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18 settembre 2009
MEETING 30/ 2. O’Callaghan: la mia scoperta sui Vangeli di Qumran
 

MEETING 30/ 2. O’Callaghan: la mia scoperta sui Vangeli di Qumran

mercoledì 19 agosto 2009

Eccellentissimi signori e cari amici, anzitutto desidero esprimere la mia gratitudine agli organizzatori di questo importante "Meeting per l’amicizia tra i popoli", per l’onore che mi è stato fatto di concludere le riunioni con le mie modeste parole, a riguardo della mia identificazione di un frammento di papiro, della grotta 7 di Qumran come un pezzo del vangelo di Marco 6, 52-53.

 

In questa occasione chiedo che mi si permetta di fare un po’ di storia dei miei lavori di identificazione. Devo confessare che non avevo mai avuto la pretesa di rintracciare un frammento neotestamentario, nella grotta 7 di Qumran. Il mio contatto con questa grotta si dovette al fatto che stavo redigendo un catalogo dei papiri greci dell’Antico Testamento. Poiché in quella grotta erano già stati identificati due papiri della LXX, dovevo interessarmi di quelli, e così sono entrato nella grotta 7 di Qumran.

 

Diciannove sono i frammenti rintracciati in questa grotta. In realtà i pezzi di papiro sono ventuno, ma il numero diciannove comprende tre blocchi di terra grigiastra mescolata con ghiaia e solidificata, sopra la quale i frammenti di papiro hanno lasciato la loro impronta, come conseguenza di un prolungato contatto. Pertanto il bilancio di questa grotta è alquanto insignificante e, all’apparenza, di scarsissimo interesse letterario. Senza alcun dubbio c’è qualcosa di molto importante di cui tener conto: tutti i frammenti sono di papiro e per di più scritti su di una sola facciata. Conseguentemente si tratta di pezzi di rotolo e non di codice, il che depone a favore dell’antichità dei frammenti.

 

Fra tutti i papiri di questo modesto insieme attirò la mia attenzione particolarmente quello catalogato col numero cinque. Devo confessare, come umile figlio di Sant’Ignazio di Loyola, che ho la mia "passione dominante". Essa consiste, nell’ambito della mia specializzazione, nell’identificazione di piccoli frammenti disparati. In questa occasione mi lasciai trasportare di nuovo da questa mia curiosità scientifica e, in conformità con l’edizione ufficiale, supposi che si trattasse di una genealogia. Effettivamente nella linea quattro del detto frammento si legge: nnes, che potrebbe verosimilmente esser parte della parola egennesen, la cui radice, anche nelle nostre lingue, significa generare. Dopodiché, con pazienza di certosino, rintracciai tutti gli innumerevoli passi dell’Antico Testamento in cui si sarebbe potuto trovar testimonianza della detta radice, ma mi vidi obbligato a desistere, poiché in nessuno di essi si trovava la concordanza di lettere che rendesse accettabile l’identificazione.

 

Ero sul punto di abbandonare il mio impegno di identificazione di detto frammento, quando, più per reagire alla delusione del momento che per vera convinzione scientifica, osai verificare se nel Nuovo Testamento potesse esserci qualcosa di corrispondente ai frammenti conservati in questo papiro. Anche la ricerca genealogica nel Nuovo Testamento si rivelò infruttuosa. Tuttavia ad un certo punto mi venne l’intuizione di supporre che il gruppo nnes avrebbe potuto far parte della parola Gennesaret, però il lago o territorio di Gennesaret si incontra una sola volta in tutto l’Antico Testamento: primo dei Maccabei 11, 67.

 

Per contro nel Nuovo Testamento incontrai un passo nel quale esisteva una corrispondenza perfetta sia al gruppo delle lettere di Gennesaret, sia alle altre caratteristiche del detto frammento di papiro: uno spazio di separazione nella linea tre per dividere due sezioni del testo, la seconda delle quali con inizio kai (equivalente alla congiunzione copulativa e). Effettivamente in Marco 6, 52-53, col versetto 52 termina la narrazione del miracolo di Gesù che cammina sulle acque e con il versetto 53 inizia quella delle guarigioni di Gennesaret. Si tenga presente che questo nuovo periodo comincia con la congiunzione e, peculiare dello stile di Marco. Il frammento che viene riferito è il seguente: «In realtà non avevano ben capito il fatto dei pani, perché il loro cuore era indurito» (versetto 52). Il versetto 53 inizia così: «E avendo concluso la traversata giunsero a Gennesaret e sbarcarono».

 

Personalmente cercai di dimenticarmi di questa identificazione perché la consideravo io per primo inaccettabile. E dopo aver lavorato nella biblioteca del Biblico, tornai nella mia stanza, nella quale poco dopo entrò un mio collega tedesco, a cui timidamente proposi la possibilità di aver rintracciato un papiro di Marco databile all’anno 50. Immediatamente mi interruppe dicendomi: «È impossibile!». Mi mancava solo questo per perdere ogni coraggio; lasciai il mio lavoro ed andai ad ossigenarmi per le bellissime strade della Roma antica. Non volevo più pensare alla ventura corsa circa la recente identificazione.

 

Non volevo più pensare, ma di fatto non potevo evitarlo. E se per un caso fortuito tutto quello era vero? Io proseguivo nei miei lavori accademici all’Istituto Biblico, le mie lezioni, i miei seminari, ma quasi un’ossessione si impadroniva di me a cui resistevo. Infine dopo una settimana tornai con maggior calma a verificare l’identificazione e di nuovo riscontrai la coincidenza di lettere ed altri aspetti paleografici con il frammento di Marco. Poi andai a trovare quello che allora era Rettore del Biblico, attualmente Cardinale e Arcivescovo di Milano, Mons. Carlo Maria Martini, a cui proposi la mia possibile identificazione. In quel momento egli aveva una riunione, ma mi chiese che gli presentassi una sorta di bozza del mio lavoro, manifestando, come era ovvio, una certa sfiducia nella mia ricerca.

 

Il giorno seguente, era domenica, lo ricordo perfettamente dato che stavo lavorando nella mia stanza, mi si presentò in camera con la bozza che gli avevo consegnato e con molta circospezione e prudenza scientifica mi propose obiezioni al mio lavoro a cui era necessario che rispondessi. Dopo questa conversazione Mons. Martini decise che il mio lavoro fosse sottoposto alla supervisione di svariati docenti del Biblico, i quali non opposero alcuna seria difficoltà alla pubblicazione del mio articolo. Con grande prudenza e circospezione scientifica Mons. Martini, ascoltato il parere favorevole dei miei colleghi del Biblico, volle conoscere l’opinione di un eminente specialista di papirologia dell’Università italiana. Perciò andai a Trieste a confrontare i miei lavori con il Professor Sergio Daris, a cui una volta di più sono grato per la gentilezza e per la competenza.

 

Discutemmo l’argomento circa sei ore e, dopo il suo parere favorevole, ritornai a Roma. A questo punto il Rettore del Biblico autorizzò la pubblicazione dei miei lavori, che furono pubblicati fra le ipotesi, come un suggerimento scientifico, data l’estrema delicatezza dell’argomento in essi trattato.

Immediatamente dopo la pubblicazione del mio articolo nella Rivista Biblica, l’organo scientifico del nostro Istituto Biblico, lasciai Roma ed andai a Barcellona per evitare l’assalto dei giornalisti.

 

Ma due giorni dopo il mio arrivo nella città, dove desideravo rimanere ignoto a tutti, mi si presentò un gruppo della televisione Nord-Americana, che voleva farmi un’intervista per gli Stati Uniti. Da quel momento tutto fu un calvario per me, che sono un uomo tranquillo e dal lavoro nascosto. Subii innumerevoli interviste di giornalisti spagnoli e stranieri che non sempre, nonostante la loro buona volontà, espressero nelle loro cronache ciò che il povero specialista diceva, e che non poche volte, alla ricerca del sensazionalismo del momento, esageravano oltre ogni misura. Oggigiorno è impossibile evitare l’intromissione dei mezzi di comunicazione sociale, ma perché vi rendiate conto dell’obiettività dell’informazione, posso ricordare un giornale della sera di Barcellona che, con grandi titoli, annunziava ai quattro venti: "Padre O’Callaghan ha scoperto un papiro di Marco anteriore a Gesù Cristo (!!!)". Noi che lavoriamo in campo scientifico siamo uomini che di solito amiamo la nostra intimità e preferiamo essere lasciati in pace con i nostri pensieri ed indagini. Disgraziatamente nel mio caso fu tutto il contrario. In molte parti del mondo si diffuse la notizia e frequentemente con evidenti esagerazioni ed imprecisioni incommensurabili.

 

Le reazioni nel mondo culturale seguirono tre orientamenti ben definiti: gli entusiasti della mia identificazione, gli indifferenti che con giusta prudenza cercavano di saperne di più per decidere ed infine i nemici acerrimi la cui posizione io ho sempre rispettato quantunque talvolta abbia lamentato che gli attacchi non si siano mantenuti ad un livello strettamente accademico. È fuori di dubbio che quando si propone una teoria scientifica nuova, opposta ad una opinione universalmente accettata, è necessaria una adeguata polemica per chiarire gli elementi che si propongono nella teoria e verificare se la proposta scientifica stia a galla oppure no; per questo esprimo il mio ringraziamento a quanti con i loro apporti contribuirono a chiarire la mia teoria.

 

Attualmente sono passati già molti anni, quasi 20, dal momento in cui comparve la mia proposta. Molti articoli sono stati pubblicati e si sono fatte molte verifiche informatiche per dimostrare la legittimità delle mie proposte. Credo con buona coscienza di poter dire che la mia umile proposta conserva la sua iniziale validità e ricorderò qui le parole del Professor Carsten Peter Thiede nella sua benemerita opera: «In base alle regole del lavoro paleografico e di critica testuale, è certo che 7Q5, la sigla del papiro della grotta 7 di Qumran, è Marco 6, 52-53, il più antico frammento conservato di un testo del Nuovo Testamento, scritto attorno al 50, e sicuramente prima del 68». E che il passo come tale non provenga da una raccolta formata prima di Marco, ma presupponga un vangelo già completamente terminato, era già stato affermato giustamente dallo stesso Kurt Aland, prima che cercasse di confutare l’identificazione del frammento senza tener conto delle sue principali caratteristiche.

 

Anche in questo caso non dobbiamo prescindere da un periodo di trasmissione orale precedente la formazione dei vangeli ma, come correttamente annota il Card. Martini, «sarebbe forse necessario considerare il tempo della “tradizione orale” del materiale evangelico come un po’ meno lungo di quanto non si supponesse oggi da parecchi critici. Così, pur senza mutare il quadro sostanziale che riallaccia l’origine dei vangeli ai ricordi degli apostoli e alla loro predicazione orale, si potrebbe pensare ad esempio che si cominciò a mettere per iscritto tale predicazione già durante il secondo decennio dopo la morte di Gesù».

 

Possiamo a questo punto chiederci: "A che punto è, attualmente, l’accettazione della mia teoria?". Posso dire che il prossimo mese di ottobre, nell’Università cattolica di Eichstätt in Germania, si terrà un simposio internazionale in appoggio alla mia proposta. Fino a questo momento sono già tredici i professori che hanno promesso la loro presenza e che proporranno comunicazioni sopra la questione del 7Q5. Senza stare a citare i nomi, posso con certezza nominare le Università o i centri di studio che saranno rappresentati limitandomi a citare le città: Bonn, Eichstätt (due docenti), Gerusalemme, Lucerna, Monaco, Offenburg, Tubinga (due docenti), Uppsala, Vienna, Wupertal, Princeton (USA). Si aspettano ancora altre collaborazioni, ma dato che non sono sicure preferisco non nominarle. Mi permetto di citare alcune parole di Tommaso Ricci su questo simposio: «Il prossimo ottobre, nel cuore della Baviera, attorno alla sigla 7Q5 si daranno battaglia studiosi di ogni parte del mondo. Una battaglia il cui sottofondo è molto di più che una questione di papiri e di date».

 

E qual è questo sottofondo che supera aspetti cronologici e paleografici? La vera questione di tutta questa problematica è la seguente: se la tradizione orale è molto lunga, le impressioni che gli uomini vanno trasmettendosi corrono il pericolo di modificare la realtà degli avvenimenti iniziali: questo lo sappiamo per esperienza personale. Si tende ad esagerare peggiorando o migliorando la figura del personaggio in oggetto e così, trattandosi di Gesù, un uomo di doti umane straordinarie (questo l’accettano tutti), dopo una serie di mutamenti di impressioni e trasmissione di avvenimenti della sua vita, quell’uomo si trasforma a poco a poco in un Dio e si passa da una categoria umana fuori serie ad un piano di divinità nel quale Cristo non è soltanto un uomo ma anche Dio. Conseguentemente la divinità non si afferma in virtù di credenziali originarie ma per dilatazione di racconti formatisi nella primitiva comunità cristiana. Per contro, se ora abbiamo un papiro di Marco dell’anno 50, risulta che solo a pochi anni dalla sua morte ci viene riferito dei miracoli del Signore da parte di autori che l’hanno visto personalmente o almeno ne hanno udito parlare da testimoni oculari o auricolari.

 

Credo che a questo proposito risultino molto opportune le parole del Professor Albert Vanhoye, ex Rettore dell’Istituto Biblico ed attuale Segretario della Pontificia Commissione Biblica: «Come sempre purtroppo accade, ogni volta che ci si avvicina alle fonti che storicamente provano la verità della fede, si grida allo scandalo; e tutte le volte invece che le ricerche dicono il contrario vengono accolte con grandissimo favore. Le critiche che O’Challaghan dovette subire, furono tremende. Le sue scoperte indispettirono molto i biblisti: era dato per scontato che dalla morte di Cristo alla stesura del Vangelo di Marco, fossero passati quarant’anni. Scoprire invece che ne passarono meno di venti, manderebbe all’aria tutta l’esegesi neotestamentaria».

 

Sembra conveniente concludere con le giuste parole del mio collega del Biblico, Professor Ignace de la Potterie: «La distinzione dell’esegesi moderna fra il Cristo della fede e il Cristo della storia verrebbe messa in crisi. E teniamo presente che il Vangelo di Marco è quello che più esalta la divinità di Cristo con la sua potenza miracolosa».

 

È opportuno ormai che ponga fine alle mie povere parole, ringraziandovi per la vostra amabile attenzione. Devo dire che per me è una grande consolazione poter rivolgermi a questa grande assemblea, dove ci sono tanti giovani. Il titolo del Meeting di quest’anno affronta il tema della libertà della persona, che nel Cristianesimo raggiunge la sua piena realizzazione, ed è precisamente a Cristo che dobbiamo questa totale liberazione. Personalmente, dopo lunghi anni di silenzio e incomprensioni, sono molto contento che i miei lavori ci permettano di avvicinarci al Cristo amico. Non ho mai preteso di fare apologetica nelle mie ricerche, non posso però nascondere la mia soddisfazione, perché i miei lavori e fatiche hanno potuto servire a conoscere meglio la straordinaria figura del Dio incarnato, Gesù di Nazareth.

 

(José O’Callaghan, Meeting di Rimini 1991)


http://www.ilsussidiario.net/articolo.aspx?articolo=35134

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23 dicembre 2008
Il "Vangelo di Giuda": patacca o scoperta?
 

Il "Vangelo di Giuda": patacca o scoperta?

di Massimo Introvigne (il Domenicale. Settimanale di cultura, anno 5, n. 30, 29 luglio 2006)

vangelo di giudaAnche l’Italia ha la sua bella versione del Vangelo di Giuda, curato da Rodolphe Kasser, Martin Meyer e Gregor Wurst, con un commento di Bart D. Ehrman. Pubblicato dalla White Star di Vercelli, è uscito originariamente come allegato di National Geographic Italia di maggio, ma ora vive ovviamente di vita autonoma.

Ora, se il Vangelo di Giuda fosse stato pubblicato nel 1993 - quando scrivevo il mio Il ritorno dello gnosticismo, ricostruendo le dottrine degli gnostici antichi per mostrare quanta parte ne sopravvivesse nei nuovi movimenti religiosi e nel New Age - probabilmente sarei stato lieto della sua pubblicazione.

Il testo non soltanto conferma in modo a tratti persino elegante quanto sappiamo della cosmologia gnostica classica, ma dà anche ragione a sant’Ireneo di Lione (130-202), il quale scrivendo nel 180 d.C. e citando un testo chiamato appunto Vangelo di Giuda sosteneva che  tra gli eretici gnostici ce n’erano di talmente cattivi che, per dare addosso a quella che chiamavano la “Grande Chiesa” cristiana da cui si erano staccati per fondare le loro piccole conventicole, tributavano un vero culto a tutti i personaggi dipinti come malvagi nell’Antico e nel Nuovo Testamento, da Caino a Giuda.

Molti studiosi dello gnosticismo pensavano che sant’Ireneo, obnubilato dall’avversione per gli gnostici, esagerasse e che questi “cainiti” non fossero mai esistiti.

Ora, il Vangelo di Giuda viene oggi presentato come un “testo cainita” e certamente si accosta con venerazione a Giuda, confermando che - come del resto si sa da altre fonti - sant’Ireneo non simpatizzava certamente per gli eretici e non scriveva da studioso accademico neutrale del XX secolo ma da difensore della fede, riuscendo però nel contempo a fornire informazioni esatte preziose ancora oggi e a non calunniare nessuno.

Quello che dello gnosticismo si conosce da sant’Ireneo è stato sostanzialmente confermato dalle scoperte successive, compreso il famoso ritrovamento nel 1945 da parte di un contadino egiziano di un’intera biblioteca gnostica presso Nag Hammadi.

Certamente lo gnosticismo non è mai stato un sistema monolitico e coerente. Le varie scuole si sono divise quasi su tutto. Vi sono tuttavia alcuni temi generali che - sia pure con molteplici sfumature e varianti - si ritrovano in tutte le scuole: il primato della conoscenza, il dualismo, la presenza di varianti di un mito cosmologico, una dottrina della salvezza, un atteggiamento particolare in materia di culto e di moralità.

Il dualismo spirito/materia

Gnosticismo deriva da gnosis, “conoscenza” in greco. Un sistema gnostico è anzitutto caratterizzato dal primato della conoscenza su qualunque altro mezzo di salvezza per l’uomo: la legge, il rito, l’adesione a una comunità religiosa. Nella sua lotta con il cristianesimo, la conoscenza degli gnostici si contrappone alla fede; ma - più in generale - la gnosis si oppone all’ignoranza di coloro che rimangono immersi nella vita di tutti i giorni e nelle preoccupazioni di questo basso mondo senza occuparsi dei misteri del mondo divino, i soli che contano e che vale la pena di studiare,

Tutti i sistemi gnostici - anche se non tutti nello stesso modo - sono caratterizzati da un dualismo che oppone lo spirito e la materia, con un deciso anticosmismo che svaluta radicalmente il mondo visibile, ridotto a regno del male e delle tenebre. Questo anticosmismo radicale differenzia il dualismo gnostico da quello della religione zoroastriana e da quello platonico, che pure hanno esercitato una certa influenza sugli gnostici. Non a caso i neo-platonici del Terzo secolo non avranno alcuna simpatia per gli gnostici, anzi li combatteranno proprio in ragione del loro anticosmismo. Se tutti gli gnostici sono d’accordo su una svalutazione dualistica del mondo e della materia, le scuole si dividono quando si tratta di valutare i rapporti fra i due principi. Nei sistemi classici dello gnosticismo il dualismo si risolve in un monismo, in quanto il male non è un principio originario ma il risultato di una qualche degradazione - o caduta nel mondo materiale - del bene. Come si vedrà, è proprio questa la prospettiva anche del Vangelo di Giuda.

Verso l’idea di due principi originari si orienteranno invece quelle scuole gnostiche che influenzano il manicheismo, che alcuni considerano una religione successiva del tutto indipendente dallo gnosticismo e altri uno gnosticismo tardivo.

È la conoscenza che salva

Tutti i sistemi gnostici propongono un mito cosmologico che - come spesso è stato notato - ha un carattere “parassitario” in quanto nasce dalla rilettura gnostica di temi mitologici preesistenti iranici, greci o ebraici, talora “contaminati” da riferimenti cristiani. I miti gnostici sono insieme ricchissimi e diversi da scuola a scuola, ma lo schema centrale rimane costante. Possiamo definire lo gnosticismo in molti modi, ma la formula più breve e comprensibile rimane quella del filosofo neoplatonico Plotino (205-270): “Lo gnosticismo è la dottrina secondo cui il creatore di questo mondo è cattivo, e il mondo è cattivo”.

Nella cosmologia gnostica - fedelmente riassunta anche nel Vangelo di Giuda - “il Grande”, la vera divinità positiva per cui si usa malvolentieri l’espressione “dio”, riservata a una pletora di personaggi minori o negativi, ha creato soltanto il Pleroma, il mondo della Luce divina abitato da una pluralità di dei. Per cause che il Vangelo di Giuda non  chiarisce - ma che altrove gli gnostici attribuiscono alla caduta fuori del Pleroma di una divinità femminile, Sofia - a un certo punto una parte della Luce divina è uscita dal Pleroma ed è rimasta intrappolata nel mondo materiale.

Quest’ultimo non è una creazione di Dio, ma di una divinità incapace ovvero malvagia, il Demiurgo, assistito da collaboratori, gli Arconti, che sono o violenti o pasticcioni.

Gli ebrei dell’Antico Testamento, secondo gli gnostici, si sono lasciati ingannare dal Demiurgo venerandolo come Dio e fonte di ogni bene, mentre è al contrario la fonte di ogni male, perché la materialità del mondo - e con questa la divisione dei sessi, l’amore, la vita mortale, la procreazione - sono tutte cose malvagie del tutto estranee ai piani del Grande. Alcuni frammenti della Luce divina sono stati concessi dal Grande al mondo materiale come seme di salvezza, e costituiscono le scintille o frammenti di anima di cui alcuni uomini, ma non tutti, sono dotati (molti ne rimangono privi, irrilevanti nel grande gioco cosmico). Gli uomini in cui vive una scintilla divina come anima sono chiamati a diventare gnostici, lavorando perché i frammenti di Luce si riuniscano e tornino al Pleroma.

Quanto alla dottrina della salvezza, per gli gnostici la salvezza viene dalla conoscenza. E tuttavia lo gnosticismo non prevede solo l’auto-redenzione attraverso la gnosi, ma anche l’intervento di figure di redentori su cui gli interpreti hanno sempre discusso. Si è detto che il redentore gnostico, che in molti testi è Gesù Cristo, è sempre un “redentore redento”, perché - se si è lasciato coinvolgere nel mondo materiale - ha in ogni caso bisogno di ricevere una redenzione prima di poterla trasmetterle agli altri.

Ma questa necessità si attenua nei testi più influenzati dal cristianesimo - o da sue forme non precisamente ortodosse - dove il redentore, Gesù Cristo, sembra coinvolto nel mondo, ma si tratta solo di una maschera o di un’apparenza che inganna i non gnostici e oltre la quale il vero gnostico comprende Gesù come un inviato del regno del Grande di natura puramente spirituale. In ogni caso, la salvezza non è per tutti: è riservata ai soli gnostici, e ha un costo. Anche lo gnostico dopo la morte non va direttamente al regno del Grande: l’anima o si reincarna (ma non tutte le scuole credono nella reincarnazione) o deve passare attraverso una serie di prove. Solo alla fine del mondo l’ascesa degli gnostici sarà diretta.

Degli aspetti rituali, sociologici e morali dell’antico gnosticismo sappiamo in realtà pochissimo. Solo alcuni capiscuola come Marcione (85-160 d.C.) si preoccupano di fondare una Chiesa con una struttura formale: altri restano predicatori ambulanti come il Peregrinus messo in scena nella satira di Luciano (120-190 d.C.).

Il culto è visto originariamente come sospetto, come qualche cosa che ha a che fare con il mondo materiale, e lo stesso vale per la morale. Ma questo porta le diverse scuole a conseguenze radicalmente opposte: da un rigoroso ascetismo con un culto ridotto al minimo fino a pratiche orgiastiche che si traducono in una ritualità incentrata sulla magia sessuale. In entrambi i casi si tratta di affermare che il “mondo” - con la sua morale e le sue convenzioni - non ha nessuna importanza. Nelle prospettive più antinomistiche, come si è accennato, i “cattivi” della Bibbia sono tutti rivalutati come buoni e venerati come santi, perché in realtà lottavano contro il dio malvagio creatore di questo mondo: dal Serpente tentatore del Paradiso Terrestre fino a Caino, agli abitanti di Sodoma e Gomorra e appunto a Giuda. Il Vangelo di Giuda conferma appunto che l’attribuzione a certi gnostici estremisti anche di un culto di Giuda non è un’invenzione di sant’Ireneo.

Dan Brown e National Geographic

Tuttavia, nonostante il positivo contributo alla lotta contro i diffamatori di sant’Ireneo, non posso fare a meno di notare che, pubblicato nel 2006, il Vangelo di Giuda rischia di fare danni. Tutti hanno bene inteso che senza Il Codice da Vinci - e la sua pretesa, che nessuno studioso ha preso sul serio ma che ha affascinato il pubblico meno informato - secondo cui i Vangeli gnostici ci descrivono una figura più vicina al Cristo storico di quella dei Vangeli canonici, National Geographic non avrebbe investito milioni di dollari nel lancio pubblicitario e nella pubblicazione del documento, il quale sarebbe stato letto, come è capitato a decine di testi consimili pubblicati negli ultimi anni, solo da qualche centinaio di specialisti in tutto il mondo. Vi è inoltre, come è stato sottolineato in diversi convegni americani, il problema etico che aveva spinto diverse case editrici universitarie a rifiutare l’acquisto e la pubblicazione del testo. Il codice al cui interno si trova il Vangelo di Giuda è frutto di quella che eufemisticamente si chiama archeologia illegale e che più prosaicamente si può definire furto di codici antichi da parte di “tombaroli”. Costoro avvelenano le relazioni fra gli archeologi e gli studiosi accademici e i governi dei paesi dove ci sono ancora reperti da scoprire, e riescono a rivendere il materiale trafugato solo ad antiquari di scarsi scrupoli, che normalmente lo danneggiano non conservandolo a regola d’arte. In questo caso il materiale illegale è stato “legalizzato” con promessa di restituirlo alle autorità dell’Egitto, dove è stato rubato intorno al 1978, ma molte università continuano a pensare che l’“archeologia illegale” non vada comunque né tollerata né pubblicizzata.

Un’assoluta non-notizia

Più grave però è che al pubblico del prime time televisivo e a lettori che non sanno nulla dello gnosticismo il Vangelo di Giuda sia stato presentato come una sorta di conferma che Dan Brown ne Il Codice da Vinci ha ragione, e che tra i primi cristiani circolavano versioni alternative della storia di Gesù Cristo, tutte - si lascia intendere - ugualmente autorevoli, anzi quelle gnostiche semmai più credibili perché più “umane”. Chi poi non si è lasciato convincere a comperare l’edizione commentata del National Geographic - che batte impropriamente la grancassa sulla scoperta “sensazionale” di un testo che assomiglia a un altro centinaio di documenti gnostici già noti - ma ha sentito parlare del Vangelo di Giuda solo dai giornali e alla televisione, senza leggerlo, rischia di non capire neppure esattamente di che cosa si tratta.

Il Vangelo di Giuda ricostruito (non completamente) dal gruppo di Rodolphe Kasser sulla base del codice maltrattato da tombaroli malavitosi e antiquari ricettatori è un testo copto che risale al 400 d.C. Ci sono buone probabilità - ma, come ammettono onestamente i curatori dell’edizione, non la certezza - che sia una tarda traduzione del testo citato da sant’Ireneo nel 180 d.C. e che risale a qualche decennio prima, forse al 150-160 d.C. Il testo non rappresenta (come piacerebbe ai lettori di Dan Brown) una versione alternativa della storia di Gesù Cristo, ma - come la maggioranza dei documenti gnostici - ha natura pedagogica e catechetica. Pochi singoli episodi della vita di Gesù (alcuni diverbi con i discepoli, il rapporto privilegiato con Giuda, la presentazione - peraltro brevissima - del presunto tradimento di Giuda come preordinato e provvidenziale) costituiscono più che altro dei pretesti per insegnare una cosmologia e un’antropologia radicalmente alternative a quelle cristiane.

Il testo deriva da correnti gnostiche estremiste (si chiamassero o no “cainite”) che - se davvero questa è una traduzione abbastanza fedele del Vangelo di Giuda nota a sant’Ireneo - anticipano di diversi decenni una piena consapevolezza del fatto che i ponti sono ormai del tutto tagliati con la “Grande Chiesa” dei cristiani. Lo gnosticismo è, molto semplicemente, un’altra religione che, cercando fedeli in ambiente cristiano ed ebraico, si preoccupa anzitutto di polemizzare ferocemente con il cristianesimo e l’ebraismo.

Gli Apostoli che bestemmiano

Nel Vangelo di Giuda Gesù è un messaggero mandato dal regno immortale del Pleroma a riunire gli gnostici denunciando la natura malvagia del creatore di questo mondo, il personaggio venerato come Dio nell’Antico Testamento. Nel Vangelo di Giuda lo scontro di Gesù con l’ebraismo è radicale; egli deride gli Apostoli quando pregano: perché senza saperlo stanno pregando il dio malvagio, la fonte del male. Leggiamo nel testo (le parentesi quadre indicano lacune colmate dagli editori): “Quando [si fece accosto] ai discepoli, si riunirono e sedettero e offrirono una preghiera di ringraziamento sopra il pane, [ed egli] rise. I discepoli dissero a [lui]: ‘Maestro, perché ridi della [nostra] preghiera di ringraziamento? Abbiamo fatto ciò che è giusto’. Ed egli rispose loro e disse: ‘Io non rido di voi. Voi non fate questo per volontà vostra, ma perché si crede questo, che il vostro dio [ne sarà] glorificato”.

Gli Apostoli gli chiedono se non è forse Gesù “il figlio del dio nostro”. Niente affatto, risponde Gesù: questo è un errore che fate voi, e che faranno anche i cristiani: “In verità vi dico, non una generazione di quanti sono fra voi mi conoscerà”. Gli Apostoli allora “si risentirono e si adirarono, e nei loro cuori presero a bestemmiare il suo nome”. Gesù attribuisce questa rivolta al fatto che “dentro voi” c’è  “il dio vostro”, il dio malvagio creatore del mondo dell’Antico Testamento, e che nessuno degli Apostoli è veramente un “perfetto”, cioè uno gnostico. Tranne Giuda, che gli dice: “So chi tu sei e donde sei giunto, Tu vieni dal reame immortale di Barbelò. E io non son degno di pronunciare il nome di colui che ti ha inviato”: che non è il dio venerato dagli ebrei (e dai cristiani) ma il Grande che presiede al mondo spirituale degli gnostici, di cui Barbelò è una delle divinità.

E dormono pure con gli uomini?

Ma - in modo anacronistico, e a conferma che ci troviamo di fronte a un testo simbolico, senza pretese storiche - Gesù se la prende anche con i cristiani, offendendoli crudelmente in quanto hanno di più caro, i martiri. Gesù attacca gli Apostoli (intendendo ricomprendere nell’attacco anche i loro successori, i vescovi) perché manderanno i cristiani a morire, un sacrificio inutile e stupido perché implica che la vita e la morte, l’affermare o negare una fede nel mondo materiale abbiano qualche interesse, mentre tutto quello che avviene nel mondo materiale è per definizione irrilevante. Gli Apostoli hanno una visione del Tempio: vedono “una gran [casa con un vasto] altare [dentro essa, e] dodici uomini - essi sono i sacerdoti, diremmo - e un nome; e una turba di gente aspetta presso l’altare, [finché] i sacerdoti [… e ricevono] le offerte”. Alcuni “sacrificano i figli, altri le mogli”; e - dicono gli Apostoli a Gesù - “gli uomini che stanno [dinanzi] all’altare invocano il [nome] tuo, e in tutti gli atti del loro difetto, i sacrifici sono portati a compimento”.

Gli Apostoli, al solito, rimangono turbati e Gesù spiega la visione smascherando la menzogna del cristianesimo e degli stessi Apostoli: “Quelli che avete veduto ricevere le offerte all’altare, quello è ciò che siete. Quello è l’iddio che servite, e siete voi i dodici uomini veduti. Le bestie che avete veduto condurre al sacrificio sono le molte genti che voi sviate dinanzi a quell’altare”. I martiri che pensano di morire per il vero Dio in realtà servono il dio malvagio di questo mondo, che incita a ogni sorta di iniquità.

Nella stessa visione infatti i “sacerdoti” che gli Apostoli vedono nel Tempio (e che sono, spiega Gesù, gli Apostoli stessi e i loro successori) “dormono con uomini” (un’accusa che cristiani e gnostici si scambiavano di frequente a vicenda nel secondo secolo), sono coinvolti in omicidi, “commettono una moltitudine di peccati e atti d’illiceità”. A questo, spiega Gesù, porta il contatto con il dio dell’Antico Testamento, che è la fonte di ogni male, tramite la preghiera. Chi lo prega non è uno gnostico, e non ha un’anima immortale: “le anime di ogni generazione umana periranno”.

C’è però uno che non prega, Giuda. Gesù lo riconosce come gnostico e lo istruisce segretamente nei misteri del Grande. “Partiti dagli altri e io ti darò i misteri del regno. A te è possibile giungere là” - cioè Giuda, a differenza degli altri Apostoli, è uno gnostico con un’anima immortale - “ma ne avrai molto a soffrire. Poiché un altro ti sostituirà, al fine che i dodici [discepoli] possano ancora giungere a completezza con il dio loro”, che come ormai sappiamo è il dio malvagio. Lo confermano “i misteri del regno” che Gesù rivela a Giuda.

“Esiste un regno grande e senza fine, la cui vastità non una generazione di angeli ha veduto, [dove] è [uno] [Spirito] grande, invisibile, che alcun angelo mai vide, né un moto del cuore ha mai compreso, e che mai ebbe un nome”: il Grande. Questo vero dio “che mai ebbe un nome” fa “venire in essere” (emana) “un grande angelo, l’illuminato divino Autogenerato”: l’Autogenes, che è il vero figlio di Dio in molti testi gnostici. Per causa dell’Autogenes, “altri quattro angeli vennero in essere da un’altra nube, ed essi divennero servi dell’angelico Autogenerato”. L’Autogenerato in seguito emana i “luminari” - chiamati in altri testi gnostici Hormozel, Oroiael,  Daveithai ed Eleleth - e “miriadi innumerevoli” di altre entità spirituali che costituiscono il complicato mondo divino tipico delle cosmologie gnostiche.

Il Demiurgo, gli Arconti e lo stolto

A furia di moltiplicarsi, tuttavia, alcuni “immortali” cadono fuori del regno divino. “La moltitudine di quegli immortali è detta cosmo, ossia perdizione”. In questo mondo di perdizione fa irruzione “dalle nubi” un personaggio “col volto balenante di fuoco e sozzo di sangue a vedersi”. Secondo il Vangelo di Giuda “Nebro si chiamava, che sta per ‘ribelle’; per altri è Yaldabaoth”, che è uno dei nomi del Demiurgo. Dalla nube esce pure un collaboratore del Demiurgo, Saklas, il cui nome significa “stolto” in aramaico. Un assassino “sozzo di sangue”, il Demiurgo, e uno stolto, Saklas, creano dunque il nostro mondo, ed emanano dodici arconti perché li assistano. Il racconto biblico della creazione dell’uomo non è falso, ma va inteso come creazione da parte di questa accolta di divinità criminali: “Allora Saklas disse ai suoi angeli: ‘Creiamo un uomo a somiglianza e immagine’” - a immagine e somiglianza di Saklas, cioè dello stolto per antonomasia - “e fecero Adamo e la sua sposa Eva”.

Il Demiurgo dota gli uomini dello spirito, che garantisce una lunga vita, ma alla fine “lo spirito dell’uomo perisce”, cioè si ribadisce ancora una volta che l’uomo di per sé non ha un’anima immortale.

Tuttavia “il Grande ordinò a Gabriele”, un angelo buono, “di concedere spiriti alla gran generazione senza arconte sopra di essa, o sia, lo spirito e l’anima”. Grazie all’intervento del Grande, nel mondo entra “la conoscenza”, la gnosi, e alcuni eletti, gli gnostici, da allora sono dotati di anima oltre che di spirito e possono sfuggire al dominio degli arconti “così che i re del caos e dell’infero non signoreggino su di loro” e vivano per sempre.

Agli gnostici non è promessa una vita facile. Giuda, l’unico gnostico fra gli Apostoli, sarà “maledetto dalle altre generazioni” e dai cristiani, che credendo di essere battezzati in nome di Gesù Cristo in realtà “offrono sacrifici a Saklas” e fanno “tutto quel che è male”. Tuttavia, alla fine gli gnostici trionferanno e questo mondo sarà distrutto. La cosmologia gnostica è spesso legata a una complessa astrologia: “per tutti le stelle portano le cose a compimento”.

Quando comincerà a finire la vita di Saklas - che non è immortale - “la prima stella apparirà con le generazioni, ed essi finiranno quel che dicono di voler fare. Allora fornicheranno in nome mio e ammazzeranno i figli loro”. Ma questo dominio delle “sei stelle vaganti” - la Luna, Mercurio, Venere, Marte, Giove e Saturno, che nell’astrologia gnostica sono strumenti del Demiurgo per controllare gli uomini -, dopo avere prodotto gli ultimi danni apocalittici, è destinato a finire: “tutti saranno distrutti con le loro creature”; tutto il mondo come lo conosciamo “sarà distrutto”.

Ma il mondo e gli uomini prigionieri della materia e servi del Demiurgo e di Saklas non sono l’unica realtà. “Quella generazione, che proviene dai reami eterni, esiste”. Ci sono - e ci saranno ancora nei tempi apocalittici - degli gnostici. Giuda ne fa parte e negli ultimi giorni “perverrà a dominare sulle altre generazioni”, che “malediranno l’ascesa tua alla [generazione] santa”. Anche ogni gnostico è legato a una stella, una che non è sotto il dominio delle divinità malvagie. E a Giuda Gesù dice: “Ti è stato detto tutto. Leva gli occhi e osserva la nube e la luce in essa, e le stelle intorno. La stella che indica la via è la tua stella”.

Nelle ultime righe del documento - le uniche note ai lettori di molti quotidiani - Giuda è lodato perché con il presunto tradimento permette a Gesù di deporre il ripugnante travestimento che lo faceva scambiare per un membro a pieno titolo del mondo umano e materiale creato dal dio malvagio, e che aveva dovuto adottare per farsi capire dagli gnostici smarriti nel mondo del Demiurgo.

Ucciso, Gesù ridiventa quel puro spirito del tutto privo di caratteri umani che, per lo gnostico che sapeva vedere al di là delle apparenze, era sempre stato. Mentre gli stolti ebrei e cristiani offrono preghiere e sacrifici al padre della stupidità Saklas, tu Giuda - gli dice il Maestro - “sarai maggiore tra loro. Poiché sacrificherai l’uomo che mi riveste”. Così, quando gli è proposto il tradimento dai sacerdoti e dagli scribi, “Giuda rispose a quelli come essi volevano, E ricevette dei denari e lo consegnò loro”.

E dei peones chissenefrega

Il Vangelo di Giuda - a volerlo leggere nell’anno del Signore 2006, l’anno del film Il Codice da Vinci - conferma semmai che Dan Brown si può pure dichiarare uno gnostico, ma non ha capito rigorosamente alcunché del vero gnosticismo. Quest’ultimo non propone un Gesù più ma meno umano, di cui ogni carattere di umanità è mero “rivestimento”; condanna tutti gli elementi umani e materiali - compresi l’amore, la sessualità, la procreazione - come parti di questo mondo creato dal Dio malvagio e invita i pochi gnostici che hanno speranza di salvarsi (tutti gli altri sono una massa dannata, peones della storia di cui né lo gnostico né Gesù perdono tempo a interessarsi) a tenersene il più possibile lontani (le stesse già citate pratiche orgiastiche, in alcune conventicole gnostiche peraltro minoritarie, non sono una celebrazione del sesso ma una dimostrazione che per lo gnostico il sesso, come del resto il bene e il male nel mondo del Demiurgo, sono irrilevanti).

Quanto alla Maddalena, su cui insiste Dan Brown, non se ne parla nel Vangelo di Giuda ma è vero che è evocata in altri testi gnostici. Ma il Vangelo di Tomaso, che piace particolarmente a Brown, ben lungi dall’essere un testo proto-femminista ne fonda la grandezza sul fatto che “si fa maschio”.

A Simon Pietro che obietta “Maria deve andare via da noi! Perché le femmine non sono degne della Vita”, Gesù risponde: “Ecco, io la guiderò in modo da farne un maschio, affinché ella diventi uno spirito vivo uguale a voi maschi. Perché ogni femmina che si fa maschio entrerà nel Regno dei cieli” “. Certo, vi è qui una nozione gnostica di androginia che non va presa alla lettera: ma siamo comunque ben lontani dal femminismo del Codice da Vinci.

Si fa presto a dire Filippo...

Brown insiste pure su un brano del cosiddetto Vangelo di Filippo, dove si leggerebbe che “la Maddalena era la compagna del Salvatore. Cristo la amava più degli altri discepoli e la baciava sulla bocca”. Gli specialisti fanno osservare che non esiste a rigore nessun Vangelo di Filippo (questo titolo è stato attribuito da studiosi moderni a un testo che di titolo è privo), che la parola copta (questa la lingua in cui ci è pervenuto il testo, anche se Dan Brown pensa erroneamente che si tratti di aramaico) tradotta con “compagna” ha una pluralità di significati, e che in corrispondenza della parola “bocca” nel testo c’è una lacuna, per cui la frase suona “la baciava su…”, e “sulla bocca” è una congettura desunta dal fatto che altri personaggi nello stesso testo e in testi della stessa epoca ricevono “baci sulla bocca”, a indicare una stretta comunanza spirituale.
Ma queste obiezioni da specialisti non sono neppure necessarie a fronte del fatto che il cosiddetto Vangelo di Filippo è piuttosto anch’esso un catechismo gnostico di scuola valentiniana del tardo II o del III secolo. Come tale, non aspira a trasmettere informazioni reali sul Gesù storico ma solo a dire che cosa deve credere un buon gnostico valentiniano che, a questo punto della storia, fa già parte di una religione diversa e separata dal cristianesimo della “Grande Chiesa”.

Dal Pleroma al New Age

Una lettura completa del cosiddetto Vangelo di Filippo mostra la contrapposizione radicale che questa scuola gnostica, agli antipodi di Dan Brown e de Il Codice Da Vinci, stabiliva fra il nostro mondo com’è, creato da un Dio minore e malvagio, e l’ideale mondo degli gnostici. Le caratteristiche più evidenti del carattere decaduto e malvagio di questo mondo sono la sessualità e la procreazione. Il rapporto che Gesù ha nel testo con i discepoli e con la Maddalena è un rapporto del tutto privo di caratteri sessuali, e il “bacio” che ne è il simbolo sta precisamente a indicare questo mondo alternativo. Il Vangelo di Giuda va nella stessa direzione, come del resto tutti i testi gnostici noti.

Una religione interessante, lo gnosticismo, di cui si trovano tracce nel neo-gnosticismo moderno, nel New Age e in nuove religioni come Scientology (che va alla ricerca di nuovi gnostici cui proporre la salvezza, i thetan, spiriti immortali creatori del mondo rimasti intrappolati negli universi di MEST - materia, energia, spazio e tempo - che attraverso il lungo ciclo delle reincarnazioni si sono dimenticati di avere essi stessi creato). Ma una religione certamente lontanissima dal cristianesimo, rispetto a cui non offre un supplemento di umanità e di interesse per il mondo (come sembra pensare Dan Brown), ma un invito a rifuggirlo come la peste.

Nei casi peggiori, una religione pericolosa, perché se tutto quanto succede nel mondo creato dal Demiurgo è senza rilievo possono avere ragione anche i Giuda e i Caino, e magari i terroristi di tutte le risme, Hitler o Stalin (portatori a loro modo - è la nota tesi di Eric Voegelin, 1901-1985 - di una gnosi rivoluzionaria). Per chi invece cerca informazioni su Gesù Cristo e sul cristianesimo, meglio rivolgersi al Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica. Oltre tutto, costa meno e non è passato dalle mani poco pulite di tombaroli e ricettatori.


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permalink | inviato da RAGGIO DI LUCE il 23/12/2008 alle 3:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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