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arte
19 settembre 2009
IN FIERA VERONA MADONNA CON HITLER BAMBINO, POLEMICA
 
IN FIERA VERONA MADONNA CON HITLER BAMBINO, POLEMICA
venerdì 18 settembre 2009 11:58

E' polemica a Verona dove, nel corso della rassegna ArtVerona, ha fatto la sua comparsa un Adolf Hitler bambino e in divisa tra le braccia di una Madonna stile Raffaello. Il dipinto, opera di Giuseppe Veneziano, e' stato presentato da una galleria nel corso di ArtVerona e ha suscitato le critiche sia della comunita' ebraica che della Curia. Da parte sua l'artista ha spiegato che e' un lavoro che nasce dalla crisi religiosa che caratterizza l'epoca attuale, sostenendo che ''resta il fatto che anche Hitler era figlio di Dio e che il mostro e' potenzialmente in tutti noi''.

 

Verona. Madonna con in braccio Hitler
Tosi: «Dipendesse da me la farei coprire»

 
 

VERONA (18 settembre) - Hitler bambino, in miniatura, ma iconograficamente identico a quello che la storia ricorda, è raffigurato in braccio ad una madonna sullo stile di Raffaello. È questa l'opera di Giuseppe Veneziano che ha scatenato una bufera alla Fiera di Verona.
Il dipinto è stato presentato da una galleria nel corso di ArtVerona e ha suscitato le critiche sia della comunità ebraica che della Curia, che non esclude la provocazione e parla di un lavoro che merita solo «il disinteresse e il silenzio».

Eppure l'arte, quella con la "A" maiuscola, dovrebbe essere il contenitore per eccellenza delle provocazioni, del non politically correct. A dimostrarlo le opere che hanno preceduto quella di Veneziano: basti pensare alla statua di Hitler inginocchiato in preghiera del veneto Maurizio Cattelan. Insomma, dal punto di vista dell'originalità, il pittore esposto (per altro solito a dipinti di questo tipo e già uso a dipingere Hitler in tutte le salse) non ha detto nulla di nuovo. Nonostante questo l'associazione della Vergine Maria e del Führer ha fatto venire i brividi sulla schiena a molti spettatori della mostra.

Non solo, per criticare duramente Veneziano è scesa in campo non solo la Curia, ma anche sono la comunità ebraica della città con le parole del rabbino capo che ha definito l'opera «blasfema».

La spiegazione dell'artista è stata semplice: Hitler, come tutti gli esseri umani, era figlio di Dio, da ciò se ne deduce che, se Hitler è il simbolo del male, del mostro, allora il mostro è potenzialmente in ogni uomo, in ognuno di noi.

Il sindaco Tosi: «Se fosse per me farei coprire l'opera». Il quadro di Veneziano fa inorridire Flavio Tosi, sindaco leghista della città: «È un'opera chiaramente blasfema, in quel quadro non c'è niente di artistico e di bello: se dipendesse da me, farei coprire quel dipinto», ha detto stamane Tosi.

«In questo modo l'autore - ha aggiunto - ha esattamente ottenuto il risultato che si era prefissato, cercando provocatoriamente pubblicità proprio attraverso l'offesa alla religione cristiana. Chi ha organizzato la manifestazione, un privato, non la Fiera di Verona, non avrebbe dovuto permettere l'esposizione dell'opera».

«Non so - ha concluso il sindaco - se il suo inserimento nella mostra sia dovuto a un mancato controllo preventivo o a un errore madornale. Il Comune, comunque, ha semplicemente dato il suo patrocinio a questa manifestazione come a tutte le altre ospitate in Fiera e non ha alcuna possibilità di fare da filtro».

Il direttore artistico: «Non è automaticamente blasfema». Si schiera dalla parte dell'arte e, nel contempo, mette i puntini sulle "i" il direttore artistico di ArtVerona Massimo Simonetti: «Non è nostro ruolo ritirare un'opera e prendere posizione su ciò che i galleristi e artisti presentano, non ritenendo automaticamente blasfema e quindi condannabile ogni tipo di espressione che contenga simboli religiosi o politici».

Dipinto acquistato e fatto sparire. Il quadro di Veneziano è stato acquistato da un anonimo collezionista, che l'ha portato subito via. Ne hanno dato notizia gli stessi organizzatori della rassegna fieristica dedicata all'arte contemporanea.

 

http://www.gazzettino.it/articolo.php?id=73647&sez=NORDEST

 

 

Madonna con Hitler, gallerista compra
il quadro dello scandalo

La tela del pittore Veneziano ad ArtVerona non c’è più: è stata venduta per diciottomila euro

 
 

Hitler in braccio alla Madonna
La comunità ebraica insorge

 
 
 
Ma per il rabbino capo di Verona, Crescenzo Piattelli, sarebbe sbagliato liquidare l’opera come mera provoca­zione. «È blasfema - afferma - e offende profondamente i cristiani, ma anche gli ebrei visto l’impiego che se ne fa dell’immagine di Hitler». Ma la colpa, secondo il mas­simo rappresentante della comunità ebraica scaligera, non è solo dell’artista. «Mi stupisco che gli organizzato­ri della Fiera consentano l’esposizione di un quadro del genere - conclude Piattel­li - dovrebbero pre-filtrare le opere, togliendo quelle of­fensive per il pubblico».
 
 
 
Subito venduta la Madonna choc con Hitler in braccio
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Pubblicato il giorno: 19/09/09
Polemiche a Verona

«Anche Hitler era figlio di Dio e il mostro è potenzialmente in tutti noi». Ecco come il pittore Giuseppe Veneziano ha spiegato la sua decisione di dipingere un quadro (nella foto a destra) che ritrae il Führer bambino in braccio a una Madonna simile a quelle dipinte da Raffaello, soprattutto la “Piccola Madonna Cowper” del 1505 conservata alla National Gallery of Art di Washington.

La “Madonna del Terzo Reich”, esposta ieri in una galleria all’interno della fiera “ArtVerona”, sarebbe ispirata alla crisi religiosa dei nostri tempi, e ha dato vita a uno scandalo che ha portato fortuna all’autore. In serata, infatti, il dipinto era già stato venduto a un collezionista che ha preferito rimanere anonimo e ha portato immediatamente via la tela in modo da disinnescare le polemiche.

La giornata si era aperta con le dichiarazioni di fuoco del rabbino di Verona, Crescenzo Piattelli, che aveva dichiarato al Corriere del Veneto di considerare l’opera «blasfema». «Offende profondamente i cristiani», aveva aggiunto, «ma anche gli ebrei visto l’impiego che si fa dell’immagine di Hitler». Mentre la Curia aveva chiesto di circondare il quadro di «disinteresse e silenzio» e il sindaco Flavio Tosi attaccava: «Se dipendesse da me, farei coprire quel dipinto. L’autore ha esattamente ottenuto il risultato che si era prefisso, cercando provocatoriamente pubblicità proprio attraverso l’offesa alla religione cristiana».

In difesa di Veneziano era sceso in campo il critico Ivan Quaroni, che aveva spiegato sempre al Corriere del Veneto come «l’iconografia nazista è sempre stata usata e lo sarà ancora, proprio perché disturba. In quanto simbolo assoluto del Male, crea un forte stridore con ciò che rappresenta il suo opposto. Ma non credo che sia una tela offensiva: il suo valore sta nella sensazione di spaesamento che crea questo accostamento tra due opposti».

Dalla parte dell’artista anche Massimo Simonetti, direttore artistico della manifestazione, perché «non è il nostro ruolo ritirare un’opera e prendere posizione su ciò che artisti e galleristi presentano, non ritenendo automaticamente blasfema e quindi condannabile ogni tipo di espressione che contenga simboli religiosi o politici».

Veneziano non è nuovo a queste provocazioni. Anni fa fece scandalo dipingendo una Madonna con ai suoi piedi due supereroi al posto di San Giovanni e di Gesù, e raffigurando un’orgia che aveva come protagonisti Berlusconi, Mussolini e Hitler.

È già successo che l’uso di simboli nazisti susciti forti critiche. Negli anni passati, per esempio, grandi polemiche avevano accompagnato anche le fioriere a forma di svastica di Giovanni Morbin e l’Hitler inginocchiato in preghiera di Maurizio Cattelan.

 
 
 
L'opera
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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SOCIETA'
19 settembre 2009
IL DOLORE NELLA FAMIGLIA DI ANTONIO FORTUNATO MORTO IN AFGHANISTAN
 

Martin, sette anni: il diavolo mi ha portato via papà

Mamma Gianna ha aspettato che Martin Fortunato tornasse da scuola. "Lo sai che lavoro fa papà ?", ha subito chiesto al bambino. "Perché papà è ferito?" , chiede Martin appoggiando lo zaino in camera sua. "E' successa una cosa, la più brutta. Papà è morto", risponde mamma. Martin ha sette anni  e anche ieri è andato a scuola. Il figlio del colonnello della Folgore è convinto che "è stato il diavolo cattivo a portasi via" il suo papà.

Il piccolo è entrato in classe alla seconda ora. La sua scuola ha una bandiera listata a lutto. "L'attività continua regolarmente - spiega la maestra dell'elementare di Siena. E il preside Oliviero Appolloni dice: "Cerchiamo nell'ordinario la risposta per accompagnare il bambino in questa fase così difficile".

18 settembre 2009
 
 
 
 
 
 
http://www.unita.it/news/italia/88594/martin_sette_anni_il_diavolo_mi_ha_portato_via_pap



Antonio Fortunato, il papà: avevo paura per lui
 
di Sandro Vacchi

SIENA (18 settembre) - La processione verso la palazzina di Badesse l’apre uno sconosciuto che porta un gran mazzo di fiori bianchi a Gianna, una vedova di 32 anni. Il suo bambino, Martin, di anni ne ha sei e ha cominciato la scuola l’altroieri. Non ce l’ha accompagnato il babbo, però: lui, Antonio Fortunato, accompagnava dei soldati, era il tenente che li comandava, a diecimila chilometri dal borghetto toscano dove rivedeva qualcosa del paese natio, Lagonegro, tanto più a Sud, nell’Appennino lucano.

Il tenente, lo chiamavano tutti, commilitoni e vicini di casa che ora spendono le parole più struggenti per lui. Arriva Valentino Bruno, qui in via Togliatti. E’ il sindaco di sinistra di Monteriggioni, capoluogo di Badesse, che rende omaggio all’uomo della Folgore e ricorda come grazie all’appoggio dei militari il Comune avesse recuperato un terreno abbandonato al confine col territorio di Siena. Arrivano le dolenti mogli di ufficiali, sottufficiali e soldati della caserma ”Bandini” e tentano di consolare Gianna Passeri, ormai priva di lacrime. Sale nell’appartamento un assessore regionale, poi una psicologa. «E’ successa una brutta cosa al tuo papà» sussurra a Martin, e lo accarezza. Si trattiene due ore in casa, ore lunghissime. Poi dalla Basilicata arrivano i genitori del tenente. Straziato il papà Domenico: «Eravamo terrorizzati ogni volta che partiva». L’altro figlio Alessandro lo abbraccio: «Ma era la sua ragione di vita».
«Era un angelo, sempre pronto ad aiutare tutti qui nel condominio. Bravo, davvero bravo. E anche Matteo», aggiunge piangendo l’anziana signora Rosa, ricordando il ”suo” tenente e il giovane sardo Mureddu che viveva qui a pochi metri. Anche lui ammazzato a Kabul. «Prima della missione il tenente mi aveva confidato che stavolta non aveva voglia di partire.» Che se lo sentisse? O, più semplicemente, non gli andava di lasciare soli i suoi cari per tanto tempo, ancora una volta.

Al bar ”Bomber”, proprio sotto la palazzina di mattoni a vista, ricordano benissimo quel soldato tutto d’un pezzo ma cordiale, quando passeggiava con il suo bambino e scendeva a prendergli un gelato. Mesi fa, perché il tenente Fortunato era in Afghanistan da maggio e sarebbe dovuto rientrare in Italia in novembre, dal suo bimbo e da Gianna, insegnante precaria in un istituto tecnico di Siena. Avvicinarsi è impossibile. Carabinieri e soldati della Folgore, e non solo del 186° reggimento, formano un cordone di protezione attorno alla casa del loro ufficiale. Tenente Antonio Fortunato. ”Presente!” rispondono in silenzio. Il frastuono delle esplosioni ce l’hanno dentro.


http://www.ilmessaggero.it/articolo_app.php?id=22107&sez=HOME_INITALIA&npl=N&desc_sez=

SOCIETA'
19 settembre 2009
Integrazione: Marocchina diciottenne sgozzata dal padre-padrone
 

L'integrazione resta un'utopia
per le donne musulmane

 

Dafani Sanaa la ragazza di 18 anni uccisa

Marocchina diciottenne sgozzata dal padre-padrone. Era fidanzata con un italiano di 31 anni. La politica d'accoglienza si scontra con la rigidità delle regole familiari.

 

L'integrazione tra persone di razza, cultura e religione diverse è un obiettivo facile da raggiungere se c'è la volontà di farlo: basta frequentare una scuola qualunque dello Stivale e osservare come si comportano e si relazionano i bambini stranieri (quelli nati qui ma non solo loro) con gli amichetti di classe italiani. Se non fosse per i tratti somatici che li qualificano come cinesi, marocchini, cingalesi ecc. nulla li differenzia dagli altri.


Parlano con la stessa cadenza dialettale, indossano scarpe delle Winx o dei Gormiti, sognano di fare da grandi le veline e i calciatori. Gli ostacoli a questi processi d'integrazione, quando ci sono, nascono dentro quelle famiglie di immigrati strutturate e irrigidite da pregiudizi culturali e religiosi dove, chi si ribella entra in conflitto o ne viene espulso. Mariti e padri-padroni contro mogli e figlie, fratelli maggiori contro sorelle minori ecc. L'anello più debole restano le donne, che siano mogli, figlie o sorelle. Destinate a una situazione di sudditanza, straniere in terra straniera, condannate alla separazione fisica e culturale. In un contesto del genere il burqa diventa il simbolo di una segregazione coatta, dell'isolamento. Basta indossarne uno e farci un giretto dentro per rendersene conto.


Uno scafandro-sudario soffocante che ti impedisce la visione laterale come i paraocchi dei muli. Non c'è giustificazione culturale (o religiosa) che tenga, non ci sono «scappatoie» neanche per altre pratiche barbare come la mutilazione dei genitali femminili. L'omicidio di Sanaa Dafani, la diciottenne di origine marocchina accoltellata martedì sera dal padre El Katawi Dafani, 45 anni, in un boschetto di Montereale Valcellina (Pordenone) è maturato in una «situazione» familiare del genere. Sanaa era bella, vestiva all'occidentale era piena di amici e con tanta voglia di integrarsi. Era arrivata in Italia nel 2003 insieme alla famiglia e qui aveva frequentato le scuole medie.


Martedì si trovava in macchina con il fidanzato italiano Massimo Di Biasio di 31 anni. Il padre li ha aggrediti a colpi di coltello. Entrambi feriti sono scesi dalla vettura dandosi alla fuga. Ma Dafani, accecato dall'ira, ha rincorso la figlia e le ha squarciato la gola. L'ha quasi decapitata. L'uomo non approvava la relazione: troppo giovane sua figlia, troppo anziano lui, 31 anni. Ma l'ipotesi più probabile è: lei musulmana non poteva convivere con un italiano cattolico. Dicono che il padre arrestato dai Carabinieri, ora è tranquillo: ha lavato l'onta con il sangue. S'ipotizza il reato di omicidio premeditato. C'è un testimone che lo incastra. La madre della giovane invece piange, sottomessa.

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Natalia Poggi

17/09/2009

http://iltempo.ilsole24ore.com/2009/09/17/1070895-integrazione_resta_utopia.shtml


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POLITICA
18 settembre 2009
STOP ALLA PILLOLA CRIMINALE
 

A TUTTI I POLITICI, MAGISTRATI, MEDICI E RESPONSABILI DELLA COSA PUBBLICA

STOP ALLA PILLOLA CRIMINALE

La RU486 è una lama a doppio taglio: contro il nascituro e contro la madre perché, nella migliore delle ipotesi provoca non solo la morte del bambino, ovviamente, ma in alcuni casi anche quella della madre; in molti casi disfunzioni ormonali con ingrossamento perenne delle ovaie e disturbi psico-fisici difficilmente curabili; quasi sempre favorisce la sterilità impedendo future gravidanze, anche quando fossero desiderate.

Cari signori politici, magistrati, medici e responsabili della Cosa Pubblica:

  a.. vogliamo proprio una società di morte peggiore di quella che ci stiamo ritrovando a forza di pericolosi lasciapassare su tutto?
  b.. Vogliamo spingere le ragazzine a prostituirsi facilmente e irresponsabilmente, promettendo loro un pesticida umano "fai da te" nel caso dovessero rimanere incinte?

Gravissima è la vostra responsabilità perché queste scelte ricadono sempre su tutta la Nazione che ne pagherà le spese nei modi che neppure osiamo immaginare.

Vi preghiamo di avere il coraggio di dire NO a tanta barbarie nella certezza che il Signore premia sempre i coraggiosi.        

 Grazie

                                                           Patrizia Stella - Verona
patrizia.stella@alice.it


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POLITICA
18 settembre 2009
Kabul, domenica rientro delle salme
 

Kabul, domenica rientro delle salme

I feriti potrebbero partire in giornata

Arriveranno domenica mattina all'aeroporto di Ciampino i feretri delle sei vittime italiane dell'attentato di Kabul. E' quanto si apprende da fonti militari. Sono invece ancora a Kabul e partiranno forse già questa mattina i quattro militari rimasti feriti nell'esplosione. I corpi delle vittime saranno sottoposti ad autopsia, successivamente sarà allestita la camera ardente. I funerali di Stato si svolgeranno lunedì.

La situazione in tempo reale

http://www.tgcom.mediaset.it/mondo/articoli/articolo460573.shtml

10.50 - Funerali di Stato e minuto di silenzio. I funerali solenni per i sei militari italiani uccisi nell'attentato in Afghanistan si terranno lunedì, giornata per la quale è stato deciso il lutto nazionale con un minuto di silenzio nelle scuole e negli uffici pubblici. E' quanto deciso dal Consiglio dei ministri. Le esequie dovrebbero svolgersi nella stessa basilica che ospitò i funerali dei carabinieri caduti a Nassirya, la basilica di San Paolo a Roma.

09.30 - Berlusconi: "Ci vuole transition strategy". "Noi avevamo già un progetto, sempre condiviso con gli alleati, di riportare a casa i soldati che avevamo mandato in occasione del periodo elettorale: e poi bisognerà mettere a punto una transition strategy per caricare di maggior responsabilità il nuovo governo". Cosi il premier Silvio Berlusconi nel corso di una visita al consiglio supremo di difesa, è tornato a parlare della missione italiana in Afghanistan.

08.30 - Indagini sul kamikaze. Continuano le indagini per stabilire la dinamica dell'attacco. Non è ancora chiaro se l'autobomba fosse ferma ed è stata azionata a distanza, oppure se un kamikaze - come sembra più probabile - si sia scagliato contro il convoglio.

08.00 - Comandante Italfor: "Missione va avanti". Il colonnello Aldo Zizzo, comandante di Italfor, ha riunito tutti gli uomini e le donne in divisa alla base italiana nella capitale afgana per un breve discorso in memoria dei caduti e di incoraggiamento per i presenti. "La missione continua. Sono molto addolorato. Avevo sperato di potervi riportare a casa tutti", ha detto Zizzo. "Non andremo via un minuto prima del necessario".

07.00 - Frattini: "Regole da cambiare". Le modalità della missione militare italiana e internazionale in Afghanistan vanno modificate sostiene in un'intervista al Corriere della Sera il ministro degli esteri Frattini. "Dobbiamo ancora conqui¡stare la fiducia e i cuori degli afghani", ammette il ministro degli Esteri: "Anche per gli inglesi è stato il mese peggiore. Va cambiato molto", ricono¡sce Frattini.


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POLITICA
18 settembre 2009
RICORDIAMO I NOSTR RAGAZZI MORTI IN AFGHANISTAN
 

RICORDIAMO I NOSTR RAGAZZI MORTI IN AFGHANISTAN

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*Giandomenico Pistonami, la ragazza lo aspettava per le nozze

 

dal nostro inviato Mihele Concina
LUBRIANO (Viterbo) - E’ cresciuto in un paradiso, per andare a morire in un inferno, a 26 anni. Giandomenico Pistonami, caporal maggiore della Folgore, uno dei sei caduti di ieri in Afghanistan, veniva da questo paese che pare una cartolina. L’Umbria a trecento metri, mille abitanti che si conoscono tutti dalla nascita, un panorama da togliere il fiato su Civita di Bagnoregio, sulla rupe e sui calanchi, colline profumate di funghi e terra smossa.
Giandomenico se n’era andato a diciott’anni, per il servizio militare. Una vita che gli era piaciuta: aveva firmato come volontario, poi era passato al reggimento di paracadutisti stanziato a Siena. Aveva anche tentato la carriera da sottufficiale, ma alla selezione per la Scuola marescialli non era passato. Due anni fa aveva già accettato una missione pericolosa, in Libano. Quella in Afghanistan era cominciata a maggio, nei giorni del suo compleanno; e non è finita più.
Il paese, adesso, si pigia tutto -taciturno, a braccia conserte- nel portico della casa in aperta campagna dove vivono Franco e Annarita Pistonami. Un muretto di tufo nudo, tegole, un vialetto. Dettagli ben fatti, incastri precisi, la mano di chi se ne intende: Franco è operaio in una piccola azienda edile, Annarita si occupa del loro pezzetto di terra, vigne e olivi giovani. Se ne stanno in un angolo, rigidi, quasi catatonici, accolgono cortesi ma assenti i mormorii di condoglianza. Sanno che fra qualche giorno resteranno soli, per sempre: Giandomenico era il loro unico figlio.
A consolarli meglio di tutti è una ragazza magra, con gli occhi azzurri e un caschetto di capelli neri. Abbraccia Annarita più che può, la sostiene, cerca di fare anche un po’ la padrona di casa. Si chiama Zueca, da quattro anni erano per lei i sorrisi migliori di quel soldato che -dicono tutti- sprigionava allegria. Alla prima licenza dovevano stabilire definitivamente la data delle nozze; nel 2011, pensavano. A tenerla in piedi, almeno per ora, è una fede profonda. A Lubriano è tradizione che i giovani del paese si occupino per un anno, volontariamente, della manutenzione del santuario della Madonna del Poggio. Zueca ha mantenuto l’incombenza per tre anni.
I paesani hanno poca voglia di parlare. Solo una donna, uscendo, pronuncia un breve elogio funebre: «Giandomenico era un angelo, Dio lo protegga».

 

http://www.ilmessaggero.it/articolo_app.php?id=22104&sez=HOME_INITALIA&npl=&desc_sez=

 

*Roberto Valente, aveva ottenuto da pochi giorni il trasferimento in Campania

 

di Gigi Di Fiore

NAPOLI (18 settembre) - Aveva sorriso e scherzato con gli amici di sempre. Aveva dato a tutti appuntamento per gli inizi di novembre, quando sarebbe dovuto tornare da Kabul. Contento perché, dopo undici anni, era riuscito ad ottenere il trasferimento in una sede militare nella sua regione, la Campania. Vicino casa. In un giorno, la gioia si è trasformata in tragedia.

Roberto Valente tornerà a Napoli in una bara avvolta dal tricolore. Morto, insieme con cinque suoi commilitoni, nell’agguato talebano in Afghanistan. La giovane moglie, Stefania Giannattasio, continua a ripetere stordita di essere fiera del suo Roberto. Del suo paracadutista di poche parole, che aveva scelto molto presto la vita militare. Aveva vent’anni, Roberto Valente, quando decise di arruolarsi. In tasca un diploma dell’istituto tecnico, il desiderio di guadagnare anche dopo aver perso il padre. Roberto divenne soldato per professione, in quella brigata «Garibaldi» a Caserta sempre tra le prime nelle missioni di pace all’estero. Con la «Garibaldi» partecipò alla missione «Riace» contro la criminalità organizzata in Calabria, poi in Albania con le forze multinazionali. Tre anni di prime esperienze tra il 1994 e il 1997. A Napoli, il suo quartiere era Fuorigrotta, la sua casa in quella via Consalvo che sale verso via Manzoni e arriva al Vomero.

«Era un ragazzo buono, che aveva fatto tanti sacrifici», dicono gli amici che aveva salutato appena tre giorni fa. Aveva voluto una cena, con quelli che conosceva da sempre in una pizzeria del quartiere. Dopo 15 giorni di licenza a casa, sarebbe tornato a Kabul. Stefania, che aveva conosciuto tempo fa, non gli faceva pesare la distanza. Ogni missione era preoccupata, ma sapeva che lui lo faceva per assicurare un futuro migliore al loro figlio, per guadagnare di più. Da lontano, Roberto si sforzava di rasserenare i familiari. «Ci sentiamo appena arrivo, state tranquilli che tornerò; io devo tornare», aveva detto alla partenza da Napoli salutando la moglie e la mamma.

http://www.ilmessaggero.it/articolo_app.php?id=22109&sez=HOME_INITALIA&npl=N&desc_sez=

 

*Antonio Fortunato, il papà: avevo paura per lui

 
di Sandro Vacchi

SIENA (18 settembre) - La processione verso la palazzina di Badesse l’apre uno sconosciuto che porta un gran mazzo di fiori bianchi a Gianna, una vedova di 32 anni. Il suo bambino, Martin, di anni ne ha sei e ha cominciato la scuola l’altroieri. Non ce l’ha accompagnato il babbo, però: lui, Antonio Fortunato, accompagnava dei soldati, era il tenente che li comandava, a diecimila chilometri dal borghetto toscano dove rivedeva qualcosa del paese natio, Lagonegro, tanto più a Sud, nell’Appennino lucano.

Il tenente, lo chiamavano tutti, commilitoni e vicini di casa che ora spendono le parole più struggenti per lui. Arriva Valentino Bruno, qui in via Togliatti. E’ il sindaco di sinistra di Monteriggioni, capoluogo di Badesse, che rende omaggio all’uomo della Folgore e ricorda come grazie all’appoggio dei militari il Comune avesse recuperato un terreno abbandonato al confine col territorio di Siena. Arrivano le dolenti mogli di ufficiali, sottufficiali e soldati della caserma ”Bandini” e tentano di consolare Gianna Passeri, ormai priva di lacrime. Sale nell’appartamento un assessore regionale, poi una psicologa. «E’ successa una brutta cosa al tuo papà» sussurra a Martin, e lo accarezza. Si trattiene due ore in casa, ore lunghissime. Poi dalla Basilicata arrivano i genitori del tenente. Straziato il papà Domenico: «Eravamo terrorizzati ogni volta che partiva». L’altro figlio Alessandro lo abbraccio: «Ma era la sua ragione di vita».
«Era un angelo, sempre pronto ad aiutare tutti qui nel condominio. Bravo, davvero bravo. E anche Matteo», aggiunge piangendo l’anziana signora Rosa, ricordando il ”suo” tenente e il giovane sardo Mureddu che viveva qui a pochi metri. Anche lui ammazzato a Kabul. «Prima della missione il tenente mi aveva confidato che stavolta non aveva voglia di partire.» Che se lo sentisse? O, più semplicemente, non gli andava di lasciare soli i suoi cari per tanto tempo, ancora una volta.

Al bar ”Bomber”, proprio sotto la palazzina di mattoni a vista, ricordano benissimo quel soldato tutto d’un pezzo ma cordiale, quando passeggiava con il suo bambino e scendeva a prendergli un gelato. Mesi fa, perché il tenente Fortunato era in Afghanistan da maggio e sarebbe dovuto rientrare in Italia in novembre, dal suo bimbo e da Gianna, insegnante precaria in un istituto tecnico di Siena. Avvicinarsi è impossibile. Carabinieri e soldati della Folgore, e non solo del 186° reggimento, formano un cordone di protezione attorno alla casa del loro ufficiale. Tenente Antonio Fortunato. ”Presente!” rispondono in silenzio. Il frastuono delle esplosioni ce l’hanno dentro.


http://www.ilmessaggero.it/articolo_app.php?id=22107&sez=HOME_INITALIA&npl=N&desc_sez=

*Massimiliano Randino, era tornato in anticipo per la sua prima missione

 

di Fulvio Scarlata

NOCERA SUPERIORE (Salerno) (18 settembre) - Non doveva essere a Kabul, Massimiliano Randino. Tornato a Nocera Superiore per una licenza da dodici giorni, aveva fissato il rientro in Afghanistan domenica prossima. Poi l’improvviso cambio di programma: mercoledì scorso zaino pronto e via in aereo. Neanche il tempo di atterrare, ieri, e il trentaduenne era subito pronto per la prima, sospirata, missione in prima linea. «È morto da eroe, è morto da eroe servendo la Patria» ripete ora inconsolabile sua madre Anna D’Amato.

Poco dopo mezzogiorno un telefono con chiamata satellitare proveniente dall’altra parte del mondo è squillato in via Pucciano. «Mamma, c’è stato un attentato, ma non sono coinvolta». Maria, 24 anni, parà della Folgore proprio come Massimiliano, amica e dirimpettaia nell’Agro, non era per nulla spaventata. A Kabul da luglio sapeva che il commilitone caporale maggiore al cui matrimonio aveva partecipato quattro anni fa, era lontano, al sicuro in Italia.

E quel corpo straziato è rimasto a lungo senza identità preciso. «M. R. nato a Pagani» prima informazione, poi consultazioni a Cava de’ Tirreni dove i Randino hanno vissuto fino al 1992, infine Nocera Superiore. È toccato al sindaco Gaetano Montalbano contattare la famiglia. E quando il telefono è squillato in casa Trotta è sceso il gelo. Mario, 63 anni, ex imbianchino, Anna 58 anni, ex impiegata all’Ericson, Vincenzo, 77 anni, padre della moglie di Massimiliano, si sono sentiti morire. La forza di chiamare l’altro figlio, Roberto, 21 anni, al corso per diventare vigile del fuoco. Ancora un telefono che squilla, ma a Sesto Fiorentino, nella città dove il parà si era trasferito nel 2005 con un urlo: «Voglio morire» della moglie Pasqualina, originaria di Angri, un matrimonio senza figli forse come scelta per il tipo di vita di Massimiliano.

http://www.ilmessaggero.it/articolo_app.php?id=22108&sez=HOME_INITALIA&npl=N&desc_sez=

 

*Matteo Mureddu: mamma, è l'ultima missione, poi mi sposo

 
di Umberto Aime

ORISTANO (18 settembre) - Matteo Mureddu, a maggio, emozionato, con un filo di voce, aveva confidato alla madre: «Stai tranquilla, questa è la mia ultima missione in Afghanistan. Eppoi, tutti insieme, pensiamo al matrimonio. Con Alessandra, abbiamo deciso la data: il 13 giugno».

Alle 12.40, ora di Kabul, tutti i sogni sono stati spazzati via. Quelli del parà Matteo Mureddu, 26 anni, compiuti il 7 agosto, della madre Greca, del padre Augusto e anche di Alessandra Fiori, la fidanzata del caporalmaggiore della Folgore. Sogni dilaniati, fatti a pezzi dall’autobomba esplosa in mezzo ai due gipponi “Lince” sulla strada per l’aeroporto. Molto lontano, troppo, dalla casa in fondo alla strada intitolata a Papa Giovanni, ultima via di Solarussa, paese della provincia di Oristano, duemila abitanti e sulle guide turistiche conosciuta per una Vernaccia che profuma di ginepro. Qui è nato Matteo Mureddu, in una villetta tirata su dal padre allevatore, con il soldi del latte e della lana del suo piccolo gregge. Ma anche con gli ingaggi all’estero dei due figli militari di carriera nella Folgore, Stefano, il primogenito, e Matteo, l’ultimo nato.

«I miei due gioielli», ha detto in cucina la madre al comandante generale dell’Esercito, Sandro Santroni, che ieri si è presentato con la tremenda notizia. «Uno dei miei gioielli mi è stato strappato via dal grembo in un paese straniero», ha aggiunto prima di accasciarsi tra le braccia di Grazia, la secondogenita. Il resto di una maledetta giornata è andata avanti tra le lacrime, con il padre che dice: «Perché quella in Afghanistan la chiamano ancora missione di pace?». Amarezza e dolore, insieme. Con due figli soldati, nella casa di Solarussa la paura non è rimasta mai fuori dalle mura. Stefano, 38 anni, anche lui paracadutista della Folgore, e Matteo erano spesso in missione all’estero.

La vittima era già stato nei Balcani, nel 2005, e due anni dopo in Libano. Ma dopo l’Afghanistan, il rientro era previsto a ottobre, il paracadutista voleva pensare soltanto al matrimonio. A sposare Alessandra Fiori, 30 anni, nata in un paese vicino ma conosciuta a Siena, dove i due avevano messo su casa.


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*Davide Ricchiuto, il sogno: dare la vita per la patria

 
di Gabriele Rosafio

LECCE (18 settembre) - «Il mio sogno è quello di morire per la Patria». Parole gravi, confidate a qualche amico, forse dette con un pizzico di scaramanzia per esorcizzare i pericoli dei giorni vissuti in missione. Parole che accompagneranno per sempre Davide Ricchiuto, il caporal maggiore di 27 anni morto in Afghanistan. Era partito da Tiggiano, piccolo paese del Salento di tremila anime, per bisogno di lavoro, ma quello che aveva trovato nell’Esercito gli piaceva: prima il servizio di leva e poi in ferma permanente presso il 186esimo Reggimento Paracadutisti della Folgore, di stanza a Siena, con alle spalle altre due missioni delicate: Kosovo e Libano. Davide Ricchiuto era autista, era giunto in Afghanistan il 6 maggio scorso e da allora non era più tornato in Italia.

L’ultima volta che Ricchiuto aveva visto la sua famiglia a Tiggiano era stata la scorsa Pasqua. I familiari lo attendevano a casa anche per fine agosto, ma poiché a Kabul si era verificata una carenza di autisti nell’Esercito la licenza non gli era stata più accordata. Gli amici dicono di lui che «è morto da eroe». La morte del militare è giunta in casa Ricchiuto, in via Genova, poco prima delle 14 con una telefonata. Poco dopo il generale Carmelo Cutropia, comandante della Scuola di Cavalleria di Lecce, e il cappellano militare hanno raggiunto la famiglia per incontrare la madre e la sorella del caporal maggiore. Il padre stava rincasando dalla vicina Casarano dove lavora come operaio edile, quando ha scorto le auto dell’Esercito. Gli è bastato poco per avere anch’egli la conferma che uno dei morti di Kabul era proprio il figlio. Corre verso casa ma sulla soglia si accascia per un malore

Subito dopo è stato il sindaco di Tiggiano, Ippazio Antonio Morciano, a portare le sue condoglianze, poco dopo tutto il paese. «E’ morto da eroe», dicono gli amici con i quali Daniele Ricchiuto era in contatto via e-mail o attraverso i gruppi dei social network, uno spazio di incontro che è diventato un luogo della memoria e del rimpianto.


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POLITICA
18 settembre 2009
Afghanistan, attacco ai militari italiani
 
Autobomba contro due blindati Lince sulla strada per l'aeroporto della capitale
Due delle vittime oggi a Kabul. La rivendicazione dei Taliban. Morti 15 civili

Afghanistan, attacco ai militari italiani
Uccisi sei parà della Folgore, 4 feriti

Usati 150 chili di esplosivo. Il ministro della Difesa La Russa: "Infami non ci fermeranno"
La condanna di Karzai: "Mai dimenticheremo l'aiuto degli italiani a favore della pace"


Afghanistan, attacco ai militari italiani Uccisi sei parà della Folgore, 4 feriti

Il blindato italiano obiettivo dell'attentato

KABUL - E' quasi mezzogiorno a Kabul quando si scatena l'inferno. Sulla strada per l'aeroporto, un'auto imbottita di 150 chili di esplosivo si lancia contro due blindati italiani. Lo scoppio si sente a chilometri di distanza. Muoiono sei paracadutisti della Folgore, altri quattro (tre paracadutisti ed un aviere), restano feriti. Molte sono le vittime anche tra i civili, almeno quindici afghani che affollavano un mercato vicino.

Due soldati appena rientrati dalla licenza. Il convoglio assaltato rientrava al quartier generale del contingente Isaf dopo aver raccolto all'aeroporto un paio di paracadutisti appena sbarcati dall'aereo che li riaccompagnava a Kabul al termine di una licenza in Italia. All'altezza del check point che controlla il traffico verso l'aeroporto, la Toyota bianca carica di esplosivo si è lanciata contro il primo mezzo del convoglio. E' stata una carneficina. Nessun soldato a bordo di quel blindato ha avuto scampo. Le fiamme hanno raggiunto anche il secondo Lince, sul quale è morto un altro soldato e sono rimasti feriti gravemente i quattro commilitoni che sedevano con lui.

I nomi delle vittime. Appartenevano al 186esimo Reggimento Paracadutisti di stanza a Pisa: quattro caporal maggiore; un sergente maggiore, e il tenente che comandava i due blindati. Con loro, sono 21 i militari morti dall'inizio della missione in Afghanistan dal 2004. Tenente Antonio Fortunato, 35 anni, originario di Lagonegro (Potenza); primo caporal maggiore Matteo Mureddu, 26 anni, di Solarussa, un piccolo paese sardo in provincia di Oristano, fratello minore di Stefano, anch'egli militare; primo caporal maggiore Davide Ricchiuto, 26 anni, nativo di Glarus (Svizzera); sergente maggiore Roberto Valente, 37 anni di Napoli, e primo caporal maggiore Gian Domenico Pistonami, 26 anni di Orvieto; primo caporal maggiore Massimiliano Randino, salernitano, 32 anni.

Un cratere sull'asfalto: "Sembrava la fine del mondo". Un'esplosione devastante. Decine di veicoli hanno preso fuoco. Lo scoppio è stato così violento che sull'asfalto ha provocato un cratere profondo quasi un metro. Khuja Hedayatullah si trovava nel bazar a pochi metri di distanza dal luogo dell'attentato: "Sembrava la fine del mondo". In quel momento il mercato vicino era affollato di gente che faceva la spesa per la fine del Ramadan. "Prima c'è stato un fragore enorme - racconta il testimone - e poi piccole esplosioni dall'interno del blindato. Tutto intorno, sulla strada, c'era gente che implorava aiuto, sanguinava e gridava. Molti erano morti. L'aria era piena di fumo e le fiamme erano altissime".

I Taliban rivendicano l'attentato. L'attentato è stato rivendicato dai Taliban. Sul sito ufficiale dei militanti è scritto con tono trionfalistico: "Guidava l'autobomba un eroe dell'emirato islamico, il mujahid Hayatullah". Della strage di civili accusano i militari: "E' colpa della forza di occupazione che, dopo l'esplosione, ha iniziato a sparare alla cieca colpendo molti tra i presenti sul posto".

La Russa: "L'Italia resterà in Afghanistan". Quest'ultimo attentato non cambierà però la strategia del governo. Il ministro della Difesa Ignazio La Russa, al Senato, ha ribadito in Parlamento che "infami e vigliacchi non ci fermeranno. In accordo con le istituzioni internazionali questa missione continuera". Parole confermate anche dal ministro degli Esteri Franco Frattini: "Dobbiamo restare per dimostrare che l'orgoglio dell'Italia è sempre alto".

La giornalista: "Sui quei blindati dovevo esserci io" I due blindati Lince, dall'aeroporto stavano rientrando al quartier generale del contingente in compagnia di due commilitoni appena rientrati dall'Italia. Cristina Balotelli, giornalista di Radio24-Il Sole 24 Ore, era arrivata all'aeroporto di Kabul, sullo stesso volo sul quale avevano viaggiato i soldati. All'uscita dallo scalo c'erano i paracadutisti. "Ci hanno detto: adesso portiamo i nostri al quartier generale. Poi torniamo indietro e veniamo a riprendervi. Stavamo caricando i bagagli in un container - ricorda la reporter - quando abbiamo sentito il rumore sordo di un'esplosione in lontananza e abbiamo visto alzarsi una colonna di fumo verso il cielo".

L'esperto: "Il Lince non ha rivali". E riesplode la polemica sull'affidabilità dei blindati Lince. Dopo l'attacco di luglio in cui morì il caporal maggiore Alessandro Di Lisio, l'artificiere della Folgore vittima di un ordigno esploso sotto il blindato vicino a Farah, i gipponi sono stati rinforzati ma non è stato sufficiente. Gli esperti però ripetono che i blindati italiani restano i migliori: "Sostenere che i Lince non sono sicuri - ha detto Andrea Nativi, direttore di Rid, Rivista italiana difesa dal 2000, e dal 2008 di Risk - è una polemica inutile. Se qualcuno mi trova un mezzo del genere che resiste meglio alle bombe, lo premio. A livello mondiali, il Lince non ha rivali".

Karzai: "Non dimenticheremo mai l'aiuto italiano". L'attentato suicida è avvenuto pochi minuti dopo che il presidente Hamid Karzai aveva concluso una conferenza stampa dedicata ai risultati contestati delle elezioni. "E' un attentato barbarico e anti-islamico", ha detto Karzai. "Gli afgani non dimenticheranno mai il servizio che i militari italiani stanno rendendo a favore della pace e della sicurezza nel nostro paese".

Sei anni fa, Nassiriya. Quello a Kabul è il più grave attentato subito dalle truppe italiane dalla strage di Nassiriya, in Iraq, del 12 novembre 2003. Nell'esplosione di un camion-cisterna davanti alla base italiana Msu dei Carabinieri, ci furono 28 morti, 19 italiani (12 carabinieri, cinque militari dell'Esercito e due civili di una troupe che girava un documentario), e 9 iracheni.

(17 settembre 2009)

 

http://www.repubblica.it/2009/09/sezioni/esteri/afghanistan-19/afghanistan-19/afghanistan-19.html


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SOCIETA'
18 settembre 2009
SANAA: UNA SFORTUNATA RAGAZZA MAROCCHINA
 

 

MAROCCHINA UCCISA: SI INDAGA SUL PADRE

 

(AGI) - Mantereale Valcellina (Pordenone), 16 set. - El Ketawi Dafani, il cittadino marocchino di 45 anni fermato ieri sera dai Carabinieri con l'accusa di aver ucciso a coltellate la figlia, Sanaa, 18 anni e di aver ferito il suo fidanzato Massimo Di Biasio di 31 anni, avrebbe cominciato a parlare. Lui sulla scena del delitto ci sarebbe stato. Blocca tutto pero' il comandante dei Carabinieri Pierluigi Grosseto che dice: "Non ha ammesso niente e non c'e' stato alcun interrogatorio diretto. Ci sara' un'udienza di convalida tra venerdi' e sabato davanti ad un difensore d'ufficio. Lui infatti per il momento non si e' nominato alcun legale. Tutto quello che viene detto e scritto al di fuori di questo non e' roba mia. Aggiungo anche che l'arma del delitto non e' stata trovata e che sono una quindicina gli uomini dell'arma che la stanno cercando". Questa mattina il capitano Grosseto ha avuto un lungo colloqui con il Procuratore di Pordenone Maria Grazia Zaina per riferirle passo passo tutto quello che e' avvenuto dopo la scoperta del delitto. Ora sara' lei che tirera' le fila del fatto di sangue e che assieme al Gip stabilira' nuovi appuntamenti investigativi. Resta chiaro il fatto che El Ketawi Dafani avrebbe ucciso la figlia perche' non condivideva la relazione che aveva con un italiano di religione diversa dalla sua: lui cattolico lei musulmana. I rapporti fra padre e figlia sarebbero poi peggiorati, dopo la decisione della ragazza di andare a vivere con il giovane, una scelta incompatibile con lo stile di vita musulmano. Cosi' sarebbe maturato l'accoltellamento di ieri sera. El Ketawi Dafani avrebbe atteso la coppia a Grizzo di Montereale Valcellina mentre in auto andavano al ristorante dove la ragazza lavorava e di cui il giovane e' socio. L'uomo avrebbe bloccato la loro auto poi avrebbe ammazzato la figlia e ferito il fidanzato che tentava di difenderla. Un delitto gia' paragonato con quanto accaduto nel bresciano con la giovanissima pakistana Hina Saleem. Anche per Sanaa Dafani una morte orribile: sgozzata. Il colpo di coltello sferrato dal padre una volta raggiunta nel boschetto, le ha squarciato la gola. La scena presentatasi ai Carabinieri di Sacile (Pordenone) e' stata orribile e a nulla sono valse le cure dei sanitari del 118 per tentare di salvare la ragazza, mentre il fidanzato e' stato ricoverato all'ospedale, dove non versa in pericolo di vita. Intanto all'appartamento di El Ketaoui sono stati postii sigilli e per oggi e' previsto un sopralluogo.

 

http://www.agi.it/cronaca/notizie/200909161136-cro-rt11075-marocchina_uccisa_prime_ammissioni_dal_padre


LA VITTIMA DI PORDENONE

Sanaa, gli amici su Facebook
e un paio di jeans «Voglio una vita mia»

La madre del fidanzato della 18enne uccisa in un boschetto:«Avevano paura»

DAL NOSTRO INVIATO
MONTEREALE VALCELLINA (Por­denone) — Jeans e maglietta.
La gonna quando era lontana da casa, ma mai troppo corta. Un filo di truc­co. Il profilo su Facebook. Amici ma­rocchini. Anche tanti italiani. Sanaa non ricordava praticamente nulla di Casablanca. Anche se in casa il padre le ripete­va in maniera quasi ossessiva che «lei veniva da un’altra terra, che cer­te cose non sono ammesse». Ora, piangendola, gli amici di scuola, del­le medie di Azzano Decimo, la ricor­dano durante la ricreazione, l’ora delle merenda: «Lei andava pazza per i panini, ma sapeva benissimo, perché il padre non perdeva occasio­ne per dirglielo, che è vietato ai mu­sulmani mangiare prosciutto e sala­me: si metteva in disparte e ingoia­va tutto in un sol colpo, facendoci il gesto di stare zitti, di non dire nulla ai suoi». Un panino, un morso di na­scosto: l’integrazione, la voglia di normalità, passa anche di qui. E Sa­naa, capelli neri a cadere sulle spal­le, una luce intensa negli occhi, il sorriso sempre pronto, voleva im­mergersi fino in fondo in questa vi­ta, vita italiana, con i suoi riti e le sue brutture, ma comunque lontana anni luce da quella che sentiva rac­contare in casa dal padre, sovrano assoluto di una famiglia di sole don­ne: la moglie Fatna e le due sorelli­ne, 7 e 4 anni.

Troppo lontani lei e quel genito­re. «Fino a qualche anno fa — rac­contano alla trattoria Lido, dove Da­fani lavora da 9 anni come aiuto cuo­co senza mai dare problemi —, Sa­naa ogni tanto veniva a trovare il pa­dre ». Poi le visite si sono diradate sempre più. Indizi di quelli che il procuratore capo ha eufemistica­mente definito «dissidi familiari». Sempre più profondi man mano che Sanaa cresceva. La prima vera frattura si è aperta qualche anno fa quando la ragazza, concluse le medie, ha comunicato al padre l’intenzione di abbandonare la scuola. «Voglio lavorare, voglio guadagnare, così posso anche aiutar­vi ». Il genitore sognava altro, ma non c’è stato niente da fare. «Bella, sorridente e volonterosa» la ricorda tra Azzano Decimo e Tiezzo chi le diede i primi lavoretti, in alcuni bar e pub. Sempre più sicura di sé e deci­sa a trovare un’occupazione stabile, la ragazza ha allargato a Pordenone la sua ricerca ed è stato qui, nella piz­zeria Barrique, che ha conosciuto Massimo De Biasio, titolare del loca­le. Quel giorno, più che un lavoro, Sanaa ha trovato l’amore. Assunta in un altro locale di cui l’uomo è so­cio, la «Spia» a Montereale Valcel­lina, tra i due è na­ta una relazione. «Facevano sul serio, erano molto uniti— racconta il padre di Massimo, Gianni —. Quando mi hanno det­to che pensavano di andare a convivere, ho dato loro un apparta­mento. Sanaa era diventata una di fa­miglia: quando poteva, veniva ad aiutarmi nel panificio». Solo per un po’ la ragazza è riusci­ta a tenere nascosta al padre la sto­ria con quell’uomo italiano, di un’al­tra religione, così lontano dal mon­do di El Katawi Dafani.

Un incubo. «Spesso si sentivano delle urla in ca­sa » racconta Flavia Bortolussi, che vive a Piezzo vicino all’appartamen­to di Dafani. E quando Sanaa, forte del fatto di essere diventata maggio­renne, ha deciso di lasciare la fami­glia per trasferirsi con il fidanzato, qualcosa si è rotto nella mente del­l’aiuto cuoco. Racconta la madre di Massimo: «I due ragazzi avevano paura. Negli ultimi tempi quell’uo­mo telefonava sempre più spesso a casa, minacciando la figlia. Nessuno certa immaginava una fine del gene­re. È terribile, Sanaa voleva solo vi­vere la sua vita. E il mio Massimo è salvo per miracolo...». Se n’erano ac­corti anche in paese. Racconta un amico: «L’avevo detto a De Biasio di stare alla larga da quell’uomo, ma lui mi diceva che prima o poi la cosa si sarebbe risolta...». E invece no: Sa­naa ha perso la sua battaglia come la perse tre anni fa Hina, la pakista­na di 20 anni, pure lei uccisa dal pa­dre. Quando l’integrazione diventa disintegrazione.

Francesco Alberti
 
http://www.corriere.it/cronache/09_settembre_17/sanaa_facebook_alberti_bcfb3490-a354-11de-a213-00144f02aabc.shtml


 

il Giornale.it

articolo di venerdì 18 settembre 2009

Logica islamica: per la madre Sanaa se l’è cercata

di Luciano Gulli

La mamma della ragazza 18enne, uccisa a coltellate dal padre, perdona il marito: «Mia figlia ha sbagliato ad andarsene di casa». Il sindaco: «Questa donna e la sua famiglia sono indesiderati, vadano via dal paese»
nostro inviato a Pordenone

«Perdonarlo? Ha detto che perdona il marito dopo che le ha ammazzato la figlia? Ma questo è inaudito, è inconcepibile, è gravissimo. Qui non siamo mica nel deserto del Sahara! Ma come? Invece di dare un segnale forte e inequivoco nei confronti delle donne musulmane che vivono soggiogate dai loro mariti, questa signora… No,mi dispiace. Io non ho il potere di espellerla, ma una cosa gliela voglio dire bella chiara: una persona così, nel mio Comune, è una persona indesiderata».
Il sindaco di Azzano Decimo, il leghista Enzo Bortolotti, è in collera. Gli daranno del razzista, ma al sindaco famoso per aver firmato la prima ordinanza «anti burqa» (vuoi girare col volto coperto? Raus!) non gliene frega niente. Ha l’appoggio della sua gente, e tanto gli basta.
Ma come si fa a dirlo a Fatna Sharok, 39 anni, la mamma di Sanaa, che ad Azzano non la vogliono più? «El Ketawi è mio marito, abbiamo altre due figlie: che devo fare? Ha sbagliato, ma ha sbagliato anche Sanaa ad andarsene di casa... », geme lei, sorvegliata a vista dall’imam di Pordenone e dal cognato Mohammed, arrivato fresco fresco da Casablanca. Ma poi: è proprio vero che Fatna non potrà più tornare a casa, che è «indesiderata»? Andiamo, Bortolotti... «Ma no, dài - sbuffa il sindaco, ora che ha smesso di schiumare -. Il Comune si occuperà di questa famiglia, è anche nostro dovere tutelare i minori. Però la devono capire. Siamo in Friuli qui, mica a Marrakech».
Fatna Dafani, nata Sharok, andata sposa a 17 anni, è una donna corpulenta, massiccia, come spesso sono le donne musulmane alle soglie dei quaranta. Vestita di una jellaba color viola da cui spuntano solo gli alluci, il volto largo, dai lineamenti marcati, stretto da un velo violanero, Fatna si è rifugiata con le bambine che le sono rimaste (una di sette, l’altra di quattro anni) a casa di amici, gente del suo Paese, in una palazzina popolare a Villanova di Pordenone.
Parla poco, gli occhi colmi di sospetto, di diffidenza, e si capisce lontano un chilometro che ripete le cose che le hanno detto di dire suo cognato Mohammed e l’imam Ouatik, che la piantonano. Sono loro, i maschi, che dettano la linea. È sempre stato così a casa di Fatna, laggiù, in Marocco. Sono i maschi che comandano, che decidono. Sono i maschi, anche stavolta, che argomentano, che spiegano, che suggeriscono. Lei ripete come un povero pappagallo ammaestrato. «Sanaa da noi stava bene. Mio marito - detta nel suo italiano stentato - solo non voleva che Sanaa usciva la sera con ragazzi. Sanaa ha sbagliato ad andarsene di casa, a vivere con quel ragazzo. E ha sbagliato mio marito a fare quello che ha fatto. Ma è mio marito, è il padre dei miei figli, siamo sposati da 22 anni. Che senso avrebbe non perdonarlo?».
La religione diversa, la differenza d’età: niente di tutto questo, giura Fatna. «Quello che mio marito non sopportava era che Sanaa non era più a casa, e non sapevamo dove dormiva». Lei però non ha mai sospettato. Anche il giorno che ha visto uscire di casa El Ketawi con gli occhi torvi, il coltello in tasca, non sapeva, non ha capito. E neppure era sporco di sangue, quando rincasò. Quanto al suo presunto dispotismo: «Non è vero, mi lasciava venire a Pordenone da sola, col pullman... ».
Mohammed Dafani, 53 anni, tre figli, cognato di Fatna, abita a Preganziol, vicino Treviso, da trent’anni. Era a Rabat, quando è accaduta la tragedia. E fra qualche giorno, quando il giudice gli darà il permesso, ci tornerà, con la salma di Sanaa. Se la portano a casa, in Marocco. È Mohammed, camionista di mestiere, che ha elaborato insieme con il molto reverendo imam di Pordenone la linea di difesa. «Mio fratello non stava bene da quattro mesi. Forse era malato», dice toccandosi la tempia destra con l’indice. «Non mangiava, era sempre nervoso, solo fumava tanto. Mio fratello ha sbagliato, ma ha sbagliato anche quel ragazzo, Massimo De Biasio, a portarsi via Sanaa. L’aveva sequestrata, le aveva mangiato il cervello».
L’imam Ouatiq, la barbetta in tumulto, si intromette, sorridendo diplomatico. Capisce che il fratello di El Ketawi le sta sparando grosse, e corregge: «Qui non stiamo giustificando il gesto del papà di Sanaa. Ma questa tragedia si poteva evitare se il giovane italiano fosse venuto a casa, a presentarsi, a chiedere la mano, come si usa fra noi. Invece... ».
«Invece due giorni prima di martedì Sanaa parla con madre - interviene Mohammed Dafani, il lampo dell’astuzia negli occhi -. Madre dice a figlia: vieni a casa. Ma Sanaa risponde: non mi lascia venire». Sì? Sì, dice Fatna. Sì, dicono le teste degli altri due. Dunque un padre, invece di «liberare» la figlia le taglia la gola. Sì? «Lui malato», dice il fratello, e la solfa ricomincia.
Dal suo letto d’ospedale, Massimo De Biasio smentisce. «Se vi vedo insieme vi ammazzo, le aveva scritto in un messaggio sul telefonino. Ma come fai a pensare che possa succedere davvero?», racconta il giovane, rimasto ferito nel tentativo di difendere Sanaa dalle coltellate di El Ketawi. La religione, la mentalità, la gelosia di un padre come se ne vedevano al Sud, da noi, negli anni Cinquanta, Sessanta: ecco i motivi della tragedia, per Massimo. Però... «Però uno non può pensare di venire in Italia con i figli, vederli crescere qui, in questo mondo per loro nuovo e diverso, e pensare che non possa nascere un sentimento tra ragazzi e ragazze di culture diverse. Se uno ragiona così, è meglio che se ne stia a casa sua».

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SOCIETA'
18 settembre 2009
Australia:Sequestra e Abusa Della Figlia Per 30 Anni
 
Stupra la figlia per 30 anni:
arrestato un 60enne australiano
 

Proprio come l'austriaco Josef Fritzl: un uomo in Australia ha abusato della figlia e dalle violenze sono nati quattro figli. Ora dovrà rispondere di circa 80 capi d'imputazione, fra cui stupri e minacce

E' un caso simile a quello dell'austriaco Josef Fritzl, che tenne rinchiusa la figlia per 24 anni avendo con lei sette figli: un uomo è stato arrestato in Australia e incriminato di una serie di reati di sesso e di incesto commessi con la figlia in un arco di 30 anni. L'uomo, oltre 60 anni, dovrà comparire in tribunale in novembre, per rispondere di circa 80 capi d'imputazione, fra cui stupri e minacce di morte. I test del dna avrebbero stabilito che l'uomo è il padre dei quattro figli della donna, uno dei quali morto poco dopo il parto, tutti nati in ospedale ma senza il nome del padre sui certificati di nascita. La notizia è stata rivelata in esclusiva dal quotidiano di Melbourne Herald Sun, secondo cui l'uomo aveva iniziato a stuprare la figlia quando aveva ancora 11 anni, minacciandola di violenze contro la madre. E' stato arrestato in febbraio, dopo che la figlia aveva raccontato tutto a un poliziotto, ma un tribunale aveva emesso un ordine di soppressione. Il ministro dei servizi alla comunità, Lisa Neville, ha ordinato un rapporto urgente sul caso: "Non so quale coinvolgimento abbiano avuto la polizia, il mio dipartimento o altre agenzie, negli ultimi 30 anni", ha ammesso.

 

Australia: Emulo Di Fritzl, Sequestra e Abusa Della Figlia Per 30 Anni

 
ASCA-AFP) - Melbourne, 17 set - Sequestrata e violentata per trent'anni dal padre dal quale ha avuto 4 figli. Il terribile caso di incesto avvenuto in Australia, riportato dal quotidiano Herald Sun, ricorda l'analoga vicenda di Josef Fritzl che tenne segregata la figlia in un bunker per 24 anni. L'uomo, che adesso ha 60 anni, comincio' a molestare la figlia nel 1970 quando la ragazza aveva appena 11 anni ed ha continuato fino al 2007. I quattro figli, frutto di incesti, sono stati fatti nascere in diversi ospedali di Melbourne. I bambini sono nati tutti con gravi problemi di salute ed uno e' deceduto subito dopo il parto. La polizia dello stato di Victoria, che sta indagando sul caso, non ha voluto fornire i particolari delle indagini sulla vicenda, mentre il quotidiano riporta anche alcune dichiarazioni della madre della vittima. ''Abbiamo vissuto in una grande casa, quindi non potevo sapere cosa stava succedendo. Era un alcolizzato'', ha riferito la donna parlando del marito. Secondo la madre, la figlia era rimasta incinta di ragazzi sconosciuti che aveva di volta in volta incontrato la sera in alcuni locali. ''Crimini di questo genere, suscitano lo sdegno di tutta la popolazione e devono essere puniti con il massimo della pena'', ha detto il presidente John Brumby. Ad incastrare l'uomo, che ha sempre negato le accuse, e' stata la prova del Dna, su di lui attualmente pesano 83 capi d'accusa ridotti a 13, incluse 5 accuse per incesto, 5 per stupro e 2 per pedofilia. La vittima aveva denunciato il padre gia' nel 2005, ma temendo per la sua incolumita' aveva rinunciato a proseguire con le indagini, per poi denunciarlo nuovamente nel giugno dell'anno scorso ed ottenere la prova del Dna. I bambini e la madre al momento sono sotto custodia cautelare e stanno ricevendo delle cure in attesa dell'inizio del processo a novembre.
 

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CULTURA
18 settembre 2009
GESU' CI RACCOMANDA DI NON FARE DEL MALE AI BAMBINI
 
GESU' CI RACCOMANDA DI NON FARE DEL MALE AI BAMBINI
 
 
 
Vangelo secondo Matteo; 18: 1-11


18,[1] In quel momento i discepoli si avvicinarono a Gesù dicendo: "Chi dunque è il più grande nel regno dei cieli?".

[2] Allora Gesù chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse:

[3] "In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli.

[4] Perciò chiunque diventerà piccolo come questo bambino, sarà il più grande nel regno dei cieli.

[5] E chi accoglie anche uno solo di questi bambini in nome mio, accoglie me.

[6] Chi invece scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino, e fosse gettato negli abissi del mare.

[7] Guai al mondo per gli scandali! È inevitabile che avvengano scandali, ma guai all'uomo per colpa del quale avviene lo scandalo!

[8] Se la tua mano o il tuo piede ti è occasione di scandalo, taglialo e gettalo via da te; è meglio per te entrare nella vita monco o zoppo, che avere due mani o due piedi ed essere gettato nel fuoco eterno.

[9] E se il tuo occhio ti è occasione di scandalo, cavalo e gettalo via da te; è meglio per te entrare nella vita con un occhio solo, che avere due occhi ed essere gettato nella Geenna del fuoco.

[10] Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli, perché vi dico che i loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli.

[11] È venuto infatti il Figlio dell'uomo a salvare ciò che era perduto].
 


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permalink | inviato da RAGGIO DI LUCE il 18/9/2009 alle 18:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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