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SOCIETA'
7 giugno 2010
Uccisa davanti a figlia, due fermi

Uccisa davanti a figlia, due fermi

17/5/2010
 

Viterbo, si tratta di pregiudicati

 

 

Due persone, un uomo e una donna, sono state fermate dai carabinieri di Civita Castellana nell'inchiesta sull'omicidio di Marcella Rizzello. La donna di 30 anni fu assassinata in casa il 3 febbraio, sotto gli occhi della figlia Giada di 14 mesi. I fermati sarebbero due pregiudicati, uno dei quali di origine campana. La vittima fu ritrovata esanime, con ferite di arma da taglio al torace, dal compagno al ritorno dal locale in cui lavora come barista.

 

Uccisa davanti a figlia, due fermi

 

La coppia fermata è stata interrogata. Lui, arrestato a Civita Castellana il 12 maggio scorso durante una rissa per gelosia finita a coltellate, è considerato il presunto assassino della donna. Si tratta di un napoletano di 35 anni, residente nel Viterbese.

I carabinieri della compagnia di Civita Castellana e del comando provinciale di Viterbo sono risaliti a lui attraverso l'esame del dna a cui l'uomo è stato sottoposto dopo il ricovero in ospedale per le ferite da arma da taglio che aveva subito nella rissa.

Tra i fermati c'è anche la sua compagna, un donna polacca, per la quale l'uomo aveva scatenato una colluttazione col suo precedente convivente, un operaio di 39 anni residente a Fabrica di Roma. Secondo i carabinieri nell'omicidio della Rizzello sarebbero coinvolte anche altre persone che sono state interrogate.

Omicida ha tentato lo stupro
L'uomo fermato nell'ambito delle indagini per l'omicidio di Marcella Rizzello, insieme con la sua ex convivente polacca, avrebbe tentato di stuprare la vittima. Una violenza che avrebbe dovuto essere una sorta di punizione per la sua veemente reazione al tentativo di furto. E' quanto reso noto dai carabinieri di Viterbo e di Civita Castellana. A sostegno della tesi dei militari il fatto che la giovane sia stata trovata seminuda, con gli slip calati e una bottiglia adagiata in mezzo alle gambe. Una circostanza, quest'ultima, interpretata come "un tentativo di depistaggio, uno sfregio o un messaggio". I carabinieri hanno spiegato che la violenza non c'è stata, ma molti indizi lasciano intendere che era nell'intenzione del presunto omicida e della sua convivente. Alla domanda se sia credibile un tentativo di stupro compiuto da un uomo insieme alla sua compagna, i carabinieri hanno
risposto che il profilo psicologico e criminale del fermato e della donna lo rendono probabile.

 

http://www.tgcom.mediaset.it/cronaca/articoli/articolo481786.shtml

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Ancora interrogato compagno vittima

4/2/2010

Delitto Viterbo, versione non convince

 

E' stato di nuovo interrogato nella caserma dei carabinieri di Civita Castellana, in provincia di Viterbo, Francesco Vincenzi, 36 anni, compagno della donna uccisa nella propria abitazione con due colpi di arma da taglio all'addome. L'uomo, figlio di un ex carabiniere deceduto alcuni anni fa, è stato interrogato per diverse ore nella notte e poi di nuovo in mattinata e nel pomeriggio di giovedì: la sua versione non convince gli investigatori.

(Foto Ansa)

 

Proprio Vincenzi, al ritorno dal lavoro per la pausa pranzo, ha trovato il corpo della compagna, Marcella Rizzello, 30 anni, immerso in un lago di sangue, con accanto la figlia di pochi mesi che piangeva disperatamente, dando poi l'allarme e chiamando i carabinieri. Ma nel suo racconto sarebbero emerse incongruenze sulle quali gli investigatori stanno tentando di fare luce.

Tre su tutte, l'insolito orario per la presunta rapina, la mancanza di effrazioni e il fatto che il cane da guardia, descritto come attento e aggressivo, sia rimasto stranamente quieto e in silenzio. I vicini, infatti, dicono di non aver sentito alcun rumore.

Padre della vittima: "So come è andata"
"Io so come è andata. Spero solo di sbagliarmi", ha detto il padre di Marcella Rizzello. L'uomo, con il volto segnato dal dolore, ha ripetuto la frase ogniqualvolta qualche amico gli si avvicinava per fargli le condoglianze o per stringergli le spalle in segno di solidarietà. Quale verità si celi dietro la frase "io so come è andata", il padre della vittima non l'ha spiegato agli amici ma, secondo quanto si è appreso, la sua "certezza" l'ha comunicata ai carabinieri e al magistrato che coordina le indagini.

Si cerca l'arma del delitto
Sembra che non sia ancora stata trovata l'arma da taglio utilizzata per uccidere la donna. I carabinieri hanno ispezionato a lungo l'area esterna alla villetta per individuare quello che il pm, all'uscita dal sopralluogo nell'abitazione, ha definito "un oggetto metallico tagliente, probabilmente non un coltello". Le ricerche dovrebbero riprendere, a meno che dall'interrogatorio dell'uomo, sotto torchio da mercoledì sera, emergessero delle novità.

L'autopsia
E' in corso, nell'obitorio dell'ospedale Andosilla di Civita Castellana, l'autopsia sul corpo di Marcella Rizzello. I medici legali dell'Universita' di Siena dovranno appurare
se la donna sia morta direttamente a causa dei colpi di arma da taglio che le sono stati inferti o se, come ha ipotizzato il medico legale che per primo a ispezionato il cadavere, per dissanguamento. Gli inquirenti attendono risposte anche sul tipo di arma usata dall'assassino. Secondo il Pm Renzo Petroselli, infatti, non sarebbe stato usato un coltello ma un altro oggetto metallico tagliente.

http://www.tgcom.mediaset.it/cronaca/articoli/articolo473069.shtml

 

 

Viterbo,donna trovata morta in casa

3/2/2010

Ferite da coltello: con lei figlioletta

 

Una donna di circa 30 anni è stata ritrovata morta nella propria casa, nel Viterbese, dal compagno al rientro dal lavoro. La vittima presentava ferite da arma da taglio all'addome. A fianco del cadavere, la figlioletta di quindici mesi che piangeva disperatamente. Sono in corso le indagini dei Carabinieri della zona. Gli investigatori ipotizzano un omicidio commesso durante un tentativo di furto.

 

Marcella Rizzello, questo il nome della donna, potrebbe essere morta dissanguata. Le ferite da arma da taglio, almeno due, che le sono state inferte al torace, stando ai primi rilievi, potrebbero non avere raggiunto organi vitali, ma le avrebbero provocato un violento sanguinamento e quindi il decesso. Nella villetta in via Dei Latini, alla periferia di Civita Castellana, effettuati i rilievi scientifici da parte dei carabinieri del Ris.

Il sostituto procuratore della Procura della Repubblica di Viterbo Renzo Petroselli, titolare dell'inchiesta, ha compiuto un sopralluogo sul luogo del delitto e ha disposto l'esecuzione dell'autopsia sul cadavere della donna. La villetta è stata posta sotto sequestro. La figlia della coppia, di pochi mesi, trovata dal padre accanto al corpo della madre mentre piangeva disperatamente, è stata affidata ai nonni materni. ''Posso solo dire che si tratta di un omicidio e che la donna è stata colpita con un'arma da taglio. Riteniamo pero' che non sia stato usato un coltello ma un altro oggetto tagliente'', ha detto il pm.

Interrogato il compagno
Il pm Renzo Petroselli ha disposto l'accompagnamento nella caserma dei carabinieri di Civita Castellana del compagno della donna uccisa per essere interrogato. E' stato l'uomo, un barista, a dare l'allarme ai carabinieri al ritorno dal lavoro. Ha dichiarato di aver trovato la moglie morta, distesa in una pozza di sangue. Il magistrato ha disposto anche il sequestro della sua auto. Non è stata ancora autorizzata la rimozione del cadavere.

 

http://www.tgcom.mediaset.it/cronaca/articoli/articolo473018.shtml


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SOCIETA'
7 giugno 2010
Uccisa 16enne e cucinata con patate

Uccisa 16enne e cucinata con patate

7/4/2010
 

Russia, i due amici 20enni sotto accusa

 

 

Dopo un party goth metal due giovani di 20 anni, Maxim Golovatskikh e Yury Mozhnov, completamente storditi dall'alcool, hanno fatto a pezzi l'amica 16enne, Karina Barduchian,  e poi l'hanno cucinata con patate e servita alla coinquilina dello studentato, Ekaterina Zinovyeva. Sembrerebbe la scena raccapricciante di un film ma non è così: è accaduto in Russia, dove tutt'ora la Corte di San Pietroburgo sta processando i due giovani carnefici.

 

 

Processo che è stato bloccato e rinviato a causa del malore di uno dei giurati alla vista delle foto della vittima. Prima del comprensibile episodio aveva testimoniato l'inquilina, l'ignara cannibale, che quella notte vide Karina e Maxim dopo la festa dirigersi nel bagno.

"Sentii le grida", ha spiegato la giovane testimone, "ma pensando a uno scherzo tornai in stanza". Mai, Ekaterina, avrebbe potuto pensare che l'indomani la carne offerta per pranzo dagli spietati Yuri e Maxim fosse proprio quella di Karina

Disperate le parole di Nadya, madre della vittima: "Le nostre vite adesso sono distrutte, ma la cosa più orribile è il modo in cui è stata uccisa mia figlia".

 

http://www.tgcom.mediaset.it/mondo/articoli/articolo478481.shtml


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SOCIETA'
2 aprile 2010
Lahore, avvocati musulmani: “bruceremo vivo” chi difende la 12enne cristiana uccisa
 
 
 
» 06/02/2010 12:12
PAKISTAN
Lahore, avvocati musulmani: “bruceremo vivo” chi difende la 12enne cristiana uccisa
di Fareed Khan
Nessun legale intende assumere la difesa di Shazia Bashir, la giovane domestica uccisa dal suo datore di lavoro. La potente associazione degli avvocati di Lahore, schierata a difesa dell’assassino, lancia minacce di morte e impedisce l’accesso all’aula di tribunale. Associazione cristiana: condanniamo questa nuova forma di terrorismo.

Islamabad (AsiaNews) – A causa delle minacce lanciate dalla potente Lahore Bar Association – organizzazione che riunisce i legali della città – nessun avvocato cristiano o musulmano è pronto ad assumere le parti della difesa nell’omicidio della 12enne Shazia Bashir. È quanto denunciato ieri da un’associazione cristiana pakistana che si occupa di assistenza legale.
 
La ragazza, di fede cristiana, è morta il 23 gennaio scorso in seguito alle violenze – anche sessuali – inflitte dal suo datore di lavoro, un ricco e potente avvocato musulmano di Lahore. Il presunto assassino, Chaudhry Mohammad Naeem, è un ex-presidente della Lahore High Court Bar Association. La giovane, di soli 12 anni, negli ultimi sei mesi aveva lavorato come domestica nell’abitazione di Naeem.
 
Il Centre for Legal Aid Assistance And Settlement (Claas) denuncia l’impossibilità di accedere all’aula del tribunale dove si sono svolte le udienze a carico dell’imputato, perché un gruppo di avvocati musulmani (nella foto) ne ha “impedito l’ingresso”. L’associazione che si batte – a titolo gratuito – per la difesa dei diritti dei più poveri ed emarginati ha subito le minacce di migliaia di legali – amici dell’assassino – che promettono di “bruciare vivo chiunque voglia rappresentare la vittima in tribunale”.
 
M. Joseph Francis, direttore di Claas, chiede a membri della società civile, leader politici e religiosi di ribellarsi e assumere in prima persona l’iniziativa per “condannare questa nuova forma di terrorismo” ad opera di avvocati che “dovrebbero garantire la giustizia”. Il quotidiano pakistano The News riferisce che il 4 febbraio scorso la polizia ha condotto l’imputato davanti ai giudici fra “rigide misure di sicurezza”. E, come di consueto, gli agenti hanno impedito ai giornalisti e ai parenti della vittima di entrare in aula per “motivi di sicurezza”.
 
I familiari di Shazia Bashir non hanno potuto accedere al tribunale non una, ma tre volte; un fatto anomalo, per quanto concerne il sistema giudiziario pakistano. Gli ufficiali di polizia spiegano che “non sarebbe possibile” impedire scontri e violenze, nel caso in cui “i parenti di Shazia e i rappresentanti delle minoranze entrassero in aula”.
 
Nel frattempo Ashgar Ali, titolare dell’inchiesta, ha chiesto la comparizione dell’imputato davanti ai giudici e un prolungamento dei termini di custodia cautelare per altri sei giorni. Il magistrato aggiunge che non è ancora stata recuperata l’arma usata per il delitto e l’accusato potrebbe fornire i nomi dei complici, che hanno partecipato alle torture e all’omicidio della 12enne cristiana. Il tribunale, tuttavia, ha accolto in parte la richiesta, disponendo solo quattro giorni di carcere.

http://www.asianews.it/notizie-it/Lahore,-avvocati-musulmani:-“bruceremo-vivo”-chi-difende-la-12enne-cristiana-uccisa-17559.html
 
 
 
 
 
 
 
 
 
» 25/01/2010 10:40
PAKISTAN
Lahore, domestica cristiana 12enne torturata e uccisa dal padrone musulmano
La giovane lavorava presso la famiglia di un potente avvocato della città, dove era soggetta a violenze sessuali, fisiche e psicologiche. La morte della ragazza ha scatenato le proteste della comunità cristiana, che chiede giustizia. Attivista per i diritti umani: il 99% delle giovani cristiane che lavorano per musulmani sono vittime di violenze e abusi.

 Lahore (AsiaNews/Agenzie) – Una giovane cristiana di 12 anni è morta per le violenze inflitte dal suo datore di lavoro, un ricco e potente avvocato musulmano di Lahore. Il decesso è avvenuto il 22 gennaio scorso e ha scatenato le proteste della comunità cristiana, che ha manifestato davanti al governatorato provinciale del Punjab. Le autorità cercano di placare gli animi e assicurano giustizia; il presidente pakistano Zardari promette un risarcimento alla famiglia.

 La ong protestante Sharing Life Ministry Pakistan (Slmp) riferisce che Shazia Bashir, 12 anni, lavorava da otto mesi come collaboratrice domestica nella casa di Chaudhry Muhammad Naeem, avvocato ed ex presidente della Lahore Bar Association. Fonti cristiane aggiungono che la ragazza era vittima di continue vessazioni ed è stata violentata e torturata prima di essere uccisa.
 
Sohail Johnson, coordinatore di Slmp, sottolinea che la giovane lavorava in condizioni di stress psicologico e fisico, era soggetta a traumi e non riceveva la paga mensile pattuita (circa 12 dollari). “Era ricoperta di insulti – spiega – ogni volta che sollevava la questione del compenso”. L’attivista cristiano conferma che Shazia, tre giorni prima di morire, ha subito torture dal suo datore di lavoro. L’uomo ha cercato di curarla a casa, senza avvertire i genitori delle condizioni di salute. I trattamenti sono risultati inefficaci e si è reso necessario il ricovero al Meo Hospital di Lahore.
 
“I genitori di Shazia non hanno potuto vedere la figlia” denuncia Razia Bibi, 44 anni, zia della vittima. La 12enne è morta il 22 gennaio scorso in ospedale a causa delle ferite subite. Sohail Johnson conferma che il cadavere presentava i segni delle torture in 12 punti diversi del corpo ed è stata ricoverata “con la mandibola fratturata”. In un primo momento la famiglia di Chaudhry Muhammad Naeem ha proposto un risarcimento di 250 dollari ai genitori per non sporgere denuncia; poi si sono dati alla fuga. La polizia li ha arrestati ieri dietro pressioni del governo federale
 
Il 23 gennaio la comunità cristiana ha tenuto una manifestazione davanti agli uffici dell’Assemblea provinciale del Punjab. L’associazione dei legali di Lahore, invece, si è schierata a difesa del potente avvocato musulmano. La minoranza cristiana esprime dubbi sull’indipendenza e l’efficacia delle indagini avviate dalla polizia. Tuttavia Rana Sanaullah, Ministro della giustizia del Punjab, assicura che non vi saranno interferenze esterne e verrà fatta giustizia.
 
Sohail Johnson (nella foto con il cadavere della giovane uccisa) spiega che il 99% delle ragazze cristiane, provenienti da famiglie povere, lavorano come domestiche per ricchi musulmani. Esse sono sovente vittime di abusi e violenze fisiche, sessuali e psicologiche. “In alcuni casi – aggiunge l’attivista – i loro padroni le danno in sposa a domestici musulmani, obbligandole a convertirsi all’islam”. Il coordinatore di Slmp conclude che “queste vulnerabili ragazze cristiane non godono di alcuna protezione” e chiede al governo “a tutelarle”.
Il presidente pakistano Asif Ali Zardari invita il governo del Punjab a sostenere economicamente la famiglia della ragazza uccisa e promette 6mila dollari in aiuti. La somma dovrebbe coprire anche le spese necessarie per i funerali di Shazia Bashir, che si terranno oggi a Lahore.

http://www.asianews.it/notizie-it/Lahore,-domestica-cristiana-12enne-torturata-e-uccisa-dal-padrone-musulmano-17437.html
SOCIETA'
2 aprile 2010
Lahore, domestica cristiana 12enne torturata e uccisa dal padrone musulmano
TeleFree.iT
 
lunedì 01 febbraio 2010
Lahore, domestica cristiana 12enne torturata e uccisa dal padrone musulmano
La giovane lavorava presso la famiglia di un potente avvocato della città, dove era soggetta a violenze sessuali, fisiche e psicologiche.
letture: 347
Sohail Johnson con il cadavere della giovane Shazia, 12 anni, crostiana.
Sohail Johnson con il cadavere della giovane Shazia, 12 anni, crostiana.
Webzine: Una giovane cristiana di 12 anni è morta per le violenze inflitte dal suo datore di lavoro, un ricco e potente avvocato musulmano di Lahore. Il decesso è avvenuto il 22 gennaio scorso e ha scatenato le proteste della comunità cristiana, che ha manifestato davanti al governatorato provinciale del Punjab. Le autorità cercano di placare gli animi e assicurano giustizia; il presidente pakistano Zardari promette un risarcimento alla famiglia.
La ong protestante Sharing Life Ministry Pakistan (Slmp) riferisce che Shazia Bashir, 12 anni, lavorava da otto mesi come collaboratrice domestica nella casa di Chaudhry Muhammad Naeem, avvocato ed ex presidente della Lahore Bar Association. Fonti cristiane aggiungono che la ragazza era vittima di continue vessazioni ed è stata violentata e torturata prima di essere uccisa.

Sohail Johnson, coordinatore di Slmp, sottolinea che la giovane lavorava in condizioni di stress psicologico e fisico, era soggetta a traumi e non riceveva la paga mensile pattuita (circa 12 dollari). "Era ricoperta di insulti - spiega - ogni volta che sollevava la questione del compenso". L'attivista cristiano conferma che Shazia, tre giorni prima di morire, ha subito torture dal suo datore di lavoro. L'uomo ha cercato di curarla a casa, senza avvertire i genitori delle condizioni di salute. I trattamenti sono risultati inefficaci e si è reso necessario il ricovero al Meo Hospital di Lahore.

"I genitori di Shazia non hanno potuto vedere la figlia" denuncia Razia Bibi, 44 anni, zia della vittima. La 12enne è morta il 22 gennaio scorso in ospedale a causa delle ferite subite. Sohail Johnson conferma che il cadavere presentava i segni delle torture in 12 punti diversi del corpo ed è stata ricoverata "con la mandibola fratturata". In un primo momento la famiglia di Chaudhry Muhammad Naeem ha proposto un risarcimento di 250 dollari ai genitori per non sporgere denuncia; poi si sono dati alla fuga. La polizia li ha arrestati ieri dietro pressioni del governo federale.

Il 23 gennaio la comunità cristiana ha tenuto una manifestazione davanti agli uffici dell'Assemblea provinciale del Punjab. L'associazione dei legali di Lahore, invece, si è schierata a difesa del potente avvocato musulmano. La minoranza cristiana esprime dubbi sull'indipendenza e l'efficacia delle indagini avviate dalla polizia. Tuttavia Rana Sanaullah, Ministro della giustizia del Punjab, assicura che non vi saranno interferenze esterne e verrà fatta giustizia.

Sohail Johnson (nella foto con il cadavere della giovane uccisa) spiega che il 99% delle ragazze cristiane, provenienti da famiglie povere, lavorano come domestiche per ricchi musulmani. Esse sono sovente vittime di abusi e violenze fisiche, sessuali e psicologiche. "In alcuni casi - aggiunge l'attivista - i loro padroni le danno in sposa a domestici musulmani, obbligandole a convertirsi all'islam". Il coordinatore di Slmp conclude che "queste vulnerabili ragazze cristiane non godono di alcuna protezione" e chiede al governo "a tutelarle".

Il presidente pakistano Asif Ali Zardari invita il governo del Punjab a sostenere economicamente la famiglia della ragazza uccisa e promette 6mila dollari in aiuti. La somma dovrebbe coprire anche le spese necessarie per i funerali di Shazia Bashir, che si terranno oggi a Lahore.

[AsiaNews
25.01.2009]
 
 
 
 
 
 
 
 

postato da: marinta  

 
 
SOCIETA'
18 settembre 2009
SANAA: UNA SFORTUNATA RAGAZZA MAROCCHINA
 

 

MAROCCHINA UCCISA: SI INDAGA SUL PADRE

 

(AGI) - Mantereale Valcellina (Pordenone), 16 set. - El Ketawi Dafani, il cittadino marocchino di 45 anni fermato ieri sera dai Carabinieri con l'accusa di aver ucciso a coltellate la figlia, Sanaa, 18 anni e di aver ferito il suo fidanzato Massimo Di Biasio di 31 anni, avrebbe cominciato a parlare. Lui sulla scena del delitto ci sarebbe stato. Blocca tutto pero' il comandante dei Carabinieri Pierluigi Grosseto che dice: "Non ha ammesso niente e non c'e' stato alcun interrogatorio diretto. Ci sara' un'udienza di convalida tra venerdi' e sabato davanti ad un difensore d'ufficio. Lui infatti per il momento non si e' nominato alcun legale. Tutto quello che viene detto e scritto al di fuori di questo non e' roba mia. Aggiungo anche che l'arma del delitto non e' stata trovata e che sono una quindicina gli uomini dell'arma che la stanno cercando". Questa mattina il capitano Grosseto ha avuto un lungo colloqui con il Procuratore di Pordenone Maria Grazia Zaina per riferirle passo passo tutto quello che e' avvenuto dopo la scoperta del delitto. Ora sara' lei che tirera' le fila del fatto di sangue e che assieme al Gip stabilira' nuovi appuntamenti investigativi. Resta chiaro il fatto che El Ketawi Dafani avrebbe ucciso la figlia perche' non condivideva la relazione che aveva con un italiano di religione diversa dalla sua: lui cattolico lei musulmana. I rapporti fra padre e figlia sarebbero poi peggiorati, dopo la decisione della ragazza di andare a vivere con il giovane, una scelta incompatibile con lo stile di vita musulmano. Cosi' sarebbe maturato l'accoltellamento di ieri sera. El Ketawi Dafani avrebbe atteso la coppia a Grizzo di Montereale Valcellina mentre in auto andavano al ristorante dove la ragazza lavorava e di cui il giovane e' socio. L'uomo avrebbe bloccato la loro auto poi avrebbe ammazzato la figlia e ferito il fidanzato che tentava di difenderla. Un delitto gia' paragonato con quanto accaduto nel bresciano con la giovanissima pakistana Hina Saleem. Anche per Sanaa Dafani una morte orribile: sgozzata. Il colpo di coltello sferrato dal padre una volta raggiunta nel boschetto, le ha squarciato la gola. La scena presentatasi ai Carabinieri di Sacile (Pordenone) e' stata orribile e a nulla sono valse le cure dei sanitari del 118 per tentare di salvare la ragazza, mentre il fidanzato e' stato ricoverato all'ospedale, dove non versa in pericolo di vita. Intanto all'appartamento di El Ketaoui sono stati postii sigilli e per oggi e' previsto un sopralluogo.

 

http://www.agi.it/cronaca/notizie/200909161136-cro-rt11075-marocchina_uccisa_prime_ammissioni_dal_padre


LA VITTIMA DI PORDENONE

Sanaa, gli amici su Facebook
e un paio di jeans «Voglio una vita mia»

La madre del fidanzato della 18enne uccisa in un boschetto:«Avevano paura»

DAL NOSTRO INVIATO
MONTEREALE VALCELLINA (Por­denone) — Jeans e maglietta.
La gonna quando era lontana da casa, ma mai troppo corta. Un filo di truc­co. Il profilo su Facebook. Amici ma­rocchini. Anche tanti italiani. Sanaa non ricordava praticamente nulla di Casablanca. Anche se in casa il padre le ripete­va in maniera quasi ossessiva che «lei veniva da un’altra terra, che cer­te cose non sono ammesse». Ora, piangendola, gli amici di scuola, del­le medie di Azzano Decimo, la ricor­dano durante la ricreazione, l’ora delle merenda: «Lei andava pazza per i panini, ma sapeva benissimo, perché il padre non perdeva occasio­ne per dirglielo, che è vietato ai mu­sulmani mangiare prosciutto e sala­me: si metteva in disparte e ingoia­va tutto in un sol colpo, facendoci il gesto di stare zitti, di non dire nulla ai suoi». Un panino, un morso di na­scosto: l’integrazione, la voglia di normalità, passa anche di qui. E Sa­naa, capelli neri a cadere sulle spal­le, una luce intensa negli occhi, il sorriso sempre pronto, voleva im­mergersi fino in fondo in questa vi­ta, vita italiana, con i suoi riti e le sue brutture, ma comunque lontana anni luce da quella che sentiva rac­contare in casa dal padre, sovrano assoluto di una famiglia di sole don­ne: la moglie Fatna e le due sorelli­ne, 7 e 4 anni.

Troppo lontani lei e quel genito­re. «Fino a qualche anno fa — rac­contano alla trattoria Lido, dove Da­fani lavora da 9 anni come aiuto cuo­co senza mai dare problemi —, Sa­naa ogni tanto veniva a trovare il pa­dre ». Poi le visite si sono diradate sempre più. Indizi di quelli che il procuratore capo ha eufemistica­mente definito «dissidi familiari». Sempre più profondi man mano che Sanaa cresceva. La prima vera frattura si è aperta qualche anno fa quando la ragazza, concluse le medie, ha comunicato al padre l’intenzione di abbandonare la scuola. «Voglio lavorare, voglio guadagnare, così posso anche aiutar­vi ». Il genitore sognava altro, ma non c’è stato niente da fare. «Bella, sorridente e volonterosa» la ricorda tra Azzano Decimo e Tiezzo chi le diede i primi lavoretti, in alcuni bar e pub. Sempre più sicura di sé e deci­sa a trovare un’occupazione stabile, la ragazza ha allargato a Pordenone la sua ricerca ed è stato qui, nella piz­zeria Barrique, che ha conosciuto Massimo De Biasio, titolare del loca­le. Quel giorno, più che un lavoro, Sanaa ha trovato l’amore. Assunta in un altro locale di cui l’uomo è so­cio, la «Spia» a Montereale Valcel­lina, tra i due è na­ta una relazione. «Facevano sul serio, erano molto uniti— racconta il padre di Massimo, Gianni —. Quando mi hanno det­to che pensavano di andare a convivere, ho dato loro un apparta­mento. Sanaa era diventata una di fa­miglia: quando poteva, veniva ad aiutarmi nel panificio». Solo per un po’ la ragazza è riusci­ta a tenere nascosta al padre la sto­ria con quell’uomo italiano, di un’al­tra religione, così lontano dal mon­do di El Katawi Dafani.

Un incubo. «Spesso si sentivano delle urla in ca­sa » racconta Flavia Bortolussi, che vive a Piezzo vicino all’appartamen­to di Dafani. E quando Sanaa, forte del fatto di essere diventata maggio­renne, ha deciso di lasciare la fami­glia per trasferirsi con il fidanzato, qualcosa si è rotto nella mente del­l’aiuto cuoco. Racconta la madre di Massimo: «I due ragazzi avevano paura. Negli ultimi tempi quell’uo­mo telefonava sempre più spesso a casa, minacciando la figlia. Nessuno certa immaginava una fine del gene­re. È terribile, Sanaa voleva solo vi­vere la sua vita. E il mio Massimo è salvo per miracolo...». Se n’erano ac­corti anche in paese. Racconta un amico: «L’avevo detto a De Biasio di stare alla larga da quell’uomo, ma lui mi diceva che prima o poi la cosa si sarebbe risolta...». E invece no: Sa­naa ha perso la sua battaglia come la perse tre anni fa Hina, la pakista­na di 20 anni, pure lei uccisa dal pa­dre. Quando l’integrazione diventa disintegrazione.

Francesco Alberti
 
http://www.corriere.it/cronache/09_settembre_17/sanaa_facebook_alberti_bcfb3490-a354-11de-a213-00144f02aabc.shtml


 

il Giornale.it

articolo di venerdì 18 settembre 2009

Logica islamica: per la madre Sanaa se l’è cercata

di Luciano Gulli

La mamma della ragazza 18enne, uccisa a coltellate dal padre, perdona il marito: «Mia figlia ha sbagliato ad andarsene di casa». Il sindaco: «Questa donna e la sua famiglia sono indesiderati, vadano via dal paese»
nostro inviato a Pordenone

«Perdonarlo? Ha detto che perdona il marito dopo che le ha ammazzato la figlia? Ma questo è inaudito, è inconcepibile, è gravissimo. Qui non siamo mica nel deserto del Sahara! Ma come? Invece di dare un segnale forte e inequivoco nei confronti delle donne musulmane che vivono soggiogate dai loro mariti, questa signora… No,mi dispiace. Io non ho il potere di espellerla, ma una cosa gliela voglio dire bella chiara: una persona così, nel mio Comune, è una persona indesiderata».
Il sindaco di Azzano Decimo, il leghista Enzo Bortolotti, è in collera. Gli daranno del razzista, ma al sindaco famoso per aver firmato la prima ordinanza «anti burqa» (vuoi girare col volto coperto? Raus!) non gliene frega niente. Ha l’appoggio della sua gente, e tanto gli basta.
Ma come si fa a dirlo a Fatna Sharok, 39 anni, la mamma di Sanaa, che ad Azzano non la vogliono più? «El Ketawi è mio marito, abbiamo altre due figlie: che devo fare? Ha sbagliato, ma ha sbagliato anche Sanaa ad andarsene di casa... », geme lei, sorvegliata a vista dall’imam di Pordenone e dal cognato Mohammed, arrivato fresco fresco da Casablanca. Ma poi: è proprio vero che Fatna non potrà più tornare a casa, che è «indesiderata»? Andiamo, Bortolotti... «Ma no, dài - sbuffa il sindaco, ora che ha smesso di schiumare -. Il Comune si occuperà di questa famiglia, è anche nostro dovere tutelare i minori. Però la devono capire. Siamo in Friuli qui, mica a Marrakech».
Fatna Dafani, nata Sharok, andata sposa a 17 anni, è una donna corpulenta, massiccia, come spesso sono le donne musulmane alle soglie dei quaranta. Vestita di una jellaba color viola da cui spuntano solo gli alluci, il volto largo, dai lineamenti marcati, stretto da un velo violanero, Fatna si è rifugiata con le bambine che le sono rimaste (una di sette, l’altra di quattro anni) a casa di amici, gente del suo Paese, in una palazzina popolare a Villanova di Pordenone.
Parla poco, gli occhi colmi di sospetto, di diffidenza, e si capisce lontano un chilometro che ripete le cose che le hanno detto di dire suo cognato Mohammed e l’imam Ouatik, che la piantonano. Sono loro, i maschi, che dettano la linea. È sempre stato così a casa di Fatna, laggiù, in Marocco. Sono i maschi che comandano, che decidono. Sono i maschi, anche stavolta, che argomentano, che spiegano, che suggeriscono. Lei ripete come un povero pappagallo ammaestrato. «Sanaa da noi stava bene. Mio marito - detta nel suo italiano stentato - solo non voleva che Sanaa usciva la sera con ragazzi. Sanaa ha sbagliato ad andarsene di casa, a vivere con quel ragazzo. E ha sbagliato mio marito a fare quello che ha fatto. Ma è mio marito, è il padre dei miei figli, siamo sposati da 22 anni. Che senso avrebbe non perdonarlo?».
La religione diversa, la differenza d’età: niente di tutto questo, giura Fatna. «Quello che mio marito non sopportava era che Sanaa non era più a casa, e non sapevamo dove dormiva». Lei però non ha mai sospettato. Anche il giorno che ha visto uscire di casa El Ketawi con gli occhi torvi, il coltello in tasca, non sapeva, non ha capito. E neppure era sporco di sangue, quando rincasò. Quanto al suo presunto dispotismo: «Non è vero, mi lasciava venire a Pordenone da sola, col pullman... ».
Mohammed Dafani, 53 anni, tre figli, cognato di Fatna, abita a Preganziol, vicino Treviso, da trent’anni. Era a Rabat, quando è accaduta la tragedia. E fra qualche giorno, quando il giudice gli darà il permesso, ci tornerà, con la salma di Sanaa. Se la portano a casa, in Marocco. È Mohammed, camionista di mestiere, che ha elaborato insieme con il molto reverendo imam di Pordenone la linea di difesa. «Mio fratello non stava bene da quattro mesi. Forse era malato», dice toccandosi la tempia destra con l’indice. «Non mangiava, era sempre nervoso, solo fumava tanto. Mio fratello ha sbagliato, ma ha sbagliato anche quel ragazzo, Massimo De Biasio, a portarsi via Sanaa. L’aveva sequestrata, le aveva mangiato il cervello».
L’imam Ouatiq, la barbetta in tumulto, si intromette, sorridendo diplomatico. Capisce che il fratello di El Ketawi le sta sparando grosse, e corregge: «Qui non stiamo giustificando il gesto del papà di Sanaa. Ma questa tragedia si poteva evitare se il giovane italiano fosse venuto a casa, a presentarsi, a chiedere la mano, come si usa fra noi. Invece... ».
«Invece due giorni prima di martedì Sanaa parla con madre - interviene Mohammed Dafani, il lampo dell’astuzia negli occhi -. Madre dice a figlia: vieni a casa. Ma Sanaa risponde: non mi lascia venire». Sì? Sì, dice Fatna. Sì, dicono le teste degli altri due. Dunque un padre, invece di «liberare» la figlia le taglia la gola. Sì? «Lui malato», dice il fratello, e la solfa ricomincia.
Dal suo letto d’ospedale, Massimo De Biasio smentisce. «Se vi vedo insieme vi ammazzo, le aveva scritto in un messaggio sul telefonino. Ma come fai a pensare che possa succedere davvero?», racconta il giovane, rimasto ferito nel tentativo di difendere Sanaa dalle coltellate di El Ketawi. La religione, la mentalità, la gelosia di un padre come se ne vedevano al Sud, da noi, negli anni Cinquanta, Sessanta: ecco i motivi della tragedia, per Massimo. Però... «Però uno non può pensare di venire in Italia con i figli, vederli crescere qui, in questo mondo per loro nuovo e diverso, e pensare che non possa nascere un sentimento tra ragazzi e ragazze di culture diverse. Se uno ragiona così, è meglio che se ne stia a casa sua».

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permalink | inviato da RAGGIO DI LUCE il 18/9/2009 alle 18:26 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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