Cirillo sia addirittura celebrato come santo e dottore dalle Chiese Cattolica, Copta ed Ortodossa non farebbe altro che confermare l’intento “strutturale” dei cristiani di annientare con ogni mezzo qualsiasi ostacolo.  
 
 

E’ facile pensare che, in un periodo di forte vento anticlericale come quello che circola oggi in Italia, una tale presentazione dei fatti non incontri alcuna obiezione nella maggior parte dell’opinione pubblica, ma fortunatamente la storia, quella vera, si basa sui documenti e su analisi che non possono avere a che fare con gli interessi di parte. Ciò che mi ripropongo di fare è proprio una analisi storica scevra da condizionamenti per capire se davvero la cristianità nell’Egitto del IV e V secolo fosse proprio organicamente una lucida e spietata organizzazione criminale così come lascia intendere ogni rappresentazione della vicenda di Ipazia. 

Le sole fonti dirette a noi pervenuteci circa tale vicenda sono tre: la testimonianza di Socrate Scolastico e gli scritti di Damascio e di Giovanni di Nikiu.  

Dalla “Vita di Ipazia” in “Historia Ecclesiastica” di Socrate Scolastico leggiamo: “Fu vittima della gelosia politica che a quel tempo prevaleva. Ipazia aveva avuto frequenti incontri con Oreste. Questo fatto fu interpretato calunniosamente dal popolino cristiano che pensò fosse lei ad impedire ad Oreste di riconciliarsi con il vescovo. Alcuni di loro, perciò, spinti da uno zelo fiero e bigotto, sotto la guida di un lettore chiamato Pietro, le tesero un'imboscata mentre ritornava a casa. La trassero fuori dalla sua carrozza e la portarono nella chiesa chiamata Caesareum, dove la spogliarono completamente e poi l'assassinarono con delle tegole. Dopo avere fatto il suo corpo a pezzi, portarono i lembi strappati in un luogo chiamato Cinaron, e là li bruciarono.Questo affare non portò il minimo obbrobrio a Cirillo, e neanche alla chiesa di Alessandria. E certamente nulla può essere più lontano dallo spirito del cristianesimo che permettere massacri, violenze, ed azioni di quel genere”. 

Dalla “Vita di Isidoro” di Damascio leggiamo: “Così accadde che un giorno Cirillo, vescovo della setta di opposizione [il cristianesimo], passò presso la casa di Ipazia, e vide una grande folla di persone e di cavalli di fronte alla sua porta. Alcuni stavano arrivando, alcuni partendo, ed altri sostavano. Quando lui chiese perché c'era là una tale folla ed il motivo di tutto il clamore, gli fu detto dai seguaci della donna che era la casa di Ipazia il filosofo e che lei stava per salutarli. Quando Cirillo seppe questo fu così colpito dalla invidia che cominciò immediatamente a progettare il suo assassinio e la forma più atroce di assassinio che potesse immaginare”. 

Ed, infine, dalla “Cronaca” di Giovanni di Nikiu apprendiamo che: Poi una moltitudine di credenti in Dio si radunò sotto la guida di Pietro il magistrato, un credente in Gesù Cristo perfetto sotto tutti gli aspetti, e si misero alla ricerca della donna pagana [Ipazia] che aveva ingannato le persone della città ed il prefetto con i suoi incantesimi.

Da un’analisi obiettiva di tali fonti è subito chiaro che l'unico a insinuare che Cirillo sia stato il mandante dell'omicidio è Damascio. Ma questo scrittore, che fu pagano e visse tra il 480 ed il 550 ca., non può essere una fonte attendibile in quanto è molto lontana dai fatti narrati (la morte di Ipazia risale al 415) e si esprime in un’ottica fortemente anticristiana. Diversamente Socrate Scolastico fu un contemporaneo di Ipazia (380-450 ca.), quindi ebbe tutta la possibilità di attingere a fonti precise e dettagliate. Questo storico afferma che Ipazia “Fu vittima della gelosia politica che a quel tempo prevaleva. Ipazia aveva avuto frequenti incontri con Oreste. Questo fatto fu interpretato calunniosamente dal popolino cristiano che pensò fosse lei ad impedire ad Oreste di riconciliarsi con il vescovo (cioè Cirillo, ndr)”. Oreste era il prefetto della città e rappresentava il dispotico potere di Costantinopoli mal visto dagli Alessandrini. Socrate Scolastico era un Costantinopolitano, quindi sostenitore di Oreste ed acerrimo nemico dell’alessandrino Cirillo, avrebbe avuto tutta la convenienza ad incolparlo per screditarlo, ma invece non lo fece.
Giovanni di Nikiu, invece, è di alcuni secoli dopo.

In sostanza sia Socrate Scolastico che Giovanni di Nikiu affermano che la decisione di uccidere Ipazia è stata un'idea del popolo, probabilmente di Pietro lettore, che andò ad uccidere quella donna. Addirittura Socrate Scolastico dice che fu una decisione presa dal “popolino” e che l'episodio  è lontanissimo dallo spirito cristiano: “E certamente nulla può essere più lontano dallo spirito del cristianesimo che permettere massacri, violenze, ed azioni di quel genere” e che "non portò il minimo obbrobrio a Cirillo, e neanche alla chiesa di Alessandria”. Si comprende bene che Cirillo non è considerato da Socrate il mandante dell’omicidio.
Giovanni di Nikiu poi dice ancora che il popolo accorse ad osannare Cirillo: "e lo chiamarono 'il nuovo Teofilo' perché aveva distrutto gli ultimi resti dell'idolatria nella città", ma ciò riafferma semplicemente l'eccessiva euforia di alcuni credenti decisamente fondamentalisti e non dimostra affatto che Cirillo fosse implicato nel fattaccio. 

Resta da chiedersi, comunque, come sia stato possibile che dei cristiani abbiano potuto compiere un atto tanto efferato. Come al solito per capire bene la storia ed interpretare il più correttamente possibile fatti accaduti in un passato così lontano occorre contestualizzare  conoscendo il clima politico, sociale e religioso di Alessandria tra la fine del IV secolo e l’inizio del V secolo. 

Attorno all’ultimo decennio del IV secolo a Roma ed in tutta la parte occidentale dell’Impero il paganesimo tornò a rifiorire, ripresero i culti pagani, i riti e le cerimonie, i templi furono riaperti. Tutto ciò fu dovuto al colpo di stato operato dal generale barbaro pagano Arbogaste che nel 391 eliminò l’imperatore d’Occidente Valentiniano II, cognato di Teodosio, l’imperatore regnante. Questi reagì immediatamente ed il conflitto di legittimità che ne derivò acquisì subito i caratteri di un duello mortale tra paganesimo e cristianesimo.I cristiani vissero nuovamente l’incubo di tornare al rango di “religio illicita” e di rischiare nuove persecuzioni. Non dobbiamo dimenticare che era ancora vivo il ricordo delle incredibili violenze ed efferatezze della sistematica persecuzione di Diocleziano, terminata solo nel 311, che fu particolarmente dura e spietata proprio in Egitto per mano del “cesare” Galerio. Solo la vittoria di Teodosio contro Arbogaste al fiume Frigido, del 394, scongiurò il ritorno al paganesimo, ma la contrapposizione tra cristiani e pagani durò ancora per molto tempo. In Egitto era ancora presente la vecchia cultura pagana, molti letterati, famiglie di notabili ed anche piccole città resteranno fedeli al paganesimo. E’ in questo quadro estremamente convulso e ricco di tensioni che dobbiamo inquadrare la vicenda dell’omicidio di Ipazia. 
Sempre dal resoconto di Socrate Scolastico sappiamo che ad Alessandria si viveva un clima di estrema tensione con uccisioni e violenze di ogni tipo. Oltre alle violenze tra pagani e cristiani, nel 414 avvenne anche un massacro di cristiani ad opera di ebrei, al quale il vescovo Cirillo reagì cacciando gli ebrei da Alessandria e trasformando in chiese le sinagoghe (Socrate S., H.E.VII, 13).In un ambiente simile è logico che possano formarsi delle frange estremiste ed ad uccidere Ipazia furono proprio dei cristiani fanatici detti “parabolani”, che avevano mutuato il nome dai gladiatori che affrontavano i leoni e disprezzavano la vita. Erano dei gruppi fuori da ogni controllo, non riconosciuti dalla Chiesa, che riproponevano le stesse azioni dei Circoncellioni, fanatici legati all’eresia donatista del 340. A loro si erano aggiunti anche dei monaci fuori controllo. Il motivo scatenante fu l’odio di questi contro Oreste, sospettato di paganesimo e rappresentante del potere Costantinopolitano, che proteggeva Ipazia.

La Chiesa cristiana ed i cristiani non odiavano affatto Ipazia e non erano per niente contrariati dalla sua scienza. La filosofa è stata lodata dallo storico cristiano Socrate Scolastico, ed era stimatissima da Sinesio di Cirene, poi divenuto vescovo di Tolemaide. Quest'ultimo le scriveva: "Tu, madre, sorella e maestra, mia benefattrice in tutto e per tutto, essere e nome quant'altri mai onorato" (Epistolario, 16) e la chiamava "la donna che a buon diritto presiede ai misteri della filosofia" (Ep. 137). 

L’orribile morte della povera Ipazia può solo dimostrare come una fede fanatica arrivi a negare se stessa, stravolgendo i suoi simboli più profondi (Socrate scolastico ci parla, infatti, proprio di un omicidio perpetrato in una Chiesa durante la Quaresima). Ciò che non può essere assolutamente accettato è la miserabile operazione di strumentalizzazione operata dalla propaganda laicista che si fa beffe della verità storica. Viene brandito un simbolo che non ha niente di laico (Ipazia era pagana) e che non dimostra assolutamente che la Chiesa cristiana abbia avuto un’anima  fondamentalista. Le prime critiche a questa violenza ci pervengono proprio dal mondo cristiano, che si è dissociato subito dal gesto. Il tentativo di “cancellarla col fuoco” non è riuscito proprio per le testimonianze scritte, che sono appunto di parte cristiana come di parte pagana.
 

Il carattere della propaganda laicista è sempre lo stesso: far presa sulla gente comune propinando le solite sciocchezze antistoriche. Specie se, con libracci e filmetti, si riesce a fare dei soldini. 
___________________________________________________________________________
Fonti e Bibliografia:
Socrate Scolastico, “Historia Ecclesiastica”.
Giovanni di Nikiu, “Cronaca”.
Damascio, “Vita di Isidoro”.
Sinesio, “Opere”.
Guido Bigoni, “Ipazia Alessandrina”, Venezia, Antonelli 1887.
Paul Veyne, “Quando l’Europa è diventata Cristiana”, Collezione Storica Garzanti.

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Ultimo aggiornamento ( sabato 24 aprile 2010 )
 
 
 

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SOCIETA'
7 giugno 2010
Nonna e nipote innamorati: scandalo

Nonna e nipote innamorati: scandalo

30/4/2010

Nuova Zelanda, ora vogliono un figlio

 

"L'amore è cieco e non ha età". E' proprio vero soprattutto se i protagonisti della storia si chiamano Pearl Carter e Phil Bailey. Lei è dell'Indiana ma vive in Nuova Zelanda, ha 72 anni, e si è innamorata perdutamente del nipote 26enne. Per lui è lo stesso e adesso vogliono un bebè. "Sono disposta a pagare 54mila dollari, la mia intera pensione, per affittare un utero e così coronare il nostro sogno", racconta Pearl al New Idea magazine.

A raccontare questa scandalosa storia è il quotidiano britannico The Sun. Phil ha conosciuto la nonna quando la madre, Lynette, è morta per un tumore al cervello. All'epoca il ragazzo aveva 22 anni. Pearl aveva dato la figlia Lynette in adozione appena nata. A 18 anni si riteneva troppo giovane per creare una famiglia tutta sua. Pearl e Phil non si erano mai visti prima e per loro è stato amore a prima vista. Il ragazzo ha infatti rintracciato la nonna solo alla morte della madre.

"Dal primo momento in cui l'ho visto mi sono sentita sessualmente viva", ha detto la 72enne al giornale raccontando anche l'episodio del primo bacio. "Siamo usciti fuori a cena, poi siamo tornati a casa e l'ho chiamato nella mia stanza da letto", dice Pearl "l'ho baciato e pensavo ad un rifiuto invece... il bacio è stato contraccambiato".

Ora la strana coppia intende anche avere un figlio. Pearl sta raccogliendo i risparmi della sua pensione per raggiungere la cifra che le serve per affittare un utero: 54mila dollari. "Sono pronta a diventare finalmente mamma", dice la 72enne, "e Phil sarà un bravo papà".

Questa relazione, oltre a scandalizzare il paese, non è stata ovviamente accettata dalla famiglia. Ma nulla sembra fermare l'anziana amante: "Non penso di dover chiedere scusa a nessuno e Dio mi ha dato una seconda possibilità".

 

http://www.tgcom.mediaset.it/mondo/articoli/articolo480415.shtml


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SOCIETA'
7 giugno 2010
ROMENA GETTA NEONATA DALLA FINESTRA

Migliora bimba gettata da finestra

 
3/5/2010

Cosenza, ma situazione è sempre grave

 

E' sempre in prognosi riservata, ma le sue condizioni inducono all'ottimismo i medici, la neonata romena gettata dalla finestra dalla madre subito dopo il parto nel Cosentino. La bimba respira e si alimenta da sola e questo viene considerato un buon segno dai medici di neonatologia dell'ospedale di Cosenza. La prognosi, tuttavia, resta riservata a causa del trauma cranico riportato dalla neonata nella doppia caduta.

La madre, di 41 anni, dopo aver nascosto la gravidanza anche al marito, aveva partorito e subito dopo ha lanciato la piccola dalla finestra. La neonata è caduta prima su un davanzale, dopo un volo di due metri, quindi per strada, facendo un altro salto di due metri. Ciò le ha provocato due ematomi alla testa.

I carabinieri, intervenuti dopo una segnalazione anonima, hanno arrestato la 41enne per tentato omicidio. Nell'appartamento dove è avvenuto il parto, i carabinieri hanno trovato cinque persone, tutte romene, tre uomini e due donne. Secondo quanto emerso dalle indagini, erano all'oscuro di quanto è accaduto.

Bimba nata forse da relazione extraconiugale
La donna aveva nascosto la gravidanza probabilmente perché concepita da un altro uomo, considerato che il marito è giunto in Italia sette mesi fa mentre la donna ha partorito regolarmente al termine dei nove mesi di gestazione. La coppia abita in un appartamento insieme ad altre due coppie di connazionali. Vivono di espedienti, lei come badante e donna delle pulizie, il marito si arrangia con qualche lavoretto. La donna non ha fornito spiegazioni sul suo gesto.

 

http://www.tgcom.mediaset.it/cronaca/articoli/articolo480576.shtml

Lancia bimba da finestra dopo parto

2/5/2010

Arrestata 41enne, grave la neonata

 

Agghiacciante episodio accaduto nel Cosentino. Protagonista una donna romena di 41 anni che, dopo aver partorito, ha lanciato la neonata dalla finestra della sua abitazione. Il fatto è avvenuto a Grisolia. La 41enne è stata arrestata per tentato infanticidio. Per miracolo la bambina non è morta. La piccola si trova nel reparto di neonatologia: le sue condizioni sono molto gravi a causa di un trauma cranico causato dalla caduta.

Infophoto

 

Dopo una segnalazione anonima i carabinieri sono intervenuti in una zona del cento storico di Grisolia dove per strada hanno trovato una neonata con ancora la placenta attaccata al corpo. Al momento del ritrovamento la bambina piangeva a dirotto. Sono scattate immediatamente le indagini e poco dopo è stato identificato l'appartamento dove era nata la bambina. Nell'abitazione i carabinieri hanno trovato cinque persone, tutte rumene, tre uomini e due donne, di cui una si trovava a letto dove c'erano delle tracce di sangue, segno evidente dell'avvenuto parto. Dalle indagini dei carabinieri è emerso che la donna, dopo il parto, ha cercato di disfarsi della bambina lanciandola dalla finestra.

L'arresto della donna romena è stato disposto dal procuratore capo di Paola, Bruno Giordano, per il reato di tentato infanticidio. La donna ora si trova ricoverata nell'ospedale di Cetraro.

 

http://www.tgcom.mediaset.it/cronaca/articoli/articolo480530.shtml

 


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CULTURA
7 giugno 2010
San Giuseppe Lavoratore

San Giuseppe Lavoratore

1 maggio - Memoria Facoltativa

 

 

Sotto la sua protezione si sono posti Ordini e Congregazioni religiose, associazioni e pie unioni, sacerdoti e laici, dotti e ignoranti. Forse non tutti sanno che Papa Giovanni XXIII, di recente fatto Beato, nel salire al soglio pontificio aveva accarezzato l’idea di farsi chiamare Giuseppe, tanta era la devozione che lo legava al santo falegname di Nazareth. Nessun pontefice aveva mai scelto questo nome, che in verità non appartiene alla tradizione della Chiesa, ma il “papa buono” si sarebbe fatto chiamare volentieri Giuseppe I, se fosse stato possibile, proprio in virtù della profonda venerazione che nutriva per questo grande Santo. Grande, eppure ancor oggi piuttosto sconosciuto. Il nascondimento, nel corso della sua intera vita come dopo la sua morte, sembra quasi essere la “cifra”, il segno distintivo di san Giuseppe. Come giustamente ha osservato Vittorio Messori, “lo starsene celato ed emergere solo pian piano con il tempo sembra far parte dello straordinario ruolo che gli è stato attribuito nella storia della salvezza”. Il Nuovo Testamento non attribuisce a san Giuseppe neppure una parola. Quando comincia la vita pubblica di Gesù, egli è probabilmente già scomparso (alle nozze di Cana, infatti, non è menzionato), ma noi non sappiamo né dove nè quando sia morto; non conosciamo la sua tomba, mentre ci è nota quella di Abramo che è più vecchia di secoli. Il Vangelo gli conferisce l’appellativo di Giusto. Nel linguaggio biblico è detto “giusto” chi ama lo spirito e la lettera della Legge, come espressione della volontà di Dio. Giuseppe discende dalla casa di David, di lui sappiamo che era un artigiano che lavorava il legno. Non era affatto vecchio, come la tradizione agiografica e certa iconografia ce lo presentano, secondo il cliché del “buon vecchio Giuseppe” che prese in sposa la Vergine di Nazareth per fare da padre putativo al Figlio di Dio. Al contrario, egli era un uomo nel fiore degli anni, dal cuore generoso e ricco di fede, indubbiamente innamorato di Maria. Con lei si fidanzò secondo gli usi e i costumi del suo tempo. Il fidanzamento per gli ebrei equivaleva al matrimonio, durava un anno e non dava luogo a coabitazione né a vita coniugale tra i due; alla fine si teneva la festa durante la quale s’introduceva la fidanzata in casa del fidanzato ed iniziava così la vita coniugale. Se nel frattempo veniva concepito un figlio, lo sposo copriva del suo nome il neonato; se la sposa era ritenuta colpevole di infedeltà poteva essere denunciata al tribunale locale. La procedura da rispettare era a dir poco infamante: la morte all’adultera era comminata mediante la lapidazione. Ora appunto nel Vangelo di Matteo leggiamo che “Maria, essendo promessa sposa a Giuseppe, si trovò incinta per virtù dello Spirito Santo, prima di essere venuti ad abitare insieme. Giuseppe, suo sposo, che era un uomo giusto e non voleva esporla all’infamia, pensò di rimandarla in segreto”(Mt 18-19). Mentre era ancora incerto sul da farsi, ecco l’Angelo del Signore a rassicurarlo: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Ella partorirà un figlio, e tu lo chiamerai Gesù; egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati” (Mt 1,20-21). Giuseppe può accettare o no il progetto di Dio. In ogni vocazione che si rispetti, al mistero della chiamata fa sempre da contrappunto l’esercizio della libertà, giacché il Signore non violenta mai l’intimità delle sue creature né mai interferisce sul loro libero arbitrio. Giuseppe allora può accettare o no. Per amore di Maria accetta, nelle Scritture leggiamo che “fece come l’Angelo del Signore gli aveva ordinato, e prese sua moglie con sé”(Mt 1, 24). Egli ubbidì prontamente all’Angelo e in questo modo disse il suo sì all’opera della Redenzione. Perciò quando noi guardiamo al sì di Maria dobbiamo anche pensare al sì di Giuseppe al progetto di Dio. Forzando ogni prudenza terrena, e andando al di là delle convenzioni sociali e dei costumi del suo tempo, egli seppe far vincere l’amore, mostrandosi accogliente verso il mistero dell’Incarnazione del Verbo. Nella schiera dei suoi fedeli il primo in ordine di tempo oltre che di grandezza è lui: san Giuseppe è senz’ombra di dubbio il primo devoto di Maria. Una volta conosciuta la sua missione, si consacrò a lei con tutte le sue forze. Fu sposo, custode, discepolo, guida e sostegno: tutto di Maria. (…) Quello di Maria e Giuseppe fu un vero matrimonio? E’ la domanda che affiora più frequentemente sulle labbra sia di dotti che di semplici fedeli. Sappiamo che la loro fu una convivenza matrimoniale vissuta nella verginità (cfr. Mt 1, 18-25), ossia un matrimonio verginale, ma un matrimonio comunque vissuto nella comunione più piena e più vera: “una comunione di vita al di là dell’eros, una sponsalità implicante un amore profondo ma non orientato al sesso e alla generazione” (S. De Fiores). Se Maria vive di fede, Giuseppe non le è da meno. Se Maria è modello di umiltà, in questa umiltà si specchia anche quella del suo sposo. Maria amava il silenzio, Giuseppe anche: tra loro due esisteva, né poteva essere diversamente, una comunione sponsale che era vera comunione dei cuori, cementata da profonde affinità spirituali. “La coppia di Maria e Giuseppe costituisce il vertice – ha detto Giovanni Paolo II –, dal quale la santità si espande su tutta la terra” (Redemptoris Custos, n. 7). La coniugalità di Maria e Giuseppe, in cui è adombrata la prima “chiesa domestica” della storia, anticipa per così dire la condizione finale del Regno (cfr. Lc 20, 34-36 ; Mt 22, 30), divenendo in questo modo, già sulla terra, prefigurazione del Paradiso, dove Dio sarà tutto in tutti, e dove solo l’eterno esisterà, solo la dimensione verticale dell’esistenza, mentre l’umano sarà trasfigurato e assorbito nel divino. “Qualunque grazia si domanda a S. Giuseppe verrà certamente concessa, chi vuol credere faccia la prova affinché si persuada”, sosteneva S. Teresa d’Avila. “Io presi per mio avvocato e patrono il glorioso s. Giuseppe e mi raccomandai a lui con fervore. Questo mio padre e protettore mi aiutò nelle necessità in cui mi trovavo e in molte altre più gravi, in cui era in gioco il mio onore e la salute dell’anima. Ho visto che il suo aiuto fu sempre più grande di quello che avrei potuto sperare...”( cfr. cap. VI dell’Autobiografia). Difficile dubitarne, se pensiamo che fra tutti i santi l’umile falegname di Nazareth è quello più vicino a Gesù e Maria: lo fu sulla terra, a maggior ragione lo è in cielo. Perché di Gesù è stato il padre, sia pure adottivo, di Maria è stato lo sposo. Sono davvero senza numero le grazie che si ottengono da Dio, ricorrendo a san Giuseppe. Patrono universale della Chiesa per volere di Papa Pio IX, è conosciuto anche come patrono dei lavoratori nonché dei moribondi e delle anime purganti, ma il suo patrocinio si estende a tutte le necessità, sovviene a tutte le richieste. Giovanni Paolo II ha confessato di pregarlo ogni giorno. Additandolo alla devozione del popolo cristiano, in suo onore nel 1989 scrisse l’Esortazione apostolica Redemptoris Custos, aggiungendo il proprio nome a una lunga lista di devoti suoi predecessori: il beato Pio IX, S. Pio X, Pio XII, Giovanni XXIII, Paolo VI.


Autore: Maria Di Lorenzo

http://www.santiebeati.it/dettaglio/27050
 


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SOCIETA'
7 giugno 2010
Siena, coppia di donne avrà figlio

Siena, coppia di donne avrà figlio

30/4/2010
 

Dopo inseminazione in Danimarca

 

Una coppia di due donne di Siena avrà un bambino, concepito dopo un intervento di inseminazione artificiale eseguito in Danimarca. "Il bambino che avremo è fortemente voluto - racconta al "Corriere di Siena" una delle protagoniste - . Esistono al mondo troppi bambini non voluti ma che hanno un padre e una madre. In quel caso - continua - è visto come un gesto d'amore, se lo fanno due donne invece viene visto come un gesto pieno di egoismo".

La storia è quella di Sara e Margherita. L’opinione pubblica è rimasta molto colpita e subito si è aperto un dibattito sulle pagine del quotidiano senese. Tra i cittadini che hanno espresso la propria opinione c'è chi crede non ci sia nulla di male. Altri si preoccupano per il bambino per come "potrà trovarsi a scuola, con i suoi compagni". Qualcuno teme che "Siena sia una città ancora troppo chiusa”.

Andrea Fagiolini, da qualche mese nuovo direttore dell’Unità operativa di Psichiatria delle Scotte di Siena, contribuisce al dibattito sulle pagine del quotidiano. "Ci sono tanti pregiudizi che resistono nella nostra società, rispetto alle coppie omosessuali. Primo fra tutti, resta la convinzione che i figli nati da queste unioni possono crescere con gravi deficit. E’ una vecchia credenza che va superata, lo dicono gli studi internazionali più accreditati in campo psicoanalitico e psichiatrico".

“Negli Stati Uniti mi è successo, di seguire coppie omossessiale che volevano un figlio, qui in Italia ancora no. Per accompagnare queste coppie valgono le stesse tecniche che vengono usate per i genitori eterosessuali che vogliono intraprendere l’esperienza dell’inseminazione o dell’adozione. Anche quelle coppie che sembrano convinte al cento per cento e che pensano di non avere alcuna titubanza, hanno comunque bisogno di aiuto”.

http://www.tgcom.mediaset.it/cronaca/articoli/articolo480416.shtml

 


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SOCIETA'
7 giugno 2010
Giovani cristiane rapite in Pakistan
 

Evangelici.net notizie

 

Giovani cristiane rapite in Pakistan

Inserita il 16/4/2010 alle 07:45 nella categoria: Chiesa Perseguitata

LAHORE (Pakistan) - La missione evangelica Porte aperte mette in evidenza una terribile pratica che si fa sempre più frequente in Pakistan: giovani donne cristiane vengono rapite, violentate e obbligate a convertirsi all'islam.

La storia di Sonia Mahon, 19 anni, purtroppo non è l'unica di cui Porte aperte è venuta a conoscenza: molte altre giovani subiscono gli stessi soprusi. «Sonia è cristiana - spiegano a PA - e vive con la sua famiglia nel sobborgo di Nishtar della grande città pakistana di Lahore. Il primo aprile scorso Ali Raza, un musulmano della zona, ha bussato alla porta di casa sua, dicendole che il fratello Parvaiz l'aspettava lì fuori. Ingenuamente le ha creduto e invece del fratello ad aspettarla c'era un'auto con all'interno alcuni amici di Raza. L'hanno costretta a entrare e da quel momento è sparita».

Le ricerche della famiglia sono state vane; il cellulare della ragazza, dapprima spento, dopo due giorni di angoscia per i suoi cari, è risultato acceso, ma a rispondere non è stata Sonia, bensì la voce di un uomo che, dopo qualche parola biascicata, ha passato la linea alla giovane. Sonia, con voce flebile, ha detto alla sua famiglia di non cercarla più, che lei era felice e che non dovevano assolutamente cercare di trovarla.

«Il fratello, Parviz - precisano ancora a PA - ha detto che "E' ovvio che sia stata obbligata con la violenza a dire quelle cose; temo che prima l'abbiamo costretta con la forza a convertirsi all'islam, poi a sposarsi con qualcuno di loro e questo potrebbe voler dire che non la rivedremo mai più"».

Secondo le testimonianze raccolte, «succede sempre più spesso che un ragazzo musulmano particolarmente spregiudicato prenda di mira una giovane cristiana, con l'aiuto di amici la rapisca, la tengano segregata per giorni, la obblighino tra botte e insulti a recitare un
improvvisato credo musulmano; poi il ragazzo la violenta mettendola incinta: per la ragazza e per la famiglia è l'inizio di un incubo che spesso non ha fine».

In Pakistan la vita per i cristiani diventa sempre più dura. Vi sono zone in cui è addirittura impossibile resistere. In quelle zone, le autorità locali assolutamente non aiutano, anzi spesso sono la fonte dei problemi: false accuse di vario genere vengono fabbricate ad hoc per distruggere la vita di intere comunità, per far chiudere chiese, per arrestare pastori o per proteggere rapitori e assassini di cristiani.

«Anche nel caso del rapimento di Sonia - conclude Porte aperte -, la polizia inizialmente non voleva nemmeno accettare la denuncia di scomparsa, solo l'intervento della All Pakistan Minorities Alliance ha fatto sì che gli agenti fossero obbligati ad iniziare le ricerche. Secondo il direttore di questa organizzazione in favore delle minoranze, Khalid Gill, uno degli amici di Raza, tale Fahad, da tempo cerca di rapire una giovane cristiana per prendersela come sposa-schiava, a suo carico infatti ci sarebbero già altri tentativi. I ritardi e le indolenze nelle ricerche da parte della polizia spesso non sono altro che strategie, poiché gli agenti, pur sapendo dove si trova, attendono che la ragazza rapita rimanga incinta dalle violenze subite, così poi è quasi impossibile per i tribunali permettere alla ragazza di tornare alla sua famiglia».

Fonte: http://www.porteaperteitalia.org/


Pubblicata da evangelici.net

 

http://www.evangelici.net/notizie/1271396700.html


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SOCIETA'
7 giugno 2010
Cina, uomo armato di coltello attacca bambini in una scuola

Cina, uomo armato di coltello attacca bambini in una scuola

 

Pechino, 29-04-2010

Un uomo armato di coltello ha attaccato oggi un gruppo di bambini in un asilo a Taixing, nella provincia cinese del Jiangsu. Lo afferma l'agenzia Nuova Cina senza aggiungere particolari.


Si tratta del terzo attacco contro bambini a verificasi in Cina in poco piu' di un mese: il 23 marzo uno squilibrato che in seguito e' stato messo a morte ha ucciso otto bambini nella provincia del Fujian mentre ieri 18 bambini sono stati feriti in un analogo attacco nel Guangdong.

Nuova Cina aggiunge che 28 bambini e tre adulti sono feriti. Tre dei bambini sono in condizioni gravi. L'aggressore, un uomo di 47 anni, e' stato arrestato e non ha finora spiegato le ragioni del suo gesto.

 


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CULTURA
7 giugno 2010
Josè Saramago e Caino: l’arte di essere blasfemi

 

Il premio nobel portoghese torna a parlare di Dio e religione con Caino, una divertita apologia del più famoso condannato della storia.

Alcuni lo chiamano realismo magico, altri satira biblica, altri ancora la liquidano come blasfemia. La prosa dell’ottantottenne Josè Saramago è tra le più originali della letteratura contemporanea, e versatile al punto da poterla utilizzare per filtrare qualsiasi tema: in questo caso, la religione.

In Caino (142 pagine, Feltrinelli), come già aveva fatto vent’anni fa ne Il vangelo secondo Gesù Cristo,  Saramago prende le sacre scritture e le scalda fino a renderle duttili, plasmabili, e in definitiva, un ottimo materiale narrativo. Così può succedere che il cherubino posto a sorvegliare come un buttafuori le porte del Paradiso possa essere corrotto da una languida Eva, l’angelo inviato da Dio per fermare la mano di Abramo possa arrivare in ritardo a causa di problemi con l’ala destra e Caino possa ritrovarsi a essere l’improbabile salvatore di Isacco. Nel romanzo dunque Caino non è solo un fratricida condannato alla colpa eterna, assomiglia di più a un viandante a cavallo della sua mula, un ribelle condannato, da un Dio “malvagio, rancoroso” e incapace di amare gli uomini, ad attraversare momenti leggendari quali la distruzione di Sodoma e la costruzione dell’Arca di Noè.

Non è la prima volta che lo scrittore portoghese si cimenta con un tema religioso. Già nel 1991, con Il vangelo secondo Gesù Cristo, il futuro premio Nobel si era attirato l’odio della chiesa cattolica romana e portoghese, per aver riscritto la storia di Cristo infarcendola di sesso, peccato e sfumature volutamente blasfeme. Come in Caino, il Dio di cui Saramago (dichiaratamente ateo) scriveva nel 1991 era un personaggio crudele e doppio, capace di includere in sè sia il bene che il male e di trattare con il Diavolo come farebbero due leader politici alla tavola di un pranzo formale.

Al tempo le pressioni degli ambienti cattolici avevano convinto l’autore a trasferirsi dal Portogallo all’Isola di Lanzarote, nelle Canarie, dove attualmente vive assieme alla moglie Pilar (che è anche traduttrice ufficiale delle sue opere in spagnolo.) Probabilmente questa volta le critiche saranno meno roventi (non si parla di sesso tra Gesù e Maria Maddalena, solo di un uomo che uccide il fratello dopo una scaramuccia con il padreterno), ma di certo Caino non sfuggirà alla penna rossa del Vaticano che lo includerà sicuramente sullo scaffale dei “libri sconsigliabili”, dove già prendono polvere Dan Brown e altri moderni Giordano Bruno.


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SOCIETA'
7 giugno 2010
Bimba carbonizzata, arrestata madre

Bimba carbonizzata, arrestata madre

27/4/2010

Benevento, è accusata di omicidio

 

La Squadra Mobile di Benevento ha arrestato Daniela Liguori, la madre della piccola di sette mesi morta carbonizzata all'interno dell'auto dalla donna. L'accusa è di omicidio volontario. Le indagini hanno accertato che a dar fuoco alla vettura è stata proprio la madre. La donna, con la piccola a bordo, ha raggiunto una pompa di benzina dove ha acquistato il carburante, poi si è diretta verso Pietrelcina e ha dato fuoco all'auto.

La tragedia è avvenuta lungo il tratto di strada compreso tra la rotonda dei Pentri e la via che conduce a Pietrelcina, alle porte di Benevento. Daniela Liguori, 33 anni, è madre di quattro figli, e, secondo quanto si è appreso, aveva mostrato di recente segnali di fragilità psicologica. La conferma arriva dal marito, un ex parcheggiatore di Benevento, di 46 anni, che in un momento di sfogo descrive una situazione familiare difficile.

Martedì mattina i coniugi avrebbero accompagnato a scuola le altre figliolette, una di 9 anni, l'altra di 7 ed un'altra ancora di 6, al Rione Libertà. Il padre si sarebbe preoccupato di portare le tre bimbe all'interno della scuola mentre la mamma era in auto con la piccola Ilaria. La donna si è recata a una pompa di benzina per acquistare il carburante; poi si è diretta verso la strada che conduce a Pietrelcina e ha cosparso di benzina il sedile anteriore dove si trovava il seggiolino con la piccola, prima di dare fuoco all'auto.

Il papà è stato avvertito della tragedia dalle forze dell'ordine: straziante il suo arrivo sul luogo dell'incidente. Sul posto, a pochi metri dall' auto, è stata trovata anche una scatola di fiammiferi. Per accertare le cause della tragedia sono intervenuti gli agenti della Polstrada, i vigili del fuoco, gli uomini della scientifica della questura e i medici del 118, che hanno portato la donna, ustionata in varie parti del corpo, e suo marito, colpito da malore, nell'ospedale Rummo. Sul posto anche il medico legale e il magistrato di turno.

La donna è ricoverata nel reparto di psichiatria dell'ospedale Rummo dove è stata ascoltata dal magistrato. Fin dall'inizio la polizia stradale aveva considerato ipotesi investigative diverse dall'incidente. Alcuni testimoni avevano riferito che l'auto, la cui corsa si era arrestata contro un albero, aveva preso fuoco prima dello schianto.

La famiglia era seguita dai servizi sociali
Daniela Liguori e il marito, Paolo Delli Carri, vivevano da qualche anno insieme alle quattro figlie in un alloggio del Comune. La famiglia stava attraversando un momento di difficoltà economica, dovuto alla mancanza di lavoro del capofamiglia, fino a qualche mese fa parcheggiatore abusivo in piazza Risorgimento a Benevento. I coniugi Delli Carri e i loro figli sono seguiti dai servizi sociali del comune di Benevento da circa dieci anni. Da tempo ricevono un sussidio mensile fisso, oltre a diversi aiuti in denaro. Gli assistenti sociali del municipio hanno costantemente monitorato l'evoluzione di vita della famiglia. L'ultimo incontro, svoltosi presso le strutture assistenziali cittadine, si è tenuto il 22 aprile.

Ex assessore alla Mobilità: "Mi sono dimesso quando il padre ha perso il posto"
Il dottor Giuseppe De Lorenzo, responsabile del servizio psichiatrico dell'ospedale di Benevento ed ex assessore alla Mobilità del Comune di Benevento, racconta, in una lettera aperta, l'incontro con il padre della piccola Ilaria. "Che rispondere a quest'uomo - scrive il medico - quando, nell'avvicinarmi a lui, mi ha detto:'Vedete, dottore, questa è l'ultima tappa della mia vita infelice. Quando, giorni fa, venni da voi, avendo perso il mio impiego, definiamolo così, quale parcheggiatore abusivo, non ho avuto risposte. Gli altri sono stati accontentati, io escluso. Perche?'". "Gli ho chiesto scusa - conclude De Lorenzo - anche se ritengo di non avere colpe. Le decisioni sono state assunte da altri escludendo me. E, forse, questa ulteriore prova, nel dramma cui sono stato umanamente coinvolto, è servita a convincermi di aver preso una decisione saggia lasciando il ruolo amministrativo in una realtà ove i cittadini, purtroppo, non vengono considerati alla pari".

 

http://www.tgcom.mediaset.it/cronaca/articoli/articolo480129.shtml

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