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CULTURA
25 dicembre 2010
STORIA DEL PRESEPE DI SAN FRANCESCO
 
 
STORIA DEL PRESEPE DI SAN FRANCESCO
 
 
Greccio, Natale 1223 - il Presepe di San Francesco d'Assisi




 Francesco meditava continuamente le parole del Signore
Gesù e non perdeva mai di vista le sue opere.
 Soprattutto l'umiltà di lui che si era fatto uomo e l'infinita carità della Passione gli erano impresse nella mente e nel cuore.
 A questo proposito è degno di essere sempre ricordato quello che egli realizzò nella notte di Natale dell'anno 1223, per dare concretezza alla celebrazione della nascita del Bambino di Betlemme.
 Francesco scelse Greccio come sede per la sua iniziativa: una località di montagna presso la città di Rieti.Conosceva un uomo di quella terra, di nome Giovanni, che gli era molto caro perché, pur essendo nobile ed onorato, stimava la nobiltà dell'animo assai più di quella che, senza merito, viene comunemente apprezzata dal mondo.
 Circa due settimane prima della festa della
Natività, Francesco chiamò a sé quest'uomo e gli disse:
 Vuoi che celebriamo a Greccio il Natale di Gesù? Ebbene, precedimi e prepara quanto ti dico, perché vorrei rappresentare il Bambino nato a Betlemme, in modo che si possa vedere con i propri occhi i disagi in cui si venne a trovare per la mancanza delle cose necessarie a un
neonato, come fu adagiato in una greppia e come giaceva nel fieno tra un bue e un asinello...

 

 L'amico fu entusiasta dell'idea: Francesco non aveva terminato di illustrargliela, che quell'uomo fedele e pio già si muoveva per preparare nel luogo stabilito tutto l'occorrente, secondo il progetto esposto con tanto calore dal santo.
 E giunge il giorno della festa.
 Per l'occasione sono stati fatti venire molti frati da fuori. Uomini e donne arrivano festanti dai casolari sparsi nella zona circostante; portano ceri e fiaccole per illuminare la notte, che ricorda quella in cui la luce splendente della stella si accese nel cielo per illuminare tutti i giorni e tutti i tempi.
 Finalmente arriva Francesco. Dà un'occhiata e vede che tutto è predisposto secondo le sue direttive.
 E raggiante di letizia.
 La greppia è in ordine. Manca solo il fieno. Vi viene posto e sono fatti entrare nel locale il bue e l'asinello.
 Nella scena commovente risplende la semplicità evangelica. Greccio è divenuta una nuova Betlemme.
 Tutt'intorno risuonano le voci: fra le rupi rimbalzano gli echi dei cori festosi. I frati cantano lodi al Signore e tutta la notte, chiara come fosse giorno, sussulta di gioia.
 Francesco è estatico di fronte al
presepio. Poi il sacerdote celebra solennemente la Messa ed anche lui prova una consolazione che non aveva mai assaporato prima.
 Francesco si è rivestito dei paramenti diaconali, perché è diacono (l'ordine immediatamente inferiore al prete) e canta con voce sonora il Vangelo.
 Poi parla al popolo e rievoca il
neonato re povero e la piccola città di Betlemme.
 Terminata la veglia solenne, ognuno torna a casa pieno di una gioia semplice e profonda mai conosciuta prima. Il fieno che era stato collocato nella mangiatoia fu conservato, perché per mezzo di esso il Signore guarisse giumenti e altri animali.
 E davvero è avvenuto che giumenti e altri animali di quella regione, colpiti da malattie, mangiando quel fieno furono da esse liberati.
 Oggi, anno 1228, quel luogo è stato consacrato al Signore e sopra il presepio è stato costruito un altare e dedicata una chiesa ad onore di san Francesco, affinché, là dove un tempo gli animali hanno mangiato il fieno, ora gli uomini possano mangiare, come nutrimento dell'anima e santificazione del corpo, la carne dell'Agnello Gesù Cristo nostro Signore, che con amore infinito ha donato se stesso per noi.
 
 
 


 



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CULTURA
9 novembre 2009
STORIA DEL CRISTIANESIMO: I DISSENZIENTI
 
I dissenzienti
 

Nicola - Posted on 17 Ottobre 2009

di Mirko Ratti

La religione ortodossa è una delle pietre miliari nella struttura culturale e politica dell'impero bizantino; un decreto imperiale del 380 che venne in seguito posto in apertura del codice di Giustiniano considera “dementi e folli”chi non condivide la religione”che il Divino Apostolo Pietro trasmise ai romani”. Il significato d'ortodossia era “retta dottrina”, tutti i sudditi dell'impero non solo dovevano essere cristiani ma anche seguire un'unica dottrina: la minima deviazione da tale dottrina era considerata un'eresia. Un solo Dio,una sola religione e un solo impero che tramite l'imperatore doveva fare valere l'osservanza del vero credo. Viene per logica che non tutti i sudditi dell'impero erano cristiani ortodossi. Nel primo periodo bizantino i dissenzienti erano estremamente tanti,forse la maggioranza,tale numero diminuì nel periodo medio per divenire minimo in quello tardo. Il gruppo più consistente è costituito dai pagani di qualsiasi natura, i cristiani intorno al 400 erano la maggioranza nelle città tranne alcuni casi come Carre dove la popolazione rimase pagana ben oltre la conquista araba. La popolazione rimase pagana alle due estremità della scala sociale: da un lato i contadini dall'altro l'aristocrazia provinciale. Il paganesimo domina ancora i circoli intellettuali ed è parte essenziale della tradizione popolare. Il tempio d'Iside a File è chiuso solo nel 540; Giovanni l'Elemosiniere nella sua “Vita” testimonia come “i tagliatori di papiro dei dintorni d'Alessandria non abbiano mai ricevuto il messaggio delle scritture”. Nei sobborghi di Dafne nel 588 sono segnalati sacrifici, forse sanguinari; Procopio nel 537 quando Belisario attraversò l'Appennino Marchigiano segnala “che la popolazione locale non solo non era cristiana ma non professava nemmeno la religione olimpica”. Il vescovo d'Efeso Giovanni d'Amida tra il 542 e il 576 convertì circa ottantamila persone nei distretti montani dell'Anatolia, ai nuovi cristiani era impartito il battesimo di massa ed era donato un terzo di solido ciascuno, si può ben dubitare dell'efficacia di tali conversioni. Ancora nel VII secolo la “Vita” del vescovo Leone di Catania segnala l'esistenza di una corrente pagana molto potente in Sicilia. La storia del passaggio dal paganesimo e cristianesimo è spesso accompagnato da oppressione e persecuzioni, da linciaggi come quello patito da Ipazia ,da roghi di libri e di templi. La chiusura della scuola filosofica d'Atene da parte di Giustiniano nel 529 e le ultime persecuzioni non fanno sparire il paganesimo, spesso i culti sono praticati in privato e la conversione frettolosa d'ampie fasce di popolazione non può cambiare immediatamente radicate consuetudini e convenzioni. Il cristianesimo popolare ereditò e in parte razionalizzò un vasto corpus di superstizioni pagane, e alcune tradizioni pagane sopravvivono ancora nell'islam popolare in Anatolia:i Dervisci ruotanti sono gli eredi dei sacerdoti di Cibele,i Galli,che danzavano vorticosamente prima di evirarsi in onore della dea. Un capitolo a parte meritano i Balcani dopo l'invasione slava,queste terre perse all'impero e al cristianesimo dovranno essere nuovamente evangelizzate dopo la riconquista e anche in queste terre il passaggio dal paganesimo al cristianesimo non sarà lineare e indolore.

GLI EBREI

Dopo i pagani venivano gli ebrei,sparsi in tutto l'impero con l'editto di Caracalla del 212 divennero cittadini romani. La legge protegge gli ebrei sino al V secolo: è fatta proibizione di convertirli con la forza, hanno diritto di praticare il loro culto, di mantenere sinagoghe, di avere proprie corti di giustizia, di nominare il proprio clero. La legislazione del V secolo li sottomette alle stesse discriminazioni dei pagani, non possono avere schiavi cristiani, non possono costruire sinagoghe, non possono fare proselitismo, devono adempiere gli obblighi curiali senza però fruire dei privilegi che ne derivano. Tale legislazione tende a contenere gli ebrei, a farli diventare dei cittadini di seconda classe, a rendere loro la vita difficile. Una Novella del 553 vieta, l'uso della lingua ebraica nelle funzioni religiose e proibisce l'uso della Mishna, il commento dei testi post biblici. Gli ebrei che non avevano mai brillato in fedeltà all'impero dopo questi, provvedimenti fecero blocco con i Samaritani contro l'autorità imperiale culminata con la rivolta del 555 che mirava alla creazione di uno stato indipendente. Per gli ebrei, come per gli altri popoli del vicino oriente, l'autoaffermazione religiosa riveste subito il significato di dissidenza. La tensione esistente tra ebrei e cristiani si riflesse anche in terre lontane; nell'attuale Yemen regnava una dinastia, gli Himyamiti, i cui ultimi sovrani si erano convertiti all'ebraismo e in particolar modo l'ultimo sovrano, Du Nuwas, adottò delle misure coercitive nei confronti della comunità cristiana presente nel suo regno per rappresaglia delle persecuzioni patite dagli ebrei nell'impero, quest'atteggiamento causò un intervento militare bizantino e solo la conquista dello Yemen da parte dei cristiani d'Etiopia pose fine alla situazione. Quando i persiani invasero l'impero gli ebrei si vendicarono aiutando gli invasori e attaccando chiese e monasteri. La vittoria d'Eraclio sui persiani riportò un gran numero d'ebrei sotto il dominio romano e l'imperatore n'ordinò la conversione forzata, in realtà la direttiva imperiale non fu eseguita e le invasioni arabe risolsero il problema, le regioni più popolate dagli ebrei passarono all'islam. Nel resto dell'impero rimasero comunità ebraiche che pur al prezzo di uno statuto giuridico d'inferiorità e di una posizione socio economica modesta non subirono nessuna vera persecuzione e sino allo XI secolo non dovettero vivere in quartieri separati. Passata la bufera del VI e VII secolo Il diritto civile e religioso difendono gli ebrei, pur affermandone uno statuto d'inferiorità, non può però difenderli dal pregiudizio: l'accusa di deicidio(THEOKTONOI) è già presente negli scritti dei padri della chiesa.

Il numero delle correnti eretiche è impressionante: Giovanni Damasceno nel secolo VIII ne contò oltre cento. Già il codice Teodosiano contiene una sessantina di leggi contro gli eretici e prescrive varie sanzioni. Oggi è difficile destreggiarsi in mezzo a tanti movimenti, alcuni erano composti di poche centinaia d'adepti, altri come i montanisti o i messaliani erano molto diffusi nella penisola Anatomica e perdurarono nel tempo. Ben maggiore fu l'incidenza dell'arianesimo, della chiesa nestoriana e di quella monofisita. Queste tre eresie in periodi diversi e per ragioni diverse causarono gravi problemi all'impero. L'arianesimo già presente ai tempi di Costantino vide in certi periodi imperatori di fede differente sedere sui troni d'occidente e d'oriente, nel V secolo era in forte flessione nel territorio imperiale e sopravvisse sino al VII solo nei regni germanici. La chiesa nestoriana aveva il suo centro nella Mesopotamia e dopo la chiusura della scuola d'Edessa nel 489 e il suo trasferimento a Nisibi sotto l'impulso dei due Katholikos Narsai e Babai si diffuse sino alla Cina con una grande spinta missionaria venendo a interessare solo marginalmente il territorio imperiale. Ben più devastante fu l'effetto del monofisismo in Egitto e in Siria dove dal vescovo Giacomo Baradeo prese il nome di Giacobita. Ad Alessandria il popolo si ribellò alla sostituzione del patriarca Dioscuro e alla morte di questi elesse Timoteo Eluro. Ad Antiochia esistono due gerarchie parallele, nel 609 il patriarca monofisita Anastasio II è massacrato dagli ortodossi, da una parte e dall'altra l'uso della violenza è permanente. Durante il regno di Giustiniano, dopo la morte di Teodora, la repressione s'inasprisce e ogni traccia di gerarchia monofisita sparisce sino al 575, ma al prezzo di una sanguinosa repressione. Ma sia in Egitto che in Siria il monofisismo si rifugia nei monasteri da dove continua a dominare incontrastato l'animo popolare. A partire dal tentativo di Zenone nel 482 con l'Henotikon di porre fine ai conflitti, per proseguire con la politica conciliante d'Anastasio, quella repressiva di Giustino, quell'altalenante di Giustiniano, quelle nuovamente concilianti di Giustino II e d'Eraclio il risultato fu un nulla di fatto se non la creazione di una nuova eresia, il monotelismo, nata dalla formula di conciliazione d'Eraclio.Ancora una volta le conquiste arabe risolsero in parte il problema,le terre a maggioranza monofisita passarono sotto il controllo dell'islam. Un'altra pericolosa fonte di dissenso è rappresentata dalla setta dei pauliciani. Nata intorno al VII secolo sembra per opera di un certo Costantino di Manamali,si trattava di una setta dualistica,la quale accettava il Nuovo Testamento senza il libro dell'apocalisse, rifiutava il Vecchio Testamento e nutriva una particolare devozione per San Paolo. Erano inoltre docetisti, ritenevano che Cristo avesse preso corpo in cielo sicché non era nato da Maria n'era morto sulla croce, respingevano il culto dei santi, delle icone, della croce, non si battezzavano né si comunicavano, non è chiaro se avessero una classe di sacerdoti o solo degli iniziati. Michele I imprudentemente decretò la pena di morte contro i pauliciani,questi con l'appoggio degli arabi costituirono uno stato con capitale Tefrice. Guidati da una serie di capi militari iniziarono una guerra aperta contro l'impero: il primo condottiero si chiamava Sergio, seguito da Karbeas e infine da Chrysocheir; l'Anatolia era teatro delle loro azioni Efeso fu saccheggiata, Nicea e Nicomedia assediate. Solo la distruzione di Tefrice per merito di Basilio I portò alla dispersione dei pauliciani che ancora nel X secolo erano diffusi in tutta l'Anatolia e in Tracia,pare che molti soldati aderirono a tale eresia. Nel X secolo si diffuse in Tracia,in Macedonia e soprattutto in Bulgaria un'altra eresia:il bogomillismo. Questo movimento sembra aver avuto origine in Europa per poi passare nei distretti occidentali dell'Anatolia i cui adepti prendono il nome di Fundagiagiti (portatori di bisaccia). La prima notizia di tal eresia è del 915, opera dell'ecclesiastico bulgaro Giovanni l'Esarca ma la maggior fonte è il prete (sicuramente di rango elevato) Cosma che scrive tra il 969 e il 972. Curioso è che Psello nel suo “De operatione daemonum” non prenda in considerazione i bogomilli che compaiono nella storiografia solo col regno d'Alessio I con il processo contro il loro capo Basilio. Il prete Cosma sottolinea come gli eretici siano fautori di una vita più pura e rigorosa contrapposta ad un clero ortodosso apatico e classista. Testualmente il prete scrive”Insegnano a chi aderisce a non sottomettersi alle autorità, denigrano i ricchi, detestano l'imperatore, irridono i superiori, insultano i signori, ritengono che Dio abbia in abominio quanti lavorano per l'imperatore e premono su ogni servo perché non lavori per il suo padrone”. Qui troviamo un motivo sociale per cui i bogomilli,pur essendo al contrario dei pauliciani,pacifici minacciavano le radici dell'ordine costituito. La diffusione di tal eresia fu rapidissima e sappiamo che non interessò solo gli strati bassi della popolazione e del clero,ma anche,secondo Anna Comnena,membri di alcune famiglie nobili. I bogomilli erano dualisti, tenevano in conto solo il Nuovo Testamento, ritenevano il mondo creazione del male,battezzavano imponendo le mani. I bogomilli si dividevano in credenti e perfetti, a loro volta divisi in anziani e diaconi. Nel 1167 al concilio cataro di Saint Felix di Lauragins assisté un vescovo bogomillo, tale Niceta di Costantinopoli che consacrò con una forma particolare di battesimo quattro vescovi catari. Un ramo del bogomillismo divenne religione di stato in Bosnia interessando la regione tra il XII e il XV secolo e malgrado la conversione del Ban Kulin nel 1203 al cattolicesimo il suo radicamento tra la popolazione si dimostrò molto profondo.

IL MANICHEISMO

Il manicheismo interessò l'impero tra il III e VI secolo, la prima misura imperiale contro di lui risale al 297, nel IV secolo era diffuso in tutto l'impero,particolarmente nelle province orientali e nel nord Africa. Nonostante le continue e feroci repressioni a cui fu sottoposto sia nell'impero romano sia nella Persi sasanide(Mani stesso il fondatore di questa religione fu ucciso dietro ordine del clero zoroastriaco) la religione manichea si diffuse rapidamente sino alla Cina dimostrando una non comune presa sulle popolazioni di tutte le classi sociali. Nell'impero romano era prevista la pena di morte per i manichei ma malgrado ciò ai tempi di Giustiniano fosse stato ancora diffuso anche tra personaggi importanti: Pietro Barsimene prefetto del pretorio era un sostenitore dei manichei. Religione gnostica, dualistica, salvifica, sincretistica fu un messaggio traducibile in ogni lingua e adattabile ad ogni forma religiosa, per questo motivo si diffuse così rapidamente e a tutti i livelli della società. Il terrore che ispirò questa dottrina e le persecuzioni che subì ovunque non hanno riscontro in nessun altro caso della storia, curioso è che la traduzione di manicheo in arabo(zindiq) finì per significare “libero pensatore”

CONCLUSIONI

Giustiniano scrive in una sua novella”Sappiamo che nulla più compiace Iddio misericordioso dell'unanimità di credo da parte di tutti i cristiani in materia di fede”,questo pensiero impedì non solo la tolleranza verso i dissenzienti ma innescò anche le persecuzioni:sicuramente i tempi non erano facili ma anche un chierico rigido come Teodoro Studita proclamò che compito della chiesa era di istruire gli eretici, non di ucciderli. Lo stato, identificato con la chiesa, spesso pensava in maniera diversa.

 

http://www.imperobizantino.it/node/2455


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CULTURA
9 novembre 2009
Gesù, lo sconosciuto più noto della storia
 
18 Settembre 2009
Gesù, lo sconosciuto più noto della storia
Ormai è quasi impossibile contare quanti siano i libri su Gesù, eppure chi li legge si accorge subito di una cosa: quanto più si scrive su Gesù, tanto meno sembra crescere la nostra conoscenza su di lui. Compaiono continuamente sulla scena nuove tessere del mosaico, ma l’immagine non diventa per questo più riconoscibile.

Così in ogni caso sembra essere per molte persone, di fronte agli incessanti dibattiti sul valore di quelle pietruzze e della loro collocazione nel mosaico un tempo completo. E se oggi possono ancora uscire libri che nel sottotitolo affermano di trasmettere «una solida conoscenza di base», in realtà mettono in mostra soltanto i frantumi di una critica dei Vangeli da gran tempo superata: si capisce allora perché sia i cristiani credenti, sia gli scettici curiosi domandino perplessi chi sia stato dunque Gesù e che cosa ci trasmettano su di lui le fonti a nostra disposizione.

Quanto insicure siano talvolta le conoscenze al riguardo, si è dimostrato nuovamente poco tempo fa: quando nell’ottobre 2002 fu portata alla luce una cassetta di ossa, un «ossario», con l’iscrizione «Giacomo, figlio di Giuseppe, fratello di Gesù», in alcuni giornali si poté leggere che questa sarebbe la prima prova della sicura esistenza di Gesù. Era proprio come se non si fosse ancora compreso che i Vangeli e le Lettere del Nuovo Testamento sono fonti storiche e che quindi si squalificano sul piano scientifico quegli studiosi, i quali continuano ancora ad affermare che gli evangelisti non volevano scrivere un’opera di storia. Invece è quello che volevano: lo dicono gli autori stessi, e nessuno più chiaramente di Luca (cfr. Lc 1,1-4). Volevano essere misurati secondo i criteri degli storici dell’antichità e sapevano che i loro lettori non si aspettavano nient’altro da loro.

Gli storici ovviamente devono chiedersi se gli evangelisti siano riusciti in questo loro intento, ma che questa fosse la loro volontà e che avessero le possibilità di farlo, è un dato di fatto assolutamente incontestabile. Dunque solo chi ha preso la decisione inammissibile di togliere valore storico al Nuovo Testamento può giungere all’idea che l’ossario di «Giacomo, figlio di Giuseppe, fratello di Gesù» sia la prima prova sicura dell’esistenza di Gesù di Nazaret. Si dovrebbero inoltre ignorare o sminuire i passi corrispettivi degli storici dell’antichità (si vedano lo storico romano Tacito, l’ebreo Giuseppe Flavio – le cui affermazioni non sono state per nulla falsificate, come talvolta si afferma ancora in un modo da gran tempo superato – e più tardi Plinio il giovane e il Talmud).

Anche le tracce archeologiche non sono nuove. In parte sono indirette: un esempio ne danno i graffiti risalenti alla fine del I – inizi del II secolo, che sono stati scoperti nel sottosuolo della cosiddetta tomba di Davide sulla collina di Sion, tomba che in realtà era una sinagoga giudeo-cristiana attiva verso la fine degli anni Settanta del I secolo: in essa si è trovata una nicchia rivolta in direzione del Golgota e contenente rotoli delle Sacre Scritture.

Qui furono decifrate invocazioni a Gesù e formule cristiane di preghiera. Anche un membro della primitiva comunità di Gerusalemme è stato comprovato archeologicamente: si tratta di Alessandro, il figlio di Simone di Cirene (cfr. Mc 15,21), proprio il figlio dunque dell’uomo che ha portato la croce di Gesù – o meglio il legno trasversale della croce. I resti delle sue ossa, ritenute autentiche senza alcuna discussione dagli archeologi, si trovano oggi conservati presso l’Università ebraica di Gerusalemme. Dal punto di vista archeologico si riferisce egualmente a Gesù anche la casa di Pietro a Cafarnao, la cui identificazione oggi non è più contestata da nessuno storico serio.

Questa casa non esisterebbe con i cambiamenti avvenuti molto presto nella costruzione per adattarla a luogo di riunione per la comunità giudeo-cristiana, se Pietro non fosse stato discepolo di Gesù, il primo dei suoi apostoli e la roccia della Chiesa, e se non fosse risaputo che Gesù stesso aveva abitato a lungo in questa medesima casa (cfr. Mc 2,1 ss).

Un simile elenco potrebbe proseguire a lungo, ma completa soltanto quello che si trova nelle fonti e non può avere alcuna forza probante maggiore di quella che hanno le fonti storico-letterarie già conosciute. Infatti, senza le Scritture – in questo caso i Vangeli – non sapremmo nulla di un certo Alessandro, figlio di Simone il Cireneo, oppure di uno che nei graffiti della collina di Sion viene invocato come il Cristo Messia: non avremmo capito per niente di che cosa si tratta.
Carsten Peter Thiede
 

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CULTURA
15 novembre 2008
LA VERA STORIA DEL SANTO GRAAL
 

Misterioso e glorioso, il Santo Graal simboleggia un inafferrabile oggetto del desiderio.

Sebbene oggi sia solitamente identificato come il calice dell'Ultima Cena cercato dagli eroi arturiani, il Graal è stato descritto come un piatto, un ciborium e perfino come una pietra bianca. In effetti per molto tempo il suo nome ha avuto un significato piuttosto mondano.

Il termine Graal appartiene al francese antico e deriva dal latino gradale (per gradi), si riferisce ad un piatto profondo in cui venivano servite le pietanze - portata dopo portata - in un banchetto medievale. Il termine è usato per la prima volta in inglese ("Grail") nel 1330 con pronunce diverse:greal e graile.  Le Morte D’Arthur di Sir Thomas Malory (1470) traduce “Holy Grail” ("Santo Graal") sia come "Sankgreal” che “Holy Grayle.”

Egli a volte attribuisce a “Sankgreal”  una falsa etimologia, dal francese sang real (sangue reale), cioé "il santissimo sangue di Gesù Cristo".

Questo graal - non ancora "santo"- fa la sua comparsa nel Conte del Graal (conosciuto anche come Perceval), un romanzo cavalleresco francese di Chrétien de Troyes  scritto nel tardo 12° secolo. Il graal di Chrétien è un grande piatto prezioso contenente un'ostia che una fanciulla porta durante un banchetto presso un castello incantato. Il re che presiede il banchetto è stato ferito ai genitali e il suo paese è una landa desolata a causa della sua infermità. Né lui né il suo paese possono essere guariti a meno che il giovane eroe del poema, Perceval, domandi: " A chi viene servito il Graal?"

Il poema di Chrétien rimase incompiuto. Quattro sconosciuti autori cercarono di terminarlo. Ma nel 1200 circa un poeta borgognone chiamato Robert de Boron  ampliò con successo la storia, sebbene questa sopravviva solo in una prosa conosciuta come Didot- Perceval. Robert trasforma il graal da piatto a coppa dell'Ultima Cena (in cui serve da ciborium piuttosto che da calice) e il re viene ferito dalla  sacra lancia di Longino che trafisse il costato di Gesù. Robert aveva precedentemente scritto Giuseppe d'Arimatea in cui la sacra coppa, che aveva anche raccolto il sangue di Cristo alla deposizione dalla croce, nutriva Giuseppe nei 43 anni di prigionia. Dopo varie peripezie in medio oriente, il figlio di Giuseppe porta il Graal in Inghilterra dove i suoi familiari diventano i custodi ereditari del Graal e antenati di Perceval.

Il materiale di Robert fu incorporato nel cosiddetto ciclo arturiano in prosa (1215-35). La parte intitolata La Queste del Saint Graal mostra l'influenza cistercense e probabilmente è stata scritta da un monaco. Questa è la versione più esplicitamente cristiana della leggenda del Graal poiché fa della ricerca un'odissea spirituale che solo i più virtuosi possono portare a termine. Qui il Graal - originariamente il piatto in cui veniva servito l'agnello pasquale - sta a significare la grazia divina.

Il ciclo arturiano fu la fonte maggiore per Malory, la cui opera Le Morte D’Arthur è il racconto "canonico" della storia per gli oratori inglesi. Sia nel ciclo arturiano che in Malory, Sir Perceval/Percivale è uno dei tre cavalieri più puri della Tavola Rotonda. Insieme a Sir Bors e all'irreprensibile Sir Galahad, egli ha il privilegio di prendere parte al rituale del Graal e di ricevere la Santa Comunione dalle mani dello stesso Gesù. Galahad guarisce il re ferito con il sangue di Cristo che stilla dalla sacra lancia. Infine, la compagnia del Graal vede la coppa e la lancia tornare in cielo. Galahad muore subito dopo, Perceval muore un anno dopo essere diventato eremita, e Bors ritorna a Camelot per raccontare la loro storia. Il Santo Graal ora non è più a portata di mano. 

Fra Chrétien e Malory, i romanzi cavallereschi si diffusero in tutta Europa dall'Italia alla Spagna fino all'Islanda e portarono con loro la storia del Santo Graal. Il poeta tedesco Wolfram von Eschenbach trasformò il materiale in modo originale per il suo Parzival (1210) Il Graal di Wolfram è una misteriosa pietra bianca forse tratta da un oggetto magico descritto in un romanzo su Alessandro il Grande. Questo Graal è chiamato il lapsit exilis, probabilmente una storpiatura in latino per "piccola pietra". Portata sulla terra dagli angeli all'epoca della caduta di Lucifero, essa genera qualunque cibo e bevanda che i convitati nel castello desiderino, risuscita i morti, cura i malati, e mantiene giovani coloro che la posseggono. Ogni tanto i nomi dei bambini chiamati a servire il Graal appaiono scritti sulla pietra. I ragazzi rimangono celibi e diventeranno cavalieri del santo Graal, conosciuti anche come Templari, ma le ragazze alla fine possono sposarsi. Ogni Venerdì Santo una colomba celestiale posa un'Ostia sulla pietra per nutrire il re ferito. Solo quando il suo giovane e ottuso nipote Parzival alla fine chiede: "Caro zio, cosa ti affligge?", il re viene guarito. Il Graal sceglie Parzival come futuro re.

Le innovazioni di Wolfram  non diventeranno mai la norma. Anche la versione dell'opera di Richard Wagner, Parsifal (1882), ripropone il Graal come calice, che è ciò che il suo pubblico si aspettava di vedere. L'eroe di Wagner, oltre ad avere il nome scritto diversamente, è vergine e non più un uomo sposato. Il Lohengrin di Wagner (1850), che vede come protagonista il figlio di Parsifal, è solo marginalmente una storia sul Graal.

Wagner non era certo il solo a trarre ispirazione dal Graal. Sebbene la predilezione per i romanzi cavallereschi si spense dopo il rinascimento, l'epoca Romantica li riscoprì, così come riscoprì il Medioevo. Il ciclo poetico di Alfred Lord Tennyson, Gli idilli del re (completato nel 1885) riuscì a creare un revival quasi da solo. Diventò il soggetto preferito dai Preraffaelliti e da altri artisti vittoriani. I Vittoriani addirittura inventarono una leggenda popolare secondo la quale il Graal giaceva nascosto nel pozzo di Glastonbury macchiandone di rosso le pietre.

L'impatto letterario delle leggende del Graal si protrasse fino al 20° secolo. “The Wasteland” di T. S. Eliot (1925) usa il Graal come metafora del mondo moderno. Charles Williams descrive un conflitto moderno tra bene e male introducendo il Graal nel suo romanzo  War in Heaven (1930), mentre le sue opere poetiche Taliessin through Logres (1938) e The Region of the Summer Stars (1944) sono rifacimenti metafisici dei romanzi cavallereschi. Nova di  Samuel R. Delany (1968) associa il Graal alla balena bianca di Melville e ne fa una fonte di energia fantascientifica. La landa desolata è Hollywood nel Lancelot di Walker Percy (1978), ma Las Vegas svolge lo stesso ruolo in Last Call di Tim Powers (1992). Moles cerca una pietra bianca simile al Graal nella storia della bestia parlante di William Horwood,  Duncton Wood (1980).

I film sono ricorsi alla stessa fonte in modi diversi: farsa in Monty Python e il Sacro Graal (Monty Python and the Holy Grail) 1975, fantasia romantica in Excalibur (1981), avventura in  Indiana Jones e l'ultima crociata (Indiana Jones and the Last Crusade ) 1989, e favola moderna in Il re pescatore (The Fisher King) 1991.

Questo piccolo campionario di opere tratte dalle storie del Graal rende testimonianza alla straordinaria ricchezza del simbolo. Da esso sono venuti miti universali: recipienti inesauribili, cibo miracoloso, l'unione fra re e terra oltre a specifici elementi  di alcune culture indo-europee, tutte plasmate dalla cristianità medievale.

Le origini del Santo Graal

Gli studiosi concordano sulle origine celtiche del Graal. Il principale sostenitore di questa opinione è lo studioso arturiano Roger Sherman Loomis il cui libro The Grail: From Celtic Symbol to Christian Myth (1963) lo fa risalire alle storie irlandesi di calderoni e boccali che mai si prosciugano così come ai racconti dei viaggi verso il Felice Altromondo. La fanciulla che porta il Graal rappresenta la sovranità dell'Irlanda, una donna che dà la sua coppa solo a chi ne è degno. Questi elementi furono trasmessi al Galles, poi alla Britannia, e i cantastorie bretoni li diffusero nella Francia del nord dove apparvero per la prima volta i romanzi medievali. Loomis sostiene che il materiale è stato alterato da incomprensioni e dal processo orale: non c'era nessun mito del Graal "originale".

Una teoria più recente e controversa è proposta da C. Scott Littleton e Linda A. Malcor in  From Scythia to Camelot (1994). Essi fanno risalire i motivi del Graal all'antico popolo della Crimea, gli Sciti, la cui simbolica coppa della sovranità cadde dal cielo e i cui moderni discendenti della ex Unione Sovietica ancora narrano storie su una coppa sovrannaturale che giudica i meriti degli eroi - tra i quali vi è una figura per molti versi simile ad Artù.

Si ritiene che questi miti siano stati portati in Europa da due ondate di invasioni barbariche durante l'epoca romana: la prima fu quella dei Sarmati che furono mandati in Britannia nel secondo secolo e la seconda fu quella degli Alani che si stabilirono in Britannia e Provenza nel 5° secolo. E' probabile che le loro antiche storie si siano mischiate con avvenimenti storici quali il saccheggio di preziosi arredi sacri, forse anche il saccheggio del tempio ebraico, che ebbero luogo durante il sacco di Roma del 410. Littleton e Malcor vedono quest'ultimo evento come l'origine della storia del Graal.

Ma fu il collegamento con la Santa Eucarestia che fissò il Graal nell'immaginazione medievale. Gli antichi miti non avrebbero mai potuto ottenere tale popolarità senza la cristianizzazione che li adattò alla iconografia medievale e alla pratica devozionale.

Gli artisti medievali illustrarono le storie sul Graal con i costumi, gli arredi e l'ambientazione del loro tempo, così come facevano con le scene della Bibbia o dell'antichità classica. Come calice eucaristico, il Graal doveva assomigliare a quelli veramente usati nella liturgia. Gli "accessori " del Graal come la sacra lancia e la spada spezzata di Davide riparata da Galahad ricordano le reliquie, le offerte votive di armi, e le insegne reali conservate nelle chiese.

Oltre al suo uso nell'Ultima Cena - la prima messa - si riteneva che il Graal fosse stato usato per raccogliere il sangue del Signore crocifisso. Il motivo del "calice presso la croce" che era emerso alla fine del primo millennio mostra un calice che raccoglie solo sangue, portato dagli angeli, o dalla mano di una donna allegorica che rappresenta l'Eucarestia ( la Chiesa) che tiene una specie di bastone pastorale con l'altra mano. Sicuramente questo riecheggiava la figura femminile che portava il Graal.

Le storie sul Graal apparvero proprio nel momento in cui la devozione eucaristica cominciava a diffondersi, espressa nell'elevazione dell'ostia durante la messa, nelle processioni Corpus Christi, nelle parabole dei predicatori e nelle storie di miracoli. Ostie che levitavano, sanguinavano, unico cibo dei santi, spesso apparivano nei miracoli eucaristici e nelle avventure del Graal. Si credeva che la devozione all'ostia elevata o esposta comunicasse non solo la grazia ma benessere e protezione, così come succedeva anche con il Graal.

La chiesa medievale non prese una posizione ufficiale sulle storie del Graal. Ma la cattedrale di Valencia sostiene di possedere il vero calice, una coppa di pietra rossa dell'epoca di Cristo trasformata in splendido calice durante il medioevo. La sua leggenda - che non deve niente ai romanzi cavallereschi - sostiene che fu inviata in Spagna dal martire romano S. Lorenzo. Donata alla cattedrale nel 1437, è custodita in una speciale cappella e fu una volta usata per la messa da Papa Giovanni Paolo II.

Le storie si moltiplicano

Nonostante le origini mitologiche, gli abbellimenti letterari e le fantasie popolari, il Santo Graal divenne saldamente collegato alla dottrina cattolica della Presenza Reale. E' Gesù e nessun altro colui che il calice contiene, "Corpo e Sangue, Anima e Divinità". Consideriamo il momento saliente di La Queste del Saint Graal (nella traduzione di P. M. Matarasso). I valorosi re che hanno completato la ricerca ascoltano la Messa detta dal vescovo Josephus, figlio di Giuseppe di Arimatea che era sopravvissuto per anni grazie all'Ostia miracolosa del Graal. Al momento della consacrazione, "discendeva dall'alto una figura come di bimbo, il cui volto brillava e risplendeva come fuoco; essa entrava nel pane che prendeva forma umana sotto gli occhi dell'assemblea". In seguito, Josephus svanì e la compagnia "vide la figura di un uomo apparire dal sacro calice, svestito, con le mani, i piedi e il costato sanguinanti..." E' Gesù in persona che dà la Comunione ai cavalieri, e l'ostia ha un sapore meravigliosamente dolce. La scena riecheggia i miracoli eucaristici in cui Cristo si rivela nell'apparenza del pane. I prototipi pagani sono stati cristianizzati.

Ciononostante le alternative eterodosse hanno ancora i loro seguaci. Per essi una pietra miliare fu il libro di  Jessie L. Weston,  From Ritual to Romance (1920).  Sotto l'influenza di Golden Bough di Sir James Frazer (1890), Weston immaginò che il Graal derivasse dai riti di fertilità e dal folclore popolare così come dagli insegnamenti di misteriose religioni orientali, di Gnostici e Catari oltre che da eresie presenti fra i Cavalieri Templari.

Ma Loomis rigettò tutto quanto condannando pubblicamente "la suggestiva teoria della signorina Weston su un perduto culto misterioso portato da mercanti orientali dal mediterraneo in Britannia, e su segreti riti di iniziazione  praticati in epoche remote - una teoria screditata anche dall'assenza di qualsiasi riferimento a tali culti nella massa di testimonianze medievali di eresia." Loomis non dà peso ad un'origine provenzale (presumibilmente catara) per Parzival in quanto "assurda" e rifiuta i suoi cavalieri del Graal, i Templeisen, come veri Templari. Per Loomis, le leggende del Graal sicuramente non erano "le dottrine esoteriche di culti eretici" nè volevano essere una propaganda antipapale. Inoltre gli Gnostici e i Catari, antimaterialisti com'erano,  non avrebbero mai potuto vedere Cristo presente nell'Eucarestia.

Weston rese popolare anche l'idea dei quattro elementi del Graal (coppa,lancia,spada, pietra) che si sarebbero perpetuati nei semi delle carte dei Tarocchi (coppe, bastoni, spade, pentacoli) e poi nei semi delle comuni carte da gioco. Le screditate idee di Weston sono ancora popolari tra gli occultisti dei nostri giorni come Margaret Starbird che definisce i tarocchi come il catechismo cataro. Questo ignora comodamente la storia reale, in cui le carte dei tarocchi furono inventate all'inizio del 15° secolo in Italia come innocuo gioco - non come pratica occulta- e posticipa la comparsa delle carte da gioco di almeno 50 anni. Tutto questo non ha nulla a che vedere con i Catari o i Templari.

Il Graal come simbolo di conoscenza segreta affascinò anche Adolf Hitler. Il nazista affascinato dall'occulto mise 12 ufficiali delle SS come Cavalieri del Graal in un castello ricostruito a Vevelsburg, Vestfalia, dove i loro riti sinistri probabilmente includevano anche sacrifici umani.

I pagani e i neo-gnostici  vanno ancora matti per il Graal, ma l'interpretazione esoterica oggi dominante è quella promossa ne Il Codice Da Vinci di Dan Brown (2003). Brown afferma che il Graal sia il grembo di Maria Maddalena che portò il figlio di Gesù, stabilendo una discendenza di sangue sacro che ancora continua, e questa ricerca del Graal era una copertura per la ricerca del "divino femminino" perduto. Le affermazioni di Brown si basano in gran parte su  Holy Blood, Holy Grail, un saggio di pseudo-storia senza alcun fondamento di Michael Baigent, Richard Leigh, e Henry Lincoln (1982).

Al contrario di quanto asserisce Brown, sia dalla Scrittura che da fonti patristiche si evince chiaramente che i cristiani hanno sempre creduto alla divinità di Gesù - e non c'è nessuna evidenza di una relazione sessuale fra lui e la Maddalena (vedi il mio articolo “Dismantling The Da Vinci Code,” Settembre 2003, Crisis). Sebbene il Graal come calice sia femminile in senso freudiano, esso - dalla sua prima comparsa nella letteratura medievale- ha sempre contenuto la Santa Eucarestia.

Tuttavia l'unica persona che può asserire di essere un Graal vivente è Maria la madre di Dio, non Maria Maddalena. Con la gravidanza e con l'allattamento, la Santa Madre di Dio ha donato il suo sangue e il suo latte per farsi il Corpo e il Sangue di Cristo. Di conseguenza, essa è onorata con una litania di titoli che santificano la donna-che-contiene: Arca dell'Alleanza, Casa d'oro, Tabernacolo dell'eterna Gloria.... Questo Santo Graal fu assunto in cielo, tuttavia il calice e il ciborium di ogni messa sono veri Graal. E così a ciascuno di noi è concessa la grazia di essere Galahad, poiché la nostra ricerca terrena del Graal termina all'altare.

http://www.acquaviva2000.com/STORIA/vera%20storia%20del%20santo%20graal.htm


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permalink | inviato da RAGGIO DI LUCE il 15/11/2008 alle 3:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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