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Articoli e Notizie sulla Religione Cristiana nel Mondo
CULTURA
25 dicembre 2010
SANTA LUCIA


13 Dicembre

 

Santa Lucia, Vergine e martire

(memoria)

 

La vita di santa Lucia, come spesso accade per i santi dei primi secoli del cristianesimo, è intessuta di elementi leggendari; questi stanno a testimoniare l’enorme venerazione di cui la santa ha goduto e gode sia in Italia che nel mondo.

Lucia nacque intorno all’anno 283 d.C., a Siracusa, da una nobile famiglia cristiana. Il padre di Lucia, che forse si chiamava Lucio, morì quando lei era ancora molto piccola, così fu allevata da mamma Eutichia dalla quale apprese le verità del cristianesimo e il messaggio di amore di Gesù. Fu così che Lucia conobbe le storie dei primi cristiani, il loro martirio per amore di Gesù e, così crescendo, in cuor suo, decise di consacrarsi con voto perpetuo della verginità.

Lucia, preoccupata per l’aggravarsi della malattia che aveva colpito la mamma, una emorragia ritenuta incurabile, suggerì il pellegrinaggio presso il sepolcro della martire sant’Agata, a Catania, perché la fama della gloriosa santa si era sparsa ovunque grazie ai miracoli da lei operati; in cuor suo Lucia era certa che avrebbe giovato anche alla sua cara mamma.

Eutichia accettò piena di speranza l’esortazione di Lucia e così stabilirono di partire in pellegrinaggio per raggiungere Catania, dove arrivarono proprio nel giorno della festa di sant’Agata: era il 5 Febbraio del 301. Durante la celebrazione sentirono il passo del Vangelo di Matteo riguardante il racconto della donna che soffriva di emorragia e guarita per aver toccato il mantello di Gesù. Lucia, illuminata, propose alla mamma di toccare il sepolcro di sant’Agata convinta della potente intercessione della Santa. Mentre Eutichia toccava il sepolcro, a Lucia apparve in visione S. Agata che le disse “Lucia, sorella mia, perché chiedi a me ciò che tu stessa puoi ottenere per tua madre? Ecco, tua madre è già guarita per la tua fede”. Lucia disse alla mamma: “Per l’intercessione di S. Agata, Gesù ti ha guarita” e, pensando che quello era il momento giusto, rivelò alla sua mamma l’intenzione di consacrarsi a Gesù, e di voler donare la sua ricca dote nuziale ai poveri: Eutichia acconsentì anche se forzata.

Un giovane pagano della sua città, innamorato di Lucia, deluso per il mancato matrimonio, in quanto Lucia le aveva spiegato che lei si era consacrata a Gesù, si vendicò con rabbia, denunciandola, al terribile prefetto romano Pascasio, come seguace di Cristo. L’imperatore Diocleziano aveva emesso un editto che prevedeva una feroce repressione contro i cristiani.

Lucia fu arrestata e condotta dinanzi al prefetto Pascasio, che le ordinò di fare sacrifici agli dei pagani per rinnegare la propria fede cristiana, ma Lucia oppose un fermo rifiuto. Pascasio si rese conto che non avrebbe ottenuto nulla ed allora ordinò che la ragazza fosse portata nei peggiori bassifondi della città affinché le fosse usata violenza. I soldati l’afferrarono per portarla via, ma, benché legata mani e piedi e tirata da 6 uomini e 6 buoi, non riuscivano a spostarla; inspiegabilmente Lucia rimaneva salda come un masso.

Pascasio pensò che tale prodigio fosse opera di magia ed, infuriatosi, ordinò che fosse trattata come una strega: fu quindi cosparsa di resina e pece e data a fuoco ma le fiamme non la bruciavano. Lucia disse a Pascasio : “Ho pregato il mio Signore Gesù Cristo affinchè questo fuoco non mi molestasse per dare ai credenti il coraggio del martirio...”

Pascasio furente la condannò alla decapitazione. Lucia prima dell’esecuzione preannunciò la morte di Diocleziano, avvenuta dopo pochi anni, e la fine delle persecuzioni, terminate nel 313 d.C. con l’editto di Costantino.

Lucia venne uccisa il 13 Dicembre del 304 ed ebbe sepoltura nello stesso luogo dove nel 313 fu costruito un santuario a lei dedicato.

Nel 1039 il generale bizantino Giorgio Maniace trasferì il corpo di Santa Lucia da Siracusa a Costantinopoli, per sottrarla al pericolo di invasione della città di Siracusa da parte dei Saraceni.

Nel 1204, durante la quarta crociata, il doge di Venezia, Enrico Dandolo, trova a Costantinopoli le spoglie della Santa, le porta a Venezia nel monastero di San Giorgio e nel 1280 le fa trasferire nella chiesa a lei dedicata a Venezia.

Le sacre spoglie della santa siracusana tornarono eccezionalmente a Siracusa per 7 giorni nel dicembre 2004 in occasione del 17° centenario del suo martirio; l'arrivo e la partenza delle spoglie furono salutati da una incredibile folla di siracusani che sperano in un ritorno definitivo.  

S. Lucia ha salvato tante volte Siracusa nei suoi momenti più drammatici come carestie, terremoti, guerre; è intervenuta anche in altre città come Brescia che, grazie alla sua intercessione, fu liberata da una grave carestia.

Papa Gregorio Magno, vissuto tra il 590 ed il 604, inserì s. Lucia nel canone della messa romana. Alcune citazioni si ritrovano nella “Summa Teologica” di s. Tommaso d’Acquino. Tra i suoi devoti troviamo pure s. Caterina da Siena e s. Leone Magno. Dante ne fa il simbolo della Grazia illuminante e si definisce suo fedele. La reputava protettrice della vista e, come racconta nel “Convivio”, si rivolse spesso a Lei per guarire dai disturbi agli occhi.

La leggenda popolare narra, che alla Santa furono strappati gli occhi dalle orbite, per questo alcune iconografie raffigurano la Santa con un vassoio in mano su cui sono posti gli occhi.

 

Santa Lucia è Patrona di Siracusa e di molte altre città in Italia e nel mondo: è considerata la protettrice degli occhi, degli oculisti, degli elettricisti e degli scalpellini e viene spesso invocata nelle malattie degli occhi.

 

 

 

 

 



 



 Preghiera
O gloriosa Santa Lucia, che alla professione della fede, associasti la gloria del martirio, ottienici di professare apertamente le verità del Vangelo e di camminare con fedeltà secondo gli insegnamenti del Salvatore.
O Vergine Siracusana, sii luce alla nostra vita e modello di ogni nostra azione, cosicché, dopo averTi imitato qui in terra, possiamo, assieme a Te godere della visione del Signore. Amen.

Composta da Angelo Giuseppe Roncalli al tempo di Patriarca di Venezia; divenne poi papa Giovanni XXIII;  oggi è Beato

http://www.vangelodelgiorno.org/www/main.php?language=IT&localTime=12/13/2008#

    


 



 



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CULTURA
7 giugno 2010
SANTA RITA DA CASCIA

SANTA RITA DA CASCIA

 

 

Fra le tante stranezze o fatti strepitosi che accompagnano la vita dei santi, prima e dopo la morte, ce n'è uno in particolare che riguarda s. Rita da Cascia, una delle sante più venerate in Italia e nel mondo cattolico, ed è che essa è stata beatificata ben 180 anni dopo la sua morte e addirittura proclamata santa a 453 anni dalla morte.
Quindi una santa che ha avuto un cammino ufficiale per la sua canonizzazione molto lento (si pensi che sant’Antonio di Padova fu proclamato santo un anno dopo la morte), ma nonostante ciò s. Rita è stata ed è una delle più venerate ed invocate figure della santità cattolica, per i prodigi operati e per la sua umanissima vicenda terrena.
Rita ha il titolo di “santa dei casi impossibili”, cioè di quei casi clinici o di vita, per cui non ci sono più speranze e che con la sua intercessione, tante volte miracolosamente si sono risolti.
Nacque intorno al 1381 a Roccaporena, un villaggio montano a 710 metri s. m. nel Comune di Cascia, in provincia di Perugia; i suoi genitori Antonio Lottius e Amata Ferri erano già in età matura quando si sposarono e solo dopo dodici anni di vane attese, nacque Rita, accolta come un dono della Provvidenza.
La vita di Rita fu intessuta di fatti prodigiosi, che la tradizione, più che le poche notizie certe che possediamo, ci hanno tramandato; ma come in tutte le leggende c’è alla base senz’altro un fondo di verità.
Si racconta quindi che la madre molto devota, ebbe la visione di un angelo che le annunciava la tardiva gravidanza, che avrebbero ricevuto una figlia e che avrebbero dovuto chiamarla Rita; in ciò c’è una similitudine con s. Giovanni Battista, anch’egli nato da genitori anziani e con il nome suggerito da una visione.
Poiché a Roccaporena mancava una chiesa con fonte battesimale, la piccola Rita venne battezzata nella chiesa di S. Maria della Plebe a Cascia e alla sua infanzia è legato un fatto prodigioso; dopo qualche mese, i genitori, presero a portare la neonata con loro durante il lavoro nei campi, riponendola in un cestello di vimini poco distante.
E un giorno mentre la piccola riposava all’ombra di un albero, mentre i genitori stavano un po’ più lontani, uno sciame di api le circondò la testa senza pungerla, anzi alcune di esse entrarono nella boccuccia aperta depositandovi del miele. Nel frattempo un contadino che si era ferito con la falce ad una mano, lasciò il lavoro per correre a Cascia per farsi medicare; passando davanti al cestello e visto la scena, prese a cacciare via le api e qui avvenne la seconda fase del prodigio, man mano che scuoteva le braccia per farle andare via, la ferita si rimarginò completamente. L’uomo gridò al miracolo e con lui tutti gli abitanti di Roccaporena, che seppero del prodigio.
Rita crebbe nell’ubbidienza ai genitori, i quali a loro volta inculcarono nella figlia tanto attesa, i più vivi sentimenti religiosi; visse un’infanzia e un’adolescenza nel tranquillo borgo di Roccaporena, dove la sua famiglia aveva una posizione comunque benestante e con un certo prestigio legale, perché a quanto sembra ai membri della casata Lottius, veniva attribuita la carica di ‘pacieri’ nelle controversie civili e penali del borgo.
Già dai primi anni dell’adolescenza Rita manifestò apertamente la sua vocazione ad una vita religiosa, infatti ogni volta che le era possibile, si ritirava nel piccolo oratorio, fatto costruire in casa con il consenso dei genitori, oppure correva al monastero di Santa Maria Maddalena nella vicina Cascia, dove forse era suora una sua parente.
Frequentava anche la chiesa di S. Agostino, scegliendo come suoi protettori i santi che lì si veneravano, oltre s. Agostino, s. Giovanni Battista e Nicola da Tolentino, canonizzato poi nel 1446. Aveva tredici anni quando i genitori, forse obbligati a farlo, la promisero in matrimonio a Fernando Mancini, un giovane del borgo, conosciuto per il suo carattere forte, impetuoso, perfino secondo alcuni studiosi, brutale e violento.
Rita non ne fu entusiasta, perché altre erano le sue aspirazioni, ma in quell’epoca il matrimonio non era tanto stabilito dalla scelta dei fidanzati, quando dagli interessi delle famiglie, pertanto ella dovette cedere alle insistenze dei genitori e andò sposa a quel giovane ufficiale che comandava la guarnigione di Collegiacone, del quale “fu vittima e moglie”, come fu poi detto.
Da lui sopportò con pazienza ogni maltrattamento, senza mai lamentarsi, chiedendogli con ubbidienza perfino il permesso di andare in chiesa. Con la nascita di due gemelli e la sua perseveranza di rispondere con la dolcezza alla violenza, riuscì a trasformare con il tempo il carattere del marito e renderlo più docile; fu un cambiamento che fece gioire tutta Roccaporena, che per anni ne aveva dovuto subire le angherie.
I figli Giangiacomo Antonio e Paolo Maria, crebbero educati da Rita Lottius secondo i principi che le erano stati inculcati dai suoi genitori, ma essi purtroppo assimilarono anche gli ideali e regole della comunità casciana, che fra l’altro riteneva legittima la vendetta.
E venne dopo qualche anno, in un periodo non precisato, che a Rita morirono i due anziani genitori e poi il marito fu ucciso in un’imboscata una sera mentre tornava a casa da Cascia; fu opera senz’altro di qualcuno che non gli aveva perdonato le precedenti violenze subite.
Ai figli ormai quindicenni, cercò di nascondere la morte violenta del padre, ma da quel drammatico giorno, visse con il timore della perdita anche dei figli, perché aveva saputo che gli uccisori del marito, erano decisi ad eliminare gli appartenenti al cognome Mancini; nello stesso tempo i suoi cognati erano decisi a vendicare l’uccisione di Fernando Mancini e quindi anche i figli sarebbero stati coinvolti nella faida di vendette che ne sarebbe seguita.
Narra la leggenda che Rita per sottrarli a questa sorte, abbia pregato Cristo di non permettere che le anime dei suoi figli si perdessero, ma piuttosto di toglierli dal mondo, “Io te li dono. Fà di loro secondo la tua volontà”. Comunque un anno dopo i due fratelli si ammalarono e morirono, fra il dolore cocente della madre.
A questo punto inserisco una riflessione personale, sono del Sud Italia e in alcune regioni, esistono realtà di malavita organizzata, ma in alcuni paesi anche faide familiari, proprio come al tempo di s. Rita, che periodicamente lasciano sul terreno morti di ambo le parti. Solo che oggi abbiamo sempre più spesso donne che nell’attività malavitosa, si sostituiscono agli uomini uccisi, imprigionati o fuggitivi; oppure ad istigare altri familiari o componenti delle bande a vendicarsi, quindi abbiamo donne di mafia, di camorra, di ‘ndrangheta, di faide familiari, ecc.
Al contrario di s. Rita che pur di spezzare l’incipiente faida creatasi, chiese a Dio di riprendersi i figli, purché non si macchiassero a loro volta della vendetta e dell’omicidio.
S. Rita è un modello di donna adatto per i tempi duri. I suoi furono giorni di un secolo tragico per le lotte fratricide, le pestilenze, le carestie, con gli eserciti di ventura che invadevano di continuo l’Italia e anche se nella bella Valnerina questi eserciti non passarono, nondimeno la fame era presente.
Poi la violenza delle faide locali aggredì l’esistenza di Rita Lottius, distruggendo quello che si era costruito; ma lei non si abbatté, non passò il resto dei suoi giorni a piangere, ma ebbe il coraggio di lottare, per fermare la vendetta e scegliere la pace. Venne circondata subito di una buona fama, la gente di Roccaporena la cercava come popolare giudice di pace, in quel covo di vipere che erano i Comuni medioevali. Esempio fulgido di un ruolo determinante ed attivo della donna, nel campo sociale, della pace, della giustizia.
Ormai libera da vincoli familiari, si rivolse alle Suore Agostiniane del monastero di S. Maria Maddalena di Cascia per essere accolta fra loro; ma fu respinta per tre volte, nonostante le sue suppliche. I motivi non sono chiari, ma sembra che le Suore temessero di essere coinvolte nella faida tra famiglie del luogo e solo dopo una riappacificazione, avvenuta pubblicamente fra i fratelli del marito ed i suoi uccisori, essa venne accettata nel monastero.
Per la tradizione, l’ingresso avvenne per un fatto miracoloso, si narra che una notte, Rita come al solito, si era recata a pregare sullo “Scoglio” (specie di sperone di montagna che s’innalza per un centinaio di metri al disopra del villaggio di Roccaporena), qui ebbe la visione dei suoi tre santi protettori già citati, che la trasportarono a Cascia, introducendola nel monastero, si cita l’anno 1407; quando le suore la videro in orazione nel loro coro, nonostante tutte le porte chiuse, convinte dal prodigio e dal suo sorriso, l’accolsero fra loro.
Quando avvenne ciò Rita era intorno ai trent’anni e benché fosse illetterata, fu ammessa fra le monache coriste, cioè quelle suore che sapendo leggere potevano recitare l’Ufficio divino, ma evidentemente per Rita fu fatta un’eccezione, sostituendo l’ufficio divino con altre orazioni.
La nuova suora s’inserì nella comunità conducendo una vita di esemplare santità, praticando carità e pietà e tante penitenze, che in breve suscitò l’ammirazione delle consorelle. Devotissima alla Passione di Cristo, desiderò di condividerne i dolori e questo costituì il tema principale delle sue meditazioni e preghiere.
Gesù l’esaudì e un giorno nel 1432, mentre era in contemplazione davanti al Crocifisso, sentì una spina della corona del Cristo conficcarsi nella fronte, producendole una profonda piaga, che poi divenne purulenta e putrescente, costringendola ad una continua segregazione.
La ferita scomparve soltanto in occasione di un suo pellegrinaggio a Roma, fatto per perorare la causa di canonizzazione di s. Nicola da Tolentino, sospesa dal secolo precedente; ciò le permise di circolare fra la gente.
Si era talmente immedesimata nella Croce, che visse nella sofferenza gli ultimi quindici anni, logorata dalle fatiche, dalle sofferenze, ma anche dai digiuni e dall’uso dei flagelli, che erano tanti e di varie specie; negli ultimi quattro anni si cibava così poco, che forse la Comunione eucaristica era il suo unico sostentamento e fu costretta a restare coricata sul suo giaciglio.
E in questa fase finale della sua vita, avvenne un altro prodigio, essendo immobile a letto, ricevé la visita di una parente, che nel congedarsi le chiese se desiderava qualcosa della sua casa di Roccaporena e Rita rispose che le sarebbe piaciuto avere una rosa dall’orto, ma la parente obiettò che si era in pieno inverno e quindi ciò non era possibile, ma Rita insisté.
Tornata a Roccaporena la parente si recò nell’orticello e in mezzo ad un rosaio, vide una bella rosa sbocciata, stupita la colse e la portò da Rita a Cascia, la quale ringraziando la consegnò alle meravigliate consorelle.
Così la santa vedova, madre, suora, divenne la santa della ‘Spina’ e la santa della ‘Rosa’; nel giorno della sua festa questi fiori vengono benedetti e distribuiti ai fedeli.
Il 22 maggio 1447 Rita si spense, mentre le campane da sole suonavano a festa, annunciando la sua ‘nascita’ al cielo. Si narra che il giorno dei funerali, quando ormai si era sparsa la voce dei miracoli attorno al suo corpo, comparvero delle api nere, che si annidarono nelle mura del convento e ancora oggi sono lì, sono api che non hanno un alveare, non fanno miele e da cinque secoli si riproducono fra quelle mura.
Per singolare privilegio il suo corpo non fu mai sepolto, in qualche modo trattato secondo le tecniche di allora, fu deposto in una cassa di cipresso, poi andata persa in un successivo incendio, mentre il corpo miracolosamente ne uscì indenne e riposto in un artistico sarcofago ligneo, opera di Cesco Barbari, un falegname di Cascia, devoto risanato per intercessione della santa.
Sul sarcofago sono vari dipinti di Antonio da Norcia (1457), sul coperchio è dipinta la santa in abito agostiniano, stesa nel sonno della morte su un drappo stellato; il sarcofago è oggi conservato nella nuova basilica costruita nel 1937-1947; anche il corpo riposa incorrotto in un’urna trasparente, esposto alla venerazione degli innumerevoli fedeli, nella cappella della santa nella Basilica-Santuario di S. Rita a Cascia.
Accanto al cuscino è dipinta una lunga iscrizione metrica che accenna alla vita della “Gemma dell’Umbria”, al suo amore per la Croce e agli altri episodi della sua vita di monaca santa; l’epitaffio è in antico umbro ed è di grande interesse quindi per conoscere il profilo spirituale di S. Rita.
Bisogna dire che il corpo rimasto prodigiosamente incorrotto e a differenza di quello di altri santi, non si è incartapecorito, appare come una persona morta da poco e non presenta sulla fronte la famosa piaga della spina, che si rimarginò inspiegabilmente dopo la morte.
Tutto ciò è documentato dalle relazioni mediche effettuate durante il processo per la beatificazione, avvenuta nel 1627 con papa Urbano VIII; il culto proseguì ininterrotto per la santa chiamata “la Rosa di Roccaporena”; il 24 maggio 1900 papa Leone XIII la canonizzò solennemente.
Al suo nome vennero intitolate tante iniziative assistenziali, monasteri, chiese in tutto il mondo; è sorta anche una pia unione denominata “Opera di S. Rita” preposta al culto della santa, alla sua conoscenza, ai continui pellegrinaggi e fra le tante sue realizzazioni effettuate, la cappella della sua casa, la cappella del “Sacro Scoglio” dove pregava, il santuario di Roccaporena, l’Orfanotrofio, la Casa del Pellegrino.
Il cuore del culto comunque resta il Santuario ed il monastero di Cascia, che con Assisi, Norcia, Cortona, costituiscono le culle della grande santità umbra.


Autore: Antonio Borrelli


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DIARI
7 giugno 2010
SANTA GEMMA GALGANI

SANTA GEMMA GALGANI

 

 

Gemma Galgani nasce il 12 marzo 1878 a Bogonuovo di Camigliano (Lucca), riceve il battesimo il 13 marzo. Il 26 maggio 1885, nella chiesa di San Michele in Foro, l’arcivescovo di Lucca somministra a Gemma la Cresima. La mamma Aurelia muore nel settembre del 1886. Un altro grande dolore per Gemma fu la morte del fratello Gino, seminarista, avvenuta nel 1894, ad appena 18 anni. Nel 1895 Gemma riceve l'ispirazione a seguire impegno e decisione la via della croce, quale itinerario cristiano. Gemma ha alcune visioni del suo angelo custode che le ricorda che i gioielli di una sposa del crocifisso sono la croce e le spine. L'11 novembre 1897 muore anche il padre di Gemma, Enrico, e le misere condizioni della famiglia, la obblifano a lasciare la casa di via S. Giorgio per quella di via del Biscione, 13 (oggi via S. Gemma 23). Gemma trascorre un periodo a Camaiore, presso la zia che l’aveva voluta con sé dopo la morte del babbo, ma nell’autunno 1899 si ammala gravemente e ritorna in famiglia. I mesi invernali segnano grandi sofferenze per tutti e le ristrettezze economiche si fanno sentire penosamente sulla numerosa famiglia, oltre alle due zie Elisa ed Elena, vi sono i fratelli di Gemma, Guido, Ettore e Tonino, e le sorelle Angelina e Giulietta. Guido, il fratello maggiore, studia a Pisa e, dopo la laurea in farmacia, cerca di aiutare la famiglia lavorando presso l’ospedale di Lucca. Anche Tonino studia a Pisa con sacrificio di tutti. Nel periodo della malattia Gemma, legge la biografia del venerabile passionista Gabriele dell’Addolorata (ora santo). Gemma ha un'apparizione del venerabile che ha per lei parole di conforto. Gemma nel frattempo matura una decisione e la sera dell’8 dicembre, festa dell’Immacolata, fa voto di verginità. Nella notte seguente il venerabile Gabriele le appare nuovamente chiamandola "sorella mia" e porgendole a baciare il segno dei passionistiche gli posa sul petto. Nel mese di gennaio nonstante le terapie mediche, la malattia di Gemma, osteite delle vertebre lombari con ascesso agli inguini, si aggrava fino alla paralisi delle gambe. Ad aggravare la situazione, il 28 gennaio si manifesta anche un’otite purulenta con partecipazione della mastoide. Proprio in quei giorni, il fratello Guido si trasferisce a Bagni di San Giuliano dove ha ottenuto una farmacia. Gemma è confortata dalle visioni del venerabile Gabriele e del suo angelo custode, ma è tentata dal demonio, che riesce a vincere con l'aiuto del venerabile Gabriele, ormai sua guida spirituale. Il 2 febbraio i medici la danno per spacciata, secondo loro non supererà la notte, ma Gemma trascorre le giornate in preghiera, tra indicibili sofferenze. Il 3 marzo è il primo venerdì del mese e la giovane ha terminato una novena in onore della beata Margherita Maria Alacoque (ora santa) e si accostò all'eucarestia, quando avvenne la guarigione miracolosa. Il 23 dello stesso mese, tornata a casa dopo l’Eucaristia, Gemma ha una visione del venerabile Gabriele, che le indica il Calvario come meta finale. Il 30 marzo, Giovedì Santo, Gemma è in preghiera, compie l’«Ora Santa» in unione a Gesù nell’Orto degli Ulivi, e Gesù a un tratto le appare ferito e insanguionato. Nell’aprile seguente, preoccupata di non sapere amare Gesù, Gemma si trova nuovamente davanti al Crocifisso e ne ascolta parole di amore: Gesù ci ha amati fino alla morte in Croce, è la sofferenza che insegna ad amare. L'8 giugno, dopo essersi accostata all'Eucarestia, Gesù le appare annunciandole una grazia grandissima. Gemma, sente il peso dei peccati, ma ha una visione di Maria, dell'angelo custode e di Gesù, Maria nel nome di suo Figlio li rimette i peccati e la chiama alla sua missione Dalle ferite di Gesù non usciva più sangue, ma fiamme che vnnero a toccare le mani, i piedi e il cuore di Gemma. Gemma si sentiva come morire, stava per cadere in terra, ma Maria la sorreggeva e quindi la baciò in fronte. Gemma si trovò in ginocchio a terra con un forte dolore alle mani, ai piedi e al cuore, dove usciva del sangue. Quei dolori però anziché affliggerla gli davano una pace perfetta. La mattina successiva si recò all'Eucarestia, coprendo le mani con un paio di guanti. I dolori le durarono fino alle ore 15 del venerdì, festa solenne del Sacro Cuore di Gesù». Da quella sera, ogni settimana Gesù chiamò Gemma ad essergli collaboratrice nell’opera della salvezza, unendola a tutte le Sue sofferenze fisiche e spirituali. questa grazia grandissima fu motivo per Gemma di ineffabili gioie e di profondi dolori. In casa vi fu perplessità e incredulità per quanto avveniva, Gemma era spesso rimproverata dalle zie e dai fratelli, talvolta venivaderisa e canzonata dalle sorelle, ma Gemma taceva e attendeva. Nei mesi estivi conosce i Passionisti impegnati nella Missione popolare in Cattedrale e da uno di essi viene introdotta in casa Giannini. Gemma conosceva già la signora Cecilia, ma frequentandola nella casa di via del Seminario, inizia una vera e profonda amicizia con quella che le sarà come una seconda madre. Nel gennaio del 1900, Gemma comincerà a scrivere a padre Germano, il sacerdote passionista che avrebbe riconosciuto in lei l’opera di Dio e nel settembre successivo lo incontrerà personalmente. Sempre in settembre, Gemma lascia definitivamente la sua famiglia per andare ad abitare in casa Giannini, tornerà alla sua casa solo in rare occasioni per consolare la sorella Giulietta quando sofferente. Nel maggio del 1902 Gemma si ammala nuovamente, si riprende, ma ha una ricaduta in ottobre. Nel frattempo muiono la sorella Giulia (19 agosto) e il fratello Tonino (21 ottobre). Il 24 gennaio 1903, per ordine dei medici, la famiglia Giannini deve trasferire Gemma in un appartamento affittato dalla zia Elisa, Gemma vive così l’esperienza dell’abbandono di Gesù in croce e del silenzio di Dio. E’ fortemente tentata dal demonio, ma non smarrisce mai la fede, non perde mai la pazienza ed è sempre piena di amore e di riconoscenza verso chi l'assiste nella malattia. Al mezzogiorno dell’11 aprile 1903, Sabato Santo, come si usava allora, le campane aveano annunziato la risurrezione del Signore e alle 13.45, Gemma si addormenta nel Signore, assistita amorevolmente dai Giannini. Il 14 maggio 1933 papa Pio XI annovera Gemma Galgani fra i Beati della Chiesa. Il 2 maggio 1940 papa Pio XII, riconoscendo la pratica eroica delle sue virtù cristiane, innalza Gemma Galgani alla gloria dei Santi e la addita a modello della Chiesa universale.
La data di culto per la Chiesa universale è l'11 aprile, mentre la Famiglia Passionista e la diocesi di Lucca la celebrano il 16 maggio.


Autore: Maurizio Misinato


Fonte:
 
I Santi

 

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SOCIETA'
9 novembre 2009
"Natuzza è morta da santa"
 
2/11/2009
"Natuzza è morta da santa"
 
Fra un paio di mesi, dice il vescovo, monsignor Luigi Renzo, potrebbe essere avviata la procedura per la causa di beatificazione.
MARCO TOSATTI

La morte di Natuzza Evolo ha colpito profondamente il vescovo della Diocesi di Mileto-Nicotera-Tropea, monsignor Luigi Renzo. C'è chi parla della possibilità che in futuro venga avviata una causa di beatificazione per la mistica. «Sono rimasto impressionato – ha affermato il prelato – dalla profonda spiritualità di questa donna. Quello che mi ha sempre attratto di questa sorella in Cristo è stata la sua semplicità e il suo senso dell'obbedienza all'autorità ecclesiastica. Natuzza non ha mai fatto niente che potesse mettere in difficoltà la Chiesa. È stata sempre fedele – ha aggiunto – alle indicazioni che i vescovi, che l'hanno conosciuta, le davano. Le è stato imposto agli inizi della sua missione pubblica di non ricevere la gente e lei, senza battere ciglio, ha ubbidito. Solo quando le hanno dato il via ha ricominciato a ricevere gente per dare loro conforto». Monsignor Renzo, che ha conosciuto Natuzza per varianni, è rimasto impressionato dalla sua profonda fede legata a un grande amore verso Cristo e la Madonna. «Quella di Natuzza – ha dichiarato – è un'esperienza mistica che tocca quegli aspetti legati al rapporto intimo con Gesù Cristo. La sofferenza, che ha sempre accettato in silenzio, è la riprova del suo legame con la passione di Cristo. I fenomeni che lei avvertiva durante la settimana santa, infatti, sono il segno del dono che Dio stesso le ha fatto. Natuzza – ha proseguito monsignor Renzo – con la sua forza spirituale è riuscita a comunicare con tutti. Un aspetto notevolissimo che ha coinvolto la gente, oltre alla sicurezza che riusciva ad infondere, sono le sue opere sociali. La cittadella della carità rappresenta il segno visibile della Teologia dell'incarnazione. La fede non si vive in astratto e Natuzza questo l'ha compreso perfettamente. La mistica, toccando con mano i problemi della gente, ha voluto entrare nel vivo dei loro bisogni materiali. Le sue visioni straordinarie che l'hanno accompagnata per tutta la vita sono in perfetta sintonia con il Vangelo». Adesso, dopo il ritorno al Padre, tra i figli spirituali di Natuzza, che sono a milioni su tutta la terra, serpeggia forte il desiderio di vederla presto santa. Il vescovo ha ribadito con estrema chiarezza che bisogna aspettare. «È il momento – ha ribadito – del silenzio. Fra un paio di mesi, dopo che avremo chiesto l'autorizzazione alla Conferenza episcopale calabra, avvieremo la procedura complessa della beatificazione. Saranno raccolte testimonianze e messi nella giusta luce gli aspetti più complessi della sua vita. Non c'è nessuna fretta. Non ce l'ha neanche Natuzza che ora vive in paradiso contemplando la luce di Dio padre. I frutti che ha lasciato – ha evidenziato – sono sotto gli occhi di tutti. Quelli che verranno saranno molti di più. Una cosa è certa. Ha fatto una morte da santa. La gente che sta arrivando a Paravati è la testimonianza più alta della sua generosità e del suo altruismo».

 

http://www.lastampa.it/_web/CMSTP/tmplrubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=196&ID_articolo=548&ID_sezione=396&sezione=


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CULTURA
29 maggio 2009
SANTA RITA DA CASCIA
 

 

Santa Rita da Cascia Vedova e religiosa

22 maggio

 

 

Fra le tante stranezze o fatti strepitosi che accompagnano la vita dei santi, prima e dopo la morte, ce n'è uno in particolare che riguarda s. Rita da Cascia, una delle sante più venerate in Italia e nel mondo cattolico, ed è che essa è stata beatificata ben 180 anni dopo la sua morte e addirittura proclamata santa a 453 anni dalla morte.
Quindi una santa che ha avuto un cammino ufficiale per la sua canonizzazione molto lento (si pensi che sant’Antonio di Padova fu proclamato santo un anno dopo la morte), ma nonostante ciò s. Rita è stata ed è una delle più venerate ed invocate figure della santità cattolica, per i prodigi operati e per la sua umanissima vicenda terrena.
Rita ha il titolo di “santa dei casi impossibili”, cioè di quei casi clinici o di vita, per cui non ci sono più speranze e che con la sua intercessione, tante volte miracolosamente si sono risolti.
Nacque intorno al 1381 a Roccaporena, un villaggio montano a 710 metri s. m. nel Comune di Cascia, in provincia di Perugia; i suoi genitori Antonio Lottius e Amata Ferri erano già in età matura quando si sposarono e solo dopo dodici anni di vane attese, nacque Rita, accolta come un dono della Provvidenza.
La vita di Rita fu intessuta di fatti prodigiosi, che la tradizione, più che le poche notizie certe che possediamo, ci hanno tramandato; ma come in tutte le leggende c’è alla base senz’altro un fondo di verità.
Si racconta quindi che la madre molto devota, ebbe la visione di un angelo che le annunciava la tardiva gravidanza, che avrebbero ricevuto una figlia e che avrebbero dovuto chiamarla Rita; in ciò c’è una similitudine con s. Giovanni Battista, anch’egli nato da genitori anziani e con il nome suggerito da una visione.
Poiché a Roccaporena mancava una chiesa con fonte battesimale, la piccola Rita venne battezzata nella chiesa di S. Maria della Plebe a Cascia e alla sua infanzia è legato un fatto prodigioso; dopo qualche mese, i genitori, presero a portare la neonata con loro durante il lavoro nei campi, riponendola in un cestello di vimini poco distante.
E un giorno mentre la piccola riposava all’ombra di un albero, mentre i genitori stavano un po’ più lontani, uno sciame di api le circondò la testa senza pungerla, anzi alcune di esse entrarono nella boccuccia aperta depositandovi del miele. Nel frattempo un contadino che si era ferito con la falce ad una mano, lasciò il lavoro per correre a Cascia per farsi medicare; passando davanti al cestello e visto la scena, prese a cacciare via le api e qui avvenne la seconda fase del prodigio, man mano che scuoteva le braccia per farle andare via, la ferita si rimarginò completamente. L’uomo gridò al miracolo e con lui tutti gli abitanti di Roccaporena, che seppero del prodigio.
Rita crebbe nell’ubbidienza ai genitori, i quali a loro volta inculcarono nella figlia tanto attesa, i più vivi sentimenti religiosi; visse un’infanzia e un’adolescenza nel tranquillo borgo di Roccaporena, dove la sua famiglia aveva una posizione comunque benestante e con un certo prestigio legale, perché a quanto sembra ai membri della casata Lottius, veniva attribuita la carica di ‘pacieri’ nelle controversie civili e penali del borgo.
Già dai primi anni dell’adolescenza Rita manifestò apertamente la sua vocazione ad una vita religiosa, infatti ogni volta che le era possibile, si ritirava nel piccolo oratorio, fatto costruire in casa con il consenso dei genitori, oppure correva al monastero di Santa Maria Maddalena nella vicina Cascia, dove forse era suora una sua parente.
Frequentava anche la chiesa di S. Agostino, scegliendo come suoi protettori i santi che lì si veneravano, oltre s. Agostino, s. Giovanni Battista e Nicola da Tolentino, canonizzato poi nel 1446. Aveva tredici anni quando i genitori, forse obbligati a farlo, la promisero in matrimonio a Fernando Mancini, un giovane del borgo, conosciuto per il suo carattere forte, impetuoso, perfino secondo alcuni studiosi, brutale e violento.
Rita non ne fu entusiasta, perché altre erano le sue aspirazioni, ma in quell’epoca il matrimonio non era tanto stabilito dalla scelta dei fidanzati, quando dagli interessi delle famiglie, pertanto ella dovette cedere alle insistenze dei genitori e andò sposa a quel giovane ufficiale che comandava la guarnigione di Collegiacone, del quale “fu vittima e moglie”, come fu poi detto.
Da lui sopportò con pazienza ogni maltrattamento, senza mai lamentarsi, chiedendogli con ubbidienza perfino il permesso di andare in chiesa. Con la nascita di due gemelli e la sua perseveranza di rispondere con la dolcezza alla violenza, riuscì a trasformare con il tempo il carattere del marito e renderlo più docile; fu un cambiamento che fece gioire tutta Roccaporena, che per anni ne aveva dovuto subire le angherie.
I figli Giangiacomo Antonio e Paolo Maria, crebbero educati da Rita Lottius secondo i principi che le erano stati inculcati dai suoi genitori, ma essi purtroppo assimilarono anche gli ideali e regole della comunità casciana, che fra l’altro riteneva legittima la vendetta.
E venne dopo qualche anno, in un periodo non precisato, che a Rita morirono i due anziani genitori e poi il marito fu ucciso in un’imboscata una sera mentre tornava a casa da Cascia; fu opera senz’altro di qualcuno che non gli aveva perdonato le precedenti violenze subite.
Ai figli ormai quindicenni, cercò di nascondere la morte violenta del padre, ma da quel drammatico giorno, visse con il timore della perdita anche dei figli, perché aveva saputo che gli uccisori del marito, erano decisi ad eliminare gli appartenenti al cognome Mancini; nello stesso tempo i suoi cognati erano decisi a vendicare l’uccisione di Fernando Mancini e quindi anche i figli sarebbero stati coinvolti nella faida di vendette che ne sarebbe seguita.
Narra la leggenda che Rita per sottrarli a questa sorte, abbia pregato Cristo di non permettere che le anime dei suoi figli si perdessero, ma piuttosto di toglierli dal mondo, “Io te li dono. Fà di loro secondo la tua volontà”. Comunque un anno dopo i due fratelli si ammalarono e morirono, fra il dolore cocente della madre.
A questo punto inserisco una riflessione personale, sono del Sud Italia e in alcune regioni, esistono realtà di malavita organizzata, ma in alcuni paesi anche faide familiari, proprio come al tempo di s. Rita, che periodicamente lasciano sul terreno morti di ambo le parti. Solo che oggi abbiamo sempre più spesso donne che nell’attività malavitosa, si sostituiscono agli uomini uccisi, imprigionati o fuggitivi; oppure ad istigare altri familiari o componenti delle bande a vendicarsi, quindi abbiamo donne di mafia, di camorra, di ‘ndrangheta, di faide familiari, ecc.
Al contrario di s. Rita che pur di spezzare l’incipiente faida creatasi, chiese a Dio di riprendersi i figli, purché non si macchiassero a loro volta della vendetta e dell’omicidio.
S. Rita è un modello di donna adatto per i tempi duri. I suoi furono giorni di un secolo tragico per le lotte fratricide, le pestilenze, le carestie, con gli eserciti di ventura che invadevano di continuo l’Italia e anche se nella bella Valnerina questi eserciti non passarono, nondimeno la fame era presente.
Poi la violenza delle faide locali aggredì l’esistenza di Rita Lottius, distruggendo quello che si era costruito; ma lei non si abbatté, non passò il resto dei suoi giorni a piangere, ma ebbe il coraggio di lottare, per fermare la vendetta e scegliere la pace. Venne circondata subito di una buona fama, la gente di Roccaporena la cercava come popolare giudice di pace, in quel covo di vipere che erano i Comuni medioevali. Esempio fulgido di un ruolo determinante ed attivo della donna, nel campo sociale, della pace, della giustizia.
Ormai libera da vincoli familiari, si rivolse alle Suore Agostiniane del monastero di S. Maria Maddalena di Cascia per essere accolta fra loro; ma fu respinta per tre volte, nonostante le sue suppliche. I motivi non sono chiari, ma sembra che le Suore temessero di essere coinvolte nella faida tra famiglie del luogo e solo dopo una riappacificazione, avvenuta pubblicamente fra i fratelli del marito ed i suoi uccisori, essa venne accettata nel monastero.
Per la tradizione, l’ingresso avvenne per un fatto miracoloso, si narra che una notte, Rita come al solito, si era recata a pregare sullo “Scoglio” (specie di sperone di montagna che s’innalza per un centinaio di metri al disopra del villaggio di Roccaporena), qui ebbe la visione dei suoi tre santi protettori già citati, che la trasportarono a Cascia, introducendola nel monastero, si cita l’anno 1407; quando le suore la videro in orazione nel loro coro, nonostante tutte le porte chiuse, convinte dal prodigio e dal suo sorriso, l’accolsero fra loro.
Quando avvenne ciò Rita era intorno ai trent’anni e benché fosse illetterata, fu ammessa fra le monache coriste, cioè quelle suore che sapendo leggere potevano recitare l’Ufficio divino, ma evidentemente per Rita fu fatta un’eccezione, sostituendo l’ufficio divino con altre orazioni.
La nuova suora s’inserì nella comunità conducendo una vita di esemplare santità, praticando carità e pietà e tante penitenze, che in breve suscitò l’ammirazione delle consorelle. Devotissima alla Passione di Cristo, desiderò di condividerne i dolori e questo costituì il tema principale delle sue meditazioni e preghiere.
Gesù l’esaudì e un giorno nel 1432, mentre era in contemplazione davanti al Crocifisso, sentì una spina della corona del Cristo conficcarsi nella fronte, producendole una profonda piaga, che poi divenne purulenta e putrescente, costringendola ad una continua segregazione.
La ferita scomparve soltanto in occasione di un suo pellegrinaggio a Roma, fatto per perorare la causa di canonizzazione di s. Nicola da Tolentino, sospesa dal secolo precedente; ciò le permise di circolare fra la gente.
Si era talmente immedesimata nella Croce, che visse nella sofferenza gli ultimi quindici anni, logorata dalle fatiche, dalle sofferenze, ma anche dai digiuni e dall’uso dei flagelli, che erano tanti e di varie specie; negli ultimi quattro anni si cibava così poco, che forse la Comunione eucaristica era il suo unico sostentamento e fu costretta a restare coricata sul suo giaciglio.
E in questa fase finale della sua vita, avvenne un altro prodigio, essendo immobile a letto, ricevé la visita di una parente, che nel congedarsi le chiese se desiderava qualcosa della sua casa di Roccaporena e Rita rispose che le sarebbe piaciuto avere una rosa dall’orto, ma la parente obiettò che si era in pieno inverno e quindi ciò non era possibile, ma Rita insisté.
Tornata a Roccaporena la parente si recò nell’orticello e in mezzo ad un rosaio, vide una bella rosa sbocciata, stupita la colse e la portò da Rita a Cascia, la quale ringraziando la consegnò alle meravigliate consorelle.
Così la santa vedova, madre, suora, divenne la santa della ‘Spina’ e la santa della ‘Rosa’; nel giorno della sua festa questi fiori vengono benedetti e distribuiti ai fedeli.
Il 22 maggio 1447 Rita si spense, mentre le campane da sole suonavano a festa, annunciando la sua ‘nascita’ al cielo. Si narra che il giorno dei funerali, quando ormai si era sparsa la voce dei miracoli attorno al suo corpo, comparvero delle api nere, che si annidarono nelle mura del convento e ancora oggi sono lì, sono api che non hanno un alveare, non fanno miele e da cinque secoli si riproducono fra quelle mura.
Per singolare privilegio il suo corpo non fu mai sepolto, in qualche modo trattato secondo le tecniche di allora, fu deposto in una cassa di cipresso, poi andata persa in un successivo incendio, mentre il corpo miracolosamente ne uscì indenne e riposto in un artistico sarcofago ligneo, opera di Cesco Barbari, un falegname di Cascia, devoto risanato per intercessione della santa.
Sul sarcofago sono vari dipinti di Antonio da Norcia (1457), sul coperchio è dipinta la santa in abito agostiniano, stesa nel sonno della morte su un drappo stellato; il sarcofago è oggi conservato nella nuova basilica costruita nel 1937-1947; anche il corpo riposa incorrotto in un’urna trasparente, esposto alla venerazione degli innumerevoli fedeli, nella cappella della santa nella Basilica-Santuario di S. Rita a Cascia.
Accanto al cuscino è dipinta una lunga iscrizione metrica che accenna alla vita della “Gemma dell’Umbria”, al suo amore per la Croce e agli altri episodi della sua vita di monaca santa; l’epitaffio è in antico umbro ed è di grande interesse quindi per conoscere il profilo spirituale di S. Rita.
Bisogna dire che il corpo rimasto prodigiosamente incorrotto e a differenza di quello di altri santi, non si è incartapecorito, appare come una persona morta da poco e non presenta sulla fronte la famosa piaga della spina, che si rimarginò inspiegabilmente dopo la morte.
Tutto ciò è documentato dalle relazioni mediche effettuate durante il processo per la beatificazione, avvenuta nel 1627 con papa Urbano VIII; il culto proseguì ininterrotto per la santa chiamata “la Rosa di Roccaporena”; il 24 maggio 1900 papa Leone XIII la canonizzò solennemente.
Al suo nome vennero intitolate tante iniziative assistenziali, monasteri, chiese in tutto il mondo; è sorta anche una pia unione denominata “Opera di S. Rita” preposta al culto della santa, alla sua conoscenza, ai continui pellegrinaggi e fra le tante sue realizzazioni effettuate, la cappella della sua casa, la cappella del “Sacro Scoglio” dove pregava, il santuario di Roccaporena, l’Orfanotrofio, la Casa del Pellegrino.
Il cuore del culto comunque resta il Santuario ed il monastero di Cascia, che con Assisi, Norcia, Cortona, costituiscono le culle della grande santità umbra.


Autore: Antonio Borrelli

 

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31 marzo 2009
L'ORA SANTA A CURA DI DON G.MUZZATTI
 

ORA SANTA

Sacerdote Giuseppe Muzzatti. Anno 1933

Preparazione

Raccogliamoci in silenzio interiore, abbandoniamo le nostre preoccupa­zioni e dimentichiamo le creature stiamo per parlar con Gesù.

Egli è Dio, è dovunque, è qui prostriamoci davanti a Lui, adoriamolo nel mistero della sua immensità e della nostra piccolezza, della sua infinita santità e della nostra assoluta miseria. Per essere a Lui accetti umiliamoci dei nostri peccati, domandiamogli per­dono e recitiamo, dall'intimo del cuore, l'atto di contrizione:

Atto di dolore Mio Dio, mi pento e mi dolgo con tutto il cuore dei miei peccati, perché peccando ho offeso te, infinitamente buono e degno di essere amato sopra ogni cosa. Propon­go col tuo santo aiuto di non offenderti mai più e di fuggire le occasioni prossime di peccato. Signore, misericordia, perdo­nami.

Egli è Dio, è l'eterno, non subisce la successione del tempo e se, secondo il nostro modo di ragionare, venne quaggiù ad epoca determinata, come uomo, vedeva però davanti a Sè, co­me Dio, il passato, il presente e l'av­venire. Egli ha visto nel giardino degli Ulivi tutti gli uomini, ha numerato ad uno ad uno i loro peccati e ne senti­va il peso e la vergogna: Egli viveva il momento attuale nel quale noi vi­viamo e scorgeva tutto ciò che noi pensiamo, amiamo e vogliamo.

Egli è Dio immutabile: possiamo quindi, con la fede, rivivere con Lui la scena sinistra e terribile del giovedì santo e, per fissare la nostra imma­ginazione ed orientare le nostre intime visioni nell'ora che vogliamo passare con Gesù sofferente, sarà bene rico­struire il fatto riassumendo quello che dicono gli Evangelisti.

Dopo la Cena Pasquale, dopo aver istituito 1' Eucaristia ed il Sacerdozio, il divin Maestro s'inoltrò nella notte, (erano le nove e la luna non era an­cor sorta) accompagnato dagli Undici e si diresse verso il torrente Cedron ch' Egli attraversò, seguendo poi la riva sinistra del torrente verso la valle fino al Monte degli Ulivi ove, ai piedi del versante occidentale, v' era un giardino chiamato Getsemani. Spesso Gesù vi andava, al tramonto del sole, per pregarvi co' suoi discepoli.

Il luogo era raccolto e triste, austero e religioso.

Il Maestro prediligeva quel luogo solitario: colà volle pregare un'ultima volta ed essere schiacciato dal dolore come il frutto dell' olivo sotto il fran­toio. Egli entrò cogli Undici nell'Orto ed, al limitare di esso, disse ai suoi «Fermatevi qui mentre io andrò a pregare ». E condusse seco Pietro, Giacomo e Giovanni : allontanatosi con essi alla distanza di un trar di pietra cominciò a rattristarsi ed a sen­tirsi preso da spavento e d'angoscia. « L'anima mia è triste fino alla mor­te » disse loro, « restate qui e vegliate meco ».

S'avanzò qualche passo e cadde in ginocchio, col volto a terra: i tre di­scepoli lo sentivano pregare: « Padre se è possibile, allontanate da me que­sto Calice: però, non come io voglio, ma come volete Voi! ».

Ritornò dai discepoli e li trovò as­sonnati: « Simone - disse rivolgendosi a Pietro, « dormi? Non hai potuto vegliare un' ora con me ? ».

L'Apostolo che, testè, si diceva pronto a morire per Gesù, ora dor­miva; il Salvatore gli rimproverò dol­cemente la sua debolezza ed aggiunse: « Vegliate e pregate perchè non en­triate in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è inferma ». Parola pro­fonda all'indirizzo degli Undici, i quali, con lo spirito e la volontà, non esitano a seguire il Maestro fino alla morte, ma, sotto il peso della materia che ag­grava l'anima piegano e soccombono.

Gesù s'allontanò una seconda volta. Egli supplicava : « Padre, se questo Calice non può passare senza che io lo beva, sia fatta la vostra volontà! ».

Ritornò dagli Apostoli e li trovò appesantiti nel sonno sì che gli rispo­sero parole incoerenti.

Li lasciò di nuovo e pregò una terza volta « Padre, se lo volete, al­lontanate da me questo calice: però sia fatta la vostra volontà e non la mia! ».

Allora un angelo del cielo gli ap­parve per confortarlo.

Accasciato ed agonizzante, raddop­piava le suppliche, mentre un sudore di sangue gli scorreva lungo la per­sona fino a terra.

Dopo questa preghiera ritornò una terza volta dagli Apostoli e, trovandoli ancora addormentati, disse con accento triste : « Voi dormite ancora : ebbene, dormite pure e riposatevi ».

Questo è il racconto autentico dell'agonia di Gesù al Getsemani, se­condo il Vangelo.

Non lasciamoci intorpidire dal son­no, non abbandoniamoci al riposo, ma contempliamo lungamente il nostro Salvatore accompagnandolo nella sua triplice preghiera e mirando il suo Cuore straziato sotto il peso della tristezza e dell'angoscia; inginocchia­moci con la fronte nella polvere vicino a Lui, mentre suda sangue, uniamoci all'Angelo che lo conforta e preghia­mo S. Margherita Maria di prestarci i suoi sentimenti generosi e delicati on­de consolare il divino Agonizzante durante questa Ora Santa.

Sopratutto invochiamo 1' assistenza della Vergine Santissima, Regina dei martiri che, col cuore, si trovava nel giardino degli Ulivi, come attualmente vi siamo noi, ma il suo amore era così ardente da trasportare anche la sua anima laggiù; grazia che doman­deremo anche per noi ripetendo tre volte con fervore Santa Madre deh! Voi fate che le piaghe del Signore siano impresse nel mio cuore.

Sforziamoci oltre d'approfondire" l'intelligenza e angosce del Divino Agonizzante e a compassione che a Lui possono tributare le anime nostre.

I dolori del Divino Agonizzante

La intelligenza dei dolori di Gesù trova la sua espressione più vera ed efficace nelle parole che il Salvatore rivolse alla sua confidente di Paray-le­Monial. Eccole testualmente in un brano della vita della Santa: Medi­tavo un giorno attentamente l'unico oggetto del mio amore al Giardino degli Ulivi, immerso in una indicibile tristezza, in un dolore tutto amore e, sentendomi ispirata di partecipare alla sua dolorosa angoscia, raccolsi le sue divine confidenze: « Fu qui che io ho sofferto intimamente più che in tutto il resto della Passione trovandomi in un totale abbandono da parte del cielo e della terra e schiacciato sotto il peso di tutti i peccati degli uomini.

Sono apparso davanti alla santità di Dio che, senza badare alla mia in­nocenza, mi ha colpito nel suo furore, facendomi bere il calice che conteneva il fiele e 1' amarezza, della sua giusta collera, come se avesse dimenticato il nome di Padre per sacrificarmi al suo sdegno. Nessuno potrà mai capire la grandezza dei tormenti che soffersi allora : essi adombrano il dolore che l'anima colpevole proverà quando, apparendo al tribunale della santità divina, sarà colpita, oppressa, inabis­sata dalla sua giusta collera ».

Qual tremenda parola : « Fu nel giardino degli Ulivi che io soffersi di più ».

Gesù non esagera in nulla, Egli non sfida il dolore insultando coloro che glielo procurano, non proclama che il patire è parola vana : sa cos' è in realtà ed accettandolo in misura senza misura, si mostra accasciato, ed insiste nel suo pensiero: « Nessuna creatura potrà mai capire quanto io ho sofferto allora ! ».

L'impotenza di capire coloro che amiamo è un supplizio. Seguendo le leggi di natura che esercitano su noi tanto impero, siamo più inclinati a compatire i dolori corporali perchè sono più accessibili ai nostri sensi purtroppo spesso i dolori intimi ci sfuggono... eppure quanti spasimi in­terni, quanti strazi, quante angosce, quanti supplizi segreti sono più co­centi dei mali esterni e visibili ! Per capire, per compatire non basta sa­pere, bisogna esperimentare 1' agonia del cuore.

Tuttavia se abbiamo seriamente ed attivamente seguito il Salvatore nel giardino degli Ulivi, possiamo intuire e condividere le angosce che affan­nano il suo Cuore divino.

II Divin Padre lo schianta coi ful­mini del sue minacce e de' suoi ca­stighi ed Egli sen giace come povera canna spezzata dall'uragano. Gli uo­mini lo colpiscono col loro odio: op­presso dai loro peccati soccombe sotto il peso della vergogna e si trova ri­dotto quasi «verme della terra schiac­ciato sotto il piede del viandante ». Infine le creature tutte l'abbandonano, nessuno si preoccupa di lui : i suoi amici lo dimenticano, un apostolo lo tradisce ed Egli è invero « l'obbrorio de­gli uomini e l'abbiezione del popolo ».

La sua stessa anima non gli serba che tormento, rimorso e strazio fa­cendogli sentire alcun che di quel tremendo cordoglio che colpirà l'a­nima riprovata quando verrà colpita dal furore d'un Dio vendicatore !

Il quadro è terribile e dolorosamente vero. Ah! le nostre anime devono al­fine sentirsi vinte e commosse davanti al povero Gesù steso a terra, agoniz­zante in quella notte terribile, per a­mor del Padre, al quale vuol restituire la gloria che il peccato gli tolse, per amor degli uomini che vuol redenti e salvi !

Il suo Cuore è spezzato, quel Cuore divino che è un capolavoro di deli­catezza, di bontà, di tenerezza infinita, quel Cuore che, nel corso della sua vita mortale, ha diffuso su tutti te­sori d' incoraggiamento; di perdono, di generosità infinite fino agli eccessi dell' Eucaristia, la quale rappresenta l'ultimo limite dell'amore. « Amò sino alla fine », disse San Giovanni; fin dove era possibile a Dio di amare a traverso il cuore dell' Uomo Dio.

I dolori immani di questo Cuore ci dicono con eloquenza le responsabilità terribili dei peccati di cuore che pe­sano sulle bilance eterne in modo af­fatto distinto perchè, se 1' uomo col cuore può fare un gran bene, egli, col cuore, può fare un gran male.

Pensiamo ai nostri peccati personali, umiliamoci e, con l'accento ispirato di S. Alfonso de' Liguori, ripetiamo con fede: « Oh mio amoroso Gesù! in questo giardino non vedo nè fla­gelli, nè chiodi, nè spine: come mai siete asperso di sangue da capo a piedi? Ah ! questo sangue spremettero dal vostro Divin Cuore, come duro torchio, i miei peccati ! Anch'io dun­que mi unii ai vostri carnefici per farvi soffrire più crudelmente... Se io avessi meno peccato, Voi avreste meno sof­ferto; ogni mia colpa trovò un dolo­roso riscontro in maggior patire per Voi. Perchè non muoio di pura an­goscia pel dolore d'aver ricambiato il vostro amore infinito con un calice di tristezza e di pena, d'aver inveito crudelmente contro un Cuore così a­mabile e così amante?

Mio Gesù, ormai non ho altra ri­sorsa che il pentimento, ma questa almeno voglio, con sincerità di dolore, tramutare in consolazione pel vostro Cuore divino. Perdono di tanti peccati! Me ne pento dall'intimo dell'anima perchè offesa vostra, tradimento del vostro Cuore e cagione di tante vostre angosce : datemi una contrizione così vitale e sentita che mi faccia piangere fino all'ultimo respiro, o mio Dio, mio amore, mio tutto! ».

II.

La compassione delle nostre Anime

Il Salvatore Gesù che si degnò det­tare, per così dire, il metodo dell'Ora santa a Santa Margherita Maria, sarà nostra guida e modello in questi pre­ziosi momenti.

Ascoltiamo il primo consiglio: «Egli mi disse che tutte le notti dal giovedì al venerdì dovevo levarmi all'ora in­dicata per recitare cinque Pater, Ave, Gloria, prostrata con la faccia per terra, e cinque atti d'adorazione già inse­gnatimi dalla sua bontà per tributargli omaggi riparatori in ricambio dell' e­strema angoscia sofferta nella notte della Passione. Obbediamo noi pure al divin desiderio ed umilmente pro­strati recitiamo con vera contrizione cinque Aater, Ave e Gloria.

Ascoltiamo ora anche il secondo consiglio più specificato del primo «Tutte le notti dal Giovedì al Venerdì ti farò partecipare alla tristezza mor­tale che soffersi nel Getsemani e sarai tu pure ridotta, senza che tu possa capire come, ad una specie d' agonia peggiore della morte. Ti leverai fra le undici e mezzanotte per accompa­gnarmi nell'umile preghiera che, in mezzo alle più crudeli angosce, pre­sentai al Padre e, prostrata con la faccia a terra per un'ora, placherai la collera divina implorando misericordia per i poveri peccatori ed addolcendo 1' amarezza che mi procurò 1' abban­dono degli Apostoli ai quali dovetti rimproverare di non aver saputo ve­gliare meco neppur un'ora : durante quest' ora farai quello che io ti dirò.

1° Fine dell'Ora Santa. - Gesù ha promesso un dono, un privilegio e cioè la partecipazione alla sua mortale tristezza : per un' anima della tempra di S. Margherita Maria la pienezza di questo dono fu terribile perchè ne ri­sultò un'agonia peggiore della morte. Noi non meritiamo tale privilegio per noi basta eccitarci a vero dolore di contrizione per i peccati nostri e per quelli degli altri : siamo poveri miserabili: è giusto che il nostro a­more abbia radice in un dolore intimo, verace e profondo d'aver offeso tante volte Gesù, d'aver tante volte « contri­stato lo Spirito Santo ». Come S. Paolo cerchiamo di portar sempre in cuore questo sentimento di pena per il pec­cato, per il male di Dio: la nostra vita risalterà più seria e raccolta, meno portata alla gioia frivola ed al riso frequente ed inconsiderato.

Vicino a Gesù umiliato, immolato, silenzioso e sfinito sotto il peso della desolazione, pentiamoci, spezziamo i nostri cuori. Scindite corda vestra, promettiamo di farla finita una buona volta con la dissipazione che paralizza le migliori energie, con la leggerezza che indebolisce il carattere, con 1' ir­riflessione che diminuisce lo spirito di fede. Siamo raccolti, seri, forti, de­cisi a praticare il consiglio dell' Imi­tazione : « Se vuoi salvarti conservati nel santo timor di Dio... Come si può foleggiare spensieratamente pensando che la vita è un esilio pericoloso e che ad ogni momento si può arrischiare l'eternità? Ahimè! Spesso ridiamo co­me insensati ed avremmo ben serie ra­gioni di piangere ! ».

Uniti, dunque, quanto è possibile alla nostra debolezza ed inguaribile freddezza, al dolore di Gesù, racco­gliamo le sue precise richieste e cioè che s'implori la misericordia divina per i peccatori e che lo si consoli per l'amaro abbandono degli Apostoli.

O mio Dio, quale mansione sublime, ma come delicata!

2° Fine dell'Ora Santa. - Implorare per i peccatori ! Ah ! quanto sono grandi, inesorabili le esigenze della giustizia eterna di fronte al peccato! Per capirle guardiamo quest'adorabile Agonizzante che trema davanti al Ca­lice perchè, espiando come uomo, ac­cetta e subisce le ripugnanze umane, le invincibili ritrosie dell'uomo che, per istinto, non vuole nè patire, nè morire. Sul suo povero Cuore infranto gravitano due formidabili possibilità da una parte il Calvario col lugubre corteo di spasimi atroci, dall'altra a dannazione del genere umano sap­piamo qual fu la scelta in uniformità al divin beneplacito. Come Gesù e con la grazia di Gesù gettiamoci nelle braccia della Volontà di Dio che pro­porziona e misura la Croce aspettando la nostra debolezza : espiamo, ripa­riamo, suppliamo alle altrui deficienze, decidiamoci una buona volta a vivere un programma di vita fortemente e saldamente cristiana: rinunce ai ca­pricci d'una volgarità ribelle, distacco di cuore, mortificazione di corpo ecco il vero modo di levare efficace­mente le mani al cielo e di esclamare con l'eloquenza dei fatti : « Perdono, Gesù, perdono per i vostri figli! Parce, Domine, parce populo tuo, ne in aeter­num irascaris nobis! ».

Non dimentichiamo però la condi­zione base per essere esauditi come ce la insegnano i sacri libri : « Chi salirà il monte del Signore, e starà nel luogo santo ? Colui che avrà le mani monde ed il cuore puro ! ». (Ps. XXIII, 4).

Per placare Dio bisogna essere puri, spiritualizzarci nel sentimento, seguire la via immacolata del bene: « Beati immaculati in via ! ».

Promettiamo quindi, con animo in­vinto e cosciente, promettiamo a quel Gesù il cui Sangue germina i vergini d'essere casti come gli Angeli del cielo, pur a costo di agonie interiori, di sacrifici eroici, della vita stessa.

3° Fine dell'Ora Santa. - Addolcire 1' amarezza del Cuore di Gesù trafitto per l'abbandono degli Apostoli. Que­st'abbandono era figura, triste simbolo dell' indifferenza umana nel corso dei secoli. In realtà però intorno a Gesù penante grava I' isolamento del cuore. Nessuno, in tanto dolore, si fa avanti per consolarlo, per dirgli una parola d'incoraggiamento, per difenderlo...

Fra poco la folla lo griderà a morte e neppure una voce si leverà in suo favore: eppure molti furono miraco­lati, tutti furono beneficati, alcuni ven­nero perfino assunti alla sublimità del Sacerdozio, Pietro fu creato capo del Collegio Apostolico e fu prediletto fra i prediletti... ma nessuno, nessuno ha una parola, uno sguardo, un pensiero per Gesù che agonizza e muore. Ecco il riassunto atroce dell' inconce­pibile, umana indifferenza.

Pesiamo sulle bilance della fede questo contegno : Dio è 1' infinito, 1' uomo è nulla; Dio ha tutti i diritti, l'uomo vi si ribella. Dio si offre per amore, 1' uomo lo rifiuta per odio. Oh! qual noncuranza per Dio! Egli è per sistema, per principio messo da parte; gli si dà il meno possibile e come a stento... Peccatori che lo de­testano e lo bestemmiano; fedeli inerti che lo servono avaramente e come per forza ; ecco il quadro vero di tutti i secoli che vediamo vissuti, in pochi istanti, da Gesù nel giardino del Getsemani.

Nostro Signore se ne lagnò mesta­mente con S. Margherita Maria e le sue confidenze dolorose si conclusero con un misterioso, divino richiamo « Tu, almeno, fammi il piacere di consolarmi ! ».

Cerchiamo di capire : noi siamo povere nullità, ma, per pura miseri­cordia, Dio ha sete del nostro amore e della nostra fedeltà. Rispondiamo al suo invito nel senso ch' Ei desidera

Amiamolo.

Che significa amare ? Amare vuol dire pensare al Diletto, bramar di vederlo, orientare tutto verso di Lui, stare con Lui, essere felici di sacrifi­carsi per Lui ; applichiamoci a que­st' arte divina di amare Gesù. Portia­molo con noi ovunque, in dolce in­timità di cuore come in un sacro ciborio, pensiamo a Lui per riparare le umane dimenticanze, pargliamogli affettuosamente per coloro che l' ol­traggiano, rifiutiamo alla nostra corrotta natura soddisfazioni anche lecite, per supplire ai peccati di coloro che sono schiavi di piaceri colpevoli, offriamogli con la vigilante delicatezza dell'amore tutte le nostre azioni, una dopo l'altra, come un monile di perle per rivendi­care l'oltraggio di quei poveri cristiani che, calpestando i più sacri doveri di giustizia, lo servono con una parsi­monia stanca ed impaziente.

Ah com'è vasto, luminoso e lungo il cammino dell'amore! l'anima di buona volontà vi si trova a meraviglia solo il primo, passo costa, solo la porta è stretta : più in là c' è la pace, la soddisfazione sublime d'un amore infinito. Mettiamoci risolutamente in cammino : non possiamo frapporre indugi : Gesù ci aspetta.

CONCLUSIONE

Ringraziamo il Cuore di Gesù della luce che ci ha largito e chiediamo umilmente perdono delle nostre ingua­ribili freddezze e distrazioni. Memori del lamento di Gesù, che accetta il conforto da un Angelo e che domanda anime consolatrici, proponiamoci di essere, per tutta la vita, gli Angeli dell'Agonia di Gesù. - Abbiamo in­tuiti i dolori di Gesù; abbiamo impa­rato da Lui il modo di consolarlo siamo quindi ferventi e fedeli associati dell'Ora Santa.

Riassumiamo i nostri sentimenti ed i nostri propositi consacrandoci al Sa­cro Cuore secondo la formola perfetta di S. Margherita Maria, quella formola a cui sono legate promesse divine giacche «tutti coloro, che si saranno così consacrati non periranno giam­mai ».

lo N. N. dò e consacro al S. Cuore di nostro Signore Gesù Cristo la mia. persona e la mia. vita, le mie azioni,, pene e sofferenze, non volendo più servirmi d'alcuna parte del mio es­sere se non per onorarlo e glorificarlo.

E' mia volontà irrevocabile esser tutta sua e far ogni cosa per suo a­more, rinunziando con tutto il cuore a qualunque cosa gli possa dispiacere.

Prendo dunque Voi, o Cuore sacra­tissimo, per oggetto unico dell'amor mio, per protettore della mia vita, per sicurezza della mia salute, per rimedio della mia fragilità e della mia inco­stanza, per riparatore di tutti i difetti della mia vita e per sicuro asilo nel punto della mia morte.

Siate dunque, o Cuore di bontà, la mia giustificazione verso Dio Padre e allontanate da me í fulmini della sua giusta collera. O Cuore d'amore metto tutta la mia confidenza in Voi, poichè temo tutto dalla mia malizia e fragilità, ma spero tutto dalla vostra bontà.

Consumate dunque in me tutto ciò che può dispiacervi o farvi resistenza, e il vostro puro amore s'imprima sì addentro nel mio cuore, ch' io non possa mai dimenticarmi di Voi; nè esser da Voi separata.

Vi scongiuro, per tutte le bontà vostre, che il mio nome sia scritto in Voi, giacchè io voglio 'far consistere tutta la mia felicità e tutta la mia gloria nel vivere e nel morire in qua­lità di vostra schiava. Così sia.

(Dall' opuscolo: Nell' Orto degli Ulivi del Canonico A. Gonon - Tip. dell'Addolorata - Varese).

http://www.preghiereagesuemaria.it/l'ora%20santa/ora%20santa_2.htm


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23 dicembre 2008
SANTA LUCIA
 

SANTA LUCIA

 

 

 

Le fonti sulla vita di S.Lucia sono la Passio latina ed il più antico Martyrion greco, detto Codice Papadopulo. S.Lucia nacque a Siracusa sul finire del III secolo da una nobile famiglia cristiana: rimasta orfana di padre sin da bambina, fu educata con dedizione dalla madre Eutichia, dalla quale apprese le verità del cristianesimo. Lucia, fanciulla bella, intelligente e virtuosa, meditava assiduamente le S.Scritture e si recava ai riti cristiani nelle catacombe di Siracusa: spinta dal suo amore per Gesù e dall’esempio delle prime vergini martiri, decise di consacrarsi a Dio con voto di perpetua verginità. La madre soffriva da molti anni di un flusso di sangue ritenuto incurabile dopo innumerevoli e costosi tentativi dei migliori medici. Lucia, che si prendeva cura di lei, un giorno le suggerì d’andare in pellegrinaggio a Catania presso il sepolcro della vergine e martire S.Agata per implorare il miracolo della guarigione. La madre acconsentì e vi si recarono insieme: lì, durante la Messa, fu letto l’episodio del Vangelo in cui un’emorroissa guarì toccando la veste di Gesù. Ispirata da quelle parole, Lucia disse alla madre: “Se credi in ciò che è stato appena proclamato, crederai anche che S.Agata, che ha patito per Cristo, abbia confidente accesso al Suo tribunale. Tocca con fede il suo sepolcro, se vuoi, e sarai guarita”. Allora Lucia ebbe in apparizione S.Agata che le disse: “Sorella mia Lucia, vergine devota a Dio, perché chiedi a me ciò che puoi tu stessa ottenere per tua madre? Ecco che ella è già guarita per la tua fede. Con la tua verginità tu hai costruito un santuario gradito a Dio, ed io ti dico che come grazie a me è sublimata la città di Catania, così per te avrà decoro dal Signore Gesù Cristo la città di Siracusa”. Dopo quella visione, Lucia esclamò alla madre: “Per l’intercessione della Sua Sposa Agata, Gesù ti ha guarita”, e sùbito Eutichia constatò di essere del tutto risanata. Lucia continuò: “A questo punto desidero che tu non mi parli più di sposo terreno, perché da tempo mi sono consacrata a Gesù. Piuttosto dammi quello che avevi pensato come mia dote perché possa distribuirlo ai poveri”. Eutichia: “Se non ti rincresce, farai dei beni miei e di tuo padre l’uso che vorrai dopo la mia morte”. Lucia: “La tua offerta non è la più gradita a Gesù. Dona adesso, a Lui nei poveri, ciò di cui dovrai forzatamente disfarti nella tomba”. Eutichia fu convinta, e da quel momento Lucia donò tutte le sue ricchezze ai poveri e si fece povera per Cristo. Ma un giovane innamorato di lei si vendicò del suo rifiuto alle nozze denunciandola come cristiana: vigeva la feroce persecuzione dell’imperatore Diocleziano. Lucia fu arrestata e condotta dinanzi al prefetto di Siracusa, di nome Pascasio, che le ordinò di sacrificare agli dèi. Ma Lucia disse: “Sacrificio puro presso Dio è curare chi soffre. Ho donato a Dio tutte le mie sostanze, e poiché ora non ho più nulla da offrire, offro in sacrificio me stessa”. Pascasio: “Di’ tali sciocchezze agli stolti come te. Io eseguo gli ordini degli imperatori”. Lucia: “Tu osservi i comandi degli imperatori ed io i comandamenti del mio Dio; tu temi gli imperatori ed io il mio Dio; tu vuoi piacere agli imperatori ed io al mio Dio; tu non disobbedisci agli imperatori ed io come potrei disobbedire al mio Dio? Fai ciò che vuoi: anch’io agirò secondo il mio cuore”. Pascasio: “Tu hai dissipato i tuoi beni con uomini dissoluti”. Lucia: “Io ho riposto al sicuro il mio patrimonio ed il mio corpo non ha conosciuto l’impurità”. Pascasio: “Tu sei la disonestà in persona”. Lucia: “La disonestà siete voi, di cui l’Apostolo dice: corrompete le anime degli uomini affinchè fornifichino contro Dio vivente e servano al diavolo ed ai suoi angeli che sono nella corruzione. Anteponendo i piaceri effimeri ai beni eterni, perdete l’eterna beatitudine”. Pascasio: “Queste parole cesseranno quando inizieranno i tormenti”. Lucia: “E’ impossibile far cessare le parole di Dio”. Pascasio: “Tu dunque sei Dio?”. Lucia: “Io sono serva del Dio eterno, che ha detto: quando sarete condotti davanti ai potenti non preoccupatevi di cosa dire perché non sarete voi a parlare ma lo Spirito Santo che è in voi”. Pascasio: “In te c’è lo Spirito Santo?”. Lucia: “L’Apostolo dice: coloro che vivono castamente sono tempio di Dio e lo Spirito Santo dimora in essi”. Pascasio: “Allora ti farò condurre in un luogo infame dove sarai costretta a vivere nel disonore, così lo Spirito Santo fuggirà da te”. Lucia: “Il corpo non viene deturpato se non dal consenso dell’anima: anche se tu mettessi nelle mie mani l’incenso per un sacrificio, Dio sa la mia intenzione. Egli scruta le coscienze ed aborrisce il violentatore della purezza. Se tu comandi che io subisca violenza contro la mia volontà, la mia castità meriterà una doppia corona”. Pascasio: “Se non mi obbedisci t’infliggerò crudelissime torture”. Lucia: “Tu non potrai mai convincermi a peccare: sono pronta ad ogni tortura”. Allora Pascasio ordinò di farla condurre in un postribolo perché le fosse fatta violenza, ma lo Spirito Santo la rese immobile: invano i soldati la spingevano cadendo sfiniti a terra, invano la trascinavano legata a mani e piedi o trainata da molti buoi. Pensandola una strega, Pascasio la fece cospargere d’urina ed i maghi iniziarono ad invocare gli dèi. Pascasio infuriato le disse: “Lucia, quali sono le tue arti magiche?”. Lucia: “Queste non sono arti magiche: è la potenza di Dio”. Pascasio: “Perché pur tirandoti a forza in mille non ti sei mossa?”. Lucia: “Anche se tu ne aggiungessi altre migliaia, si avvererebbe in me la Parola di Dio: cadranno mille alla tua sinistra e diecimila alla tua destra, ma nessuno potrà accostarsi a te”. Pascasio era disperato, e Lucia gli disse: “Misero Pascasio, perché ti affliggi, impallidisci, ti struggi? Hai avuto la prova che sono tempio di Dio: credi anche tu in Lui”. Pascasio allora le fece accendere attorno un rogo, ma le fiamme la lasciarono illesa. E Lucia: “Ho pregato il mio Signore Gesù Cristo affinchè questo fuoco non mi molestasse, perché dare ai credenti il coraggio del martirio ed i non credenti l’accecamento della loro superbia”. Gli amici di Pascasio, per farla tacere, le conficcarono un pugnale in gola. Ma prima di morire Lucia riuscì a dire questa profezia: “Vi annuncio che presto sarà data pace alla Chiesa di Dio. Diocleziano e Massimiano decadranno. E come la città di Catania venera come protettrice S.Agata, così anche voi onorerete me per grazia del Signore nostro Gesù Cristo osservando di cuore i Suoi comandamenti”. Poi s’inginocchiò, ricevette l’Eucarestia e spirò: era il 13 dicembre 304. Nello stesso luogo dove subì il martirio ebbe sepoltura e nel 313 fu edificato un santuario per accogliere il continuo flusso di pellegrini giunti per venerare le sue reliquie ottenendo numerose grazie per sua intercessione. Nel 1039 il suo corpo fu portato dal generale bizantino Giorgio Maniace a Costantinopoli e nella quarta crociata del 1204 dal doge Enrico Dandolo a Venezia, dove si venera tuttora. Il patrocinio di S.Lucia si è manifestato tante volte sia a Siracusa, salvata in più momenti della sua storia (carestie, terremoti, guerre), che in altre città, come Belpasso (presso Catania) e Brescia: per l’ennesima liberazione attribuita alla sua intercessione da una grave carestia, nel 1646 fu istituita a Siracusa una festa solenne in suo onore che si celebra tuttora la prima domenica di maggio, oltre a quella del 13 dicembre.

Culto

Fin dall’antichità il suo culto si è diffuso universalmente e si è tramandato sino ad oggi. La testimonianza più antica è un’epigrafe marmorea in greco risalente al IV sec., rinvenuta nel 1894 nelle catacombe di Siracusa, le più estese al mondo dopo quelle di Roma. Nel 384 S.Orso le dedicò una chiesa a Ravenna. Papa Onorio I ne dedicò una a Roma. S. Gregorio Magno compose l’Ufficio e la Messa di S.Lucia, inserì il suo nome nel Canone Romano e le consacrò una cappella nella basilica di S.Pietro. Compare nel Martirologio Gerominiano, nel Sacramentario Gelasiano di S.Gallo, nel Breviario Gallo-Siculo, nel Canone di Milano e Ravenna. S.Adelmo le dedicò un poema. S.Tommaso d’Aquino la citò nella Summa Teologiae. S.Giovanni Damasceno compose l’Ufficio greco in suo onore. Tra i suoi devoti vi sono pure S. Caterina da Siena, S.Leone Magno, S.Ambrogio e Dante, che la elogiò nella Divina Commedia. In tutto il mondo le sono dedicate numerose chiese, si venerano sue reliquie, vi si ispirano opere d’arte. Nel nord Italia è popolarissima la tradizione di S.Lucia che ogni anno porta i doni natalizi ai bambini. In Svezia è molto venerata persino dalla Chiesa luterana, che le riserva un grande onore ed addirittura un rito liturgico.


Autore: Carlo Fatuzzo

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http://www.santiebeati.it/dettaglio/25550


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9 marzo 2008
LA LITURGIA CATTOLICA DELLA SETTIMANA SANTA
 

Da questo foglietto così lungo e vasto ciascuno dovrebbe saper raccogliere gli spunti e i particolari che più lo hanno colpito per portarseli dietro nei vari impegni della settimana santa, così da viverli in prima persona e non da semplice spettatore. Non è necessario capire tutto e neanche leggere tutto (le singole parti sono autonome)! Abbiamo inserito tante citazioni e le indicazioni dei versetti per invitarvi a prendere in mano la bibbia.

SettimanaSanta

attraverso la Liturgia

decorazione dall'Haggadah di Sarajevo

"Questa pagina non è in ordine come vorrei, però la Settimana Santa è ormai iniziata...": così scrivevo l'8/IV/2001 promettendo che avrei continuato a lavorarci nei giorni seguenti (Pasqua cadeva il 15). Il 26/IV/2001, dopo una lunga serie di piccole modifiche, concludevo "credo proprio che rimarrà così fino alla prossima pasqua!". Solo un paio di anni dopo, nel pomeriggio di pasqua del 2003, ci ho rimesso mano per correggere, documenti alla mano, molte piccole imprecisioni sullo svolgimento dei riti. Ma la vecchia promessa non è mai stata disattesa: le riflessioni maturate nel frattempo si trovano infatti fra gli appunti (molto) sparsi sulla Pasqua.

La Settimana Santa inizia con la domenica delle Palme. Tutto il nostro itinerario quaresimale deve sfociare in questa settimana che ci accompagna negli ultimi giorni prima della Pasqua: per capirne l'importanza e la centralità pensiamo che la Chiesa ha voluto che fosse preparata da ben 40 giorni di preghiera e riflessione, senza contare che tutto l'anno liturgico converge ed è riassunto nella veglia pasquale che celebreremo insieme la notte di sabato.

Già due settimane prima, con la domenica laetare che scandisce la metà della Quaresima (come un breve pianoro che ci fa tirare il fiato prima della salita finale!), siamo stati invitati a fare un po' il punto del nostro cammino quaresimale; così anche la domenica delle Palme deve essere un momento di gioia e riflessione in vista della Pasqua vicina: abbiamo trascorso una Quaresima di piccoli sacrifici, di maggior attenzione verso genitori, amici e verso la nostra comunità cristiana? Abbiamo svolto con adesione vera il servizio a cui siamo stati chiamati? Siamo stati attenti alle nostre azioni? Ci siamo lasciati un po' guidare dal Signore? Ci siamo ricordati di Lui, anche solo con una visita in chiesa o un segno di croce? Abbiamo scandito la nostra giornata con la preghiera, almeno mattina, sera e magari mezzogiorno, o siamo rimasti impantanati nelle nostre occupazioni, fra compiti, amici, sport, senza un piccolo pensiero a chi ci ha donato il tempo per fare tutte queste belle cose?

Se la nostra Quaresima non è stata così forte, a maggior ragione lasciamoci, una volta tanto, afferrare dalla Settimana Santa: giorno per giorno ci prende per mano e ci avvicina alla Pasqua, ci propone momenti di purificazione (la confessione), ascolto (la passione, le letture della veglia pasquale), silenzio e meditazione (la veglia di giovedì, la giornata di sabato), rievocazione (la processione delle Palme, la via crucis di venerdì sera), celebrazione (le liturgie del triduo), infine di gioia ed esultanza... finalmente è Pasqua, la realizzazione della salvezza dal peccato e dalla morte!

Si tratta di metterci al seguito di Gesù, di rispondere alla sua chiamata: accompagnarlo gioiosamente con i canti al suo ingresso a Gerusalemme, cenare con Lui condividendo lo stesso pane con i nostri fratelli, vegliare con Lui sul monte degli ulivi, assistere al suo arresto, ascoltare in silenzio (come nascosti dietro una colonna nella vasta sala del palazzo del governatore) il dialogo con Pilato, salire con Lui al Calvario (costretti a portare la sua croce, come il Cireneo, o muti o gridanti dalla folla), sostare adorando innanzi alla croce piantata nella nuda terra... per condividere poi anche il trionfo, la risurrezione!

Domenica delle Palme

e della Passione del Signore

La domenica delle Palme ci prepara molto bene a vivere intensamente e attivamente la settimana santa: nella liturgia gioia e dolore coesistono prefigurandoci il mistero pasquale. Gesù è proclamato dalla folla come il Cristo (che signigica 'unto, consacrato') cioè il Messia tanto atteso in ebraico: ed Egli è realmente colui che può, Lui solo, colmare l'attesa degli uomini, dando loro il pegno della speranza nella fede. Ma la fede (cioè l'adesione a Gesù, il credere) è qualcosa di più concreto e più profondo: sappiamo come, poco dopo, sia cambiato l'umore della folla e lo leggeremo nel vangelo all'interno della Messa! Proprio questo vangelo si interromperà bruscamente, lasciando Gesù "sconfitto" nel sepolcro. Questo atteggiamento di sospensione ci deve accompagnare nella prima parte della settimana santa, fino all'inizio del triduo.

Per la meditazione...

Momento chiave della liturgia è la processione che precede la messa: è un segno di gioia e di festa che da rievocazione storica (il ricordo della folla acclamante) diventa ringraziamento a Gesù che umilmente va incontro alla morte per salvarci.
Per commentare questo momento ricorriamo ad alcuni passi della Scrittura. Nel salmo 118 (117) troviamo:

24Questo è il giorno fatto dal Signore:
rallegriamoci ed esultiamo in esso.
26aBenedetto colui che viene nel nome del Signore.
27bOrdinate il corteo con rami frondosi fino ai lati dell'altare.
29Celebrate il Signore perché è buono:
perché eterna è la sua misericordia.

Nel vangelo di Matteo, capitolo 21, letto prima della processione nell'anno A troviamo:

9La folla che andava innanzi e quella che veniva dietro, gridava: "Osanna al figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Osanna nel più alto dei cieli".

E' tratto da questo versetto di Matteo il ritornello del canto processionale (e anche parte del Santo che cantiamo dopo il prefazio in ogni messa). Negli anni B e C del ciclo liturgico sono letti rispettivamente i brani paralleli (cioè che narrano lo stesso fatto) di Marco [Marco 11,9-10] e Luca [Luca 19,28-48].

38[la folla esultava] dicendo: "Benedetto colui che viene, il re, nel nome del Signore. Pace in cielo e gloria nel più alto dei cieli". [Luca 19]

Ma che significa? Che vuol dire "osanna"? "Osanna" è un'espressione ebraica trascritta più o meno fedelmente in greco e poi in latino e quindi in italiano, e significa "ti prego, dona la salvezza". Nell'antico testamento, la troviamo proprio in un versetto del bellissimo salmo 118 che (nella bibbia CEI) è tradotto così:

25Dona, Signore, la tua salvezza,
dona Signore la vittoria!

A questa acclamazione i sacerdoti ebrei rispondevano:

26Benedetto colui che viene nel nome del Signore.
Vi benediciamo dalla casa del Signore.

I sacerdoti benedivano dunque il popolo, dopo che era stato invocato l'intervento di Dio. Così anche noi oggi, dopo più di 2000 anni, con la nostra acclamazione invochiamo e speriamo la benedizione del Signore: questa benedizione nel nuovo testamento è proprio la salvezza che Gesù ci dona morendo sulla croce e risorgendo!

Approfondimento Gesù arriva a Gerusalemme da Gerico (da est), e quando ormai è a pochi chilometri (3-4 km, si trova vicino ai due villaggi di Betfaghe e Betania) invia due discepoli a prendergli un'asina. L'asina richiama la profezia di Zaccaria 9,9 e vuole così ricordarci che Gesù sì, è re, ma non un re ricco e potente, bensì re povero e umile. Questo doveva far capire agli ebrei di allora che egli non veniva a Gerusalemme per instaurare una nuova monarchia e liberare la Giudea da Roma. Gesù entra dentro le mura di Gerusalemme e subito la folla stende i mantelli sulla sua strada (pensiamo al tappeto rosso con cui si ricevono le personalità) e agita fronde in segno di gioia. Questi gesti (come pure il grido "osanna") si fanno solo in presenza di un re [vedi ad es. 2Re 9,13]: la folla quindi 'incorona' re (= Messia) Gesù. Inoltre, con il grido "figlio di Davide" (cioè discendente del re per eccellenza, Davide) riconosce la legittimità di questo nuovo regno. Gesù poi [Matteo 21,12] si reca subito nel cuore della città, il tempio, per cacciarne i venditori e i cambiavalute (sotto il portico dell'atrio dei gentili). I cambiavalute cambiavano il denaro 'pagando' in moneta ebraica, l'unica che si poteva usare per le offerte.

Per la Liturgia...

Preparazione: sono necessari croce (adornata con un ramo di ulivo), candelieri, turibolo, secchiello (il recipiente colmo di acqua santa in cui si intinge l'aspersorio per benedire i rami d'ulivo). Il colore liturgico è il rosso.

Benedizione degli ulivi e processione: il rito si apre con il saluto del celebrante seguito da un'esortazione che condensa un po' tutto quello che abbiamo detto finora:

Fratelli carissimi, questa assemblea liturgica è preludio alla Pasqua del Signore, alla quale ci stiamo preparando con la penitenza e con le opere di carità fin dall'inizio della Quaresima. Gesù entra in Gerusalemme per dare compimento al mistero della sua morte e risurrezione. Accompagnamo con fede e devozione il nostro Salvatore nel suo ingresso nella città santa, e chiediamo di seguirlo fino alla croce, per essere partecipi della sua risurrezione.

Poi con questa orazione vengono benedetti i rami d'ulivo innalzati:

Dio onnipotente ed eterno, benedici questi rami d'ulivo, e concedi a noi tuoi fedeli, che accompagnamo esultanti il Cristo, nostro Re e Signore, di giungere con lui alla Gerusalemme del cielo. Egli vive e regna...

Ora viene letto il vangelo di Matteo 21,1-11 (anno A), Marco 11,1-10 o Giovanni 12,12-16 (anno B), Luca 19,28-40 (anno C).
Dopo viene avviata la processione verso la Collegiata, guidata dal celebrante. Cantiamo tutti il nostro "Osanna"! Vengono alternate parti dal salmo 147 (dal versetto 12 "Glorifica il Signore Gerusalemme, loda il tuo Dio, Sion").
Arrivati in chiesa, comincia la celebrazione eucaristica.

Liturgia della Parola:
Isaia 50,4-7
Salmo 22 (21) rit.: "Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?"
Filippesi 2,6-11
Passione secondo Matteo 26,14—27,66 (anno A)
Passione secondo Marco 14,1—15,47 (anno B)
Passione secondo Luca 22,14—23,56 (anno C).

Dal brano della lettera di San Paolo ai Filippesi vorremmo riportare queste bellissime parole:

7[Cristo] spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo 8e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana,umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte a alla morte di croce. 10Per questo Dio l'ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome.

E non sono solo semplici parole, ma parole che descrivono un fatto vero, una testimonianza dell'amore del Padre!

Durante la lunga e dialogata lettura della Passione, cerchiamo di sentirci là, in piedi, fra la folla che circondava Gesù, chi bestemmiando, chi tacendo, incapace di reagire. Anche noi apparteniamo a questa folla: sotto i nostri occhi (in televisione, sulle riviste, ma anche sulle strade e nelle nostre piazze) c'è chi ha sete come Gesù, chi è privo di una tunica come Lui, chi è oppresso sotto il peso di una croce, chi muore come Lui. Eppure stiamo solo a guardare: o critichiamo o stiamo zitti. La lettura della Passione invece ci invita proprio a riconoscere in Gesù il figlio di Dio proprio nel momento della sua morte in croce, proprio nel momento della sconfitta. L'insuccesso e il dolore di Cristo fanno parte della storia della Salvezza, come pure le sofferenze degli uomini. Questa verità è sconvolgente: dobbiamo accettarla scegliendo di seguire Gesù, senza cercare di ignorarla con indifferenza. La morte di Gesù è un evento chiave che divide le coscienze:

27,51ed ecco il velo del tempio si squarciò in due da cima a fondo, la terra si scosse, le rocce si spezzarono.

Di fronte a questo spettacolo cerchiamo di farci prendere anche noi da un po' di timore, così da essere più pronti nella fede, e assieme al centurione ammettiamo:

54b"Davvero costui era Figlio di Dio!".

Approfondimento
Anno A Figlia di Sion [Matteo 21,5] è un'espressione poetica che personifica la città di Gerusalemme (Sion è un colle di Geusalemme); indica comunque il popolo di Dio. Il sinedrio ("riunione, concistoro" [Matteo 26,57 e seguenti]) si riuniva nel recinto del tempio o presso il palazzo del sommo sacerdote (come in questo caso da Caifa) e rappresenta il potere religioso. Era composto dai sommi sacerdoti (i capi delle 24 classi sacerdotali), gli scribi (gli esperti della legge di Dio) e gli anziani (delle famiglie più importanti). Campo di sangue [Matteo 27,8] è la traduzione dell'aramaico Haqeldama (vedi mappa). Il velo [Matteo 27,51] nascondeva la camera più interna e sacra del tempio, detta "santo dei santi", dove anticamente era posta l'arca dell'alleanza con le tavole della legge [vedi Esodo 26,31-35] mentre al tempo di Gesù era completamente vuote. Vi entrava solo il sommo sacerdote una volta all'anno nel giorno del perdono dei peccati (yom kippur), quando un particolare sacrificio espiava i peccati di tutto il popolo [Levitico 16]. La rottura del velo significa che il tempio di Gerusalemme non è più il luogo esclusivo in cui adorare Dio (come preannunciato in Giovanni 4,21) il cui tempio vivente è Gesù [Giovanni 2,19-22]. La parasceve [Matteo 28,62] o 'preparazione' è il giorno di venerdì, in cui si preparava la celebrazione del sabato, giorno in cui non si poteva lavorare.
Prova a seguire gli spostamenti di Gesù attraverso Gerusalemme (guarda anche i su e giù indicati dalle curve di livello: Gerusalemme non è in pianura!).
Anno C Luca ci invita a seguire Gesù nella sua sofferenza, come discepoli cui è chiesta un'adesione personale, profonda e concreta. E ci indica degli esempi: guardate come si sofferma su Simone di Cirene (che condivide il peso della croce [Luca 23,26]) e sulle pie donne (che si battono il petto invitando alla conversione [Luca 23,27]; tutta la folla poi ritornerà a casa battendosi il petto [Luca 23,48]). Infine guardiamo l'esempio di perdono lasciatoci da Gesù ("Padre perdona lora perché non sanno quello che fanno" [Luca 23,24]) e l'abbandono alla provvidenza ("Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito" [Luca 23,46]). Alcuni particolari che possono sfuggire: i discepoli non capiscono il linguaggio di Gesù e gli presentano ingenuamente due spade, Gesù risponde seccamente 'Basta!' [Luca 22,36-38 e 49-51]; gli apparve un angelo dal cielo a confortarlo [Luca 26,43]; dormivano per la tristezza [Luca 26,45]; Gesù vede da lontano Pietro mentre lo rinnega [Luca 26,54.61].

La Settimana Santa per immagini Lasciati suggestionare dagli affreschi di Giotto nella cappella degli Scrovegni a Padova (1303-1305 circa) e Altichiero di Verona [a][b].

>>La cappella degli Scrovegni a Padova >>L'ingresso di Gesù a Gerusalemme >>L'ultima cena
La Cappella degli Scrovegni a Padova con i dipinti di Giotto L'ingresso a Gerusalemme. In questo episodio il gesto di stendere i manti al passaggio di Cristo è raffigurato in crescendo: l'uomo a destra nell'atto di sfilarsi la manica, il fanciullo in procinto di liberarsi del manto dalle mani e dalla testa, il giovane inginocchiato e che ha già steso a terra il mantello... Si notino i fanciulli arrampicati sugli alberi. L'ultima cena
>>La lavanda dei piedi
La lavanda dei piedi
>>L'oratorio san Giorgio a Padova >>La crocifissione di Altichiero da Verona nell'oratorio san Giorgio >>La crocifissione di Altichiero da Verona nella basilica di sant'Antonio a Padova
L'oratorio san Giorgio a Padova, nella piazza antistante la basilica di sant'Antonio La crocifissione di Altichiero da Verona nell'oratorio san Giorgio (1379-1384) La crocifissione di Altichiero da Verona e Jacopo Avanzo nella basilica di sant'Antonio a Padova (cappella di san Giacomo o san felice, 1374-1378 circa)
La Settimana Santa in musica: Bach J.S., Passione secondo san Matteo.

Giovedì santo

Il giovedì santo è caratterizzato da una doppia celebrazione eucaristica: quella del mattino, detta del crisma, e quella della sera, la commemorazione dell'ultima cena. Il colore liturgico è il bianco.

Messa del Crisma

Per la meditazione...

E' celebrata solo nelle cattedrali, cioè nelle città in cui ha sede il vescovo. Infatti è il vescovo stesso che la presiede insieme a tutti i sacerdoti della diocesi come segno di unità. Durante la messa avverrà poi il rinnovo delle promesse sacerdotali (fatte dal sacerdote al momento dell'ordinazione): dopo l'omelia il vescovo si rivolge prima ai sacerdoti, chiedendo di confermare la rinunzia a se stessi per una vita al servizio del Signore. Poi si rivolge ai fedeli esortandoli a pregare per i sacerdoti e per se stesso:

perché il Signore effonda su di loro l'abbondanza dei suoi doni, perché siano fedeli ministri di Cristo, sommo sacerdote, e vi conducano a lui, unica fonte di salvezza.

Come vedete tutto ruota attorno al sacerdozio. Perché? In questo giorno noi ricordiamo la prima eucarestia celebrata da Gesù che, mangiando la pasqua ebraica (il ricordo della fuga dall'Egitto) con i suoi discepoli, istituisce così un nuovo modo di essere sacerdote. Infatti

egli non ha bisogno, ogni giorno, come gli altri sommi sacerdoti [quelli della vecchia alleanza], di offrire sacrifici per i propri peccati e poi per quelli del popolo, poiché egli ha fatto questo una volta per tutte, offrendo se stesso. [Ebrei 6,27; leggi anche Ebrei 9,11-12]

Il sacerdote dunque è colui che fa da tramite fra Dio e il popolo (pensate a Mosè che porta i dieci comandamenti agli israeliti), colui che offre il sacrificio (cioè 'sacer-dote'). Gesù è il nuovo sacerdote per un nuovo rapporto con Dio, per una nuova alleanza fondata sull'amore, è il nostro sommo sacerdote,

che non è diventato tale per ragione di una discendenza carnale [per gli ebrei potevano essere sacerdoti solo i discendenti di Levi, i leviti], ma per la potenza di una vita indefettibile. [Ebrei 6,16]

Ma perché la buona novella e la fede fossero trasmesse nei secoli, egli stesso, sempre nell'ultima cena, dopo aver lavato i piedi ai discepoli, dice:

"vi ho dato l'esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi" [Giovanni 13,15; è nel vangelo della messa serale]

dando così il mandato (cioè l'incarico di compierlo a loro volta) agli apostoli (che significa proprio "colui che è inviato"). Possiamo così capire la grande responsabilità che hanno i nostri sacerdoti. Leggiamo ancora nella scrittura cosa deve fare il sacerdote:

18"Lo Spirito del Signore è sopra di me, per questo mi ha consacrato con l'unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, 19e predicare un anno di grazia del Signore". [Luca 4; è il vangelo della messa che narra l'episodio in cui Gesù legge nella sinagoga queste parole del profeta Isaia (Isaia 61,1-2) riferendole a sè, anche se il profeta parlava del proprio operato]

Il sacerdote dunque annunzia la salvezza! E la annunzia dopo esser stato consacrato, cioè scelto da Dio, con il crisma, l'olio usato come segno sacramentale nell'ordinazione sacerdotale. Proprio in questa messa avviene la consacrazione del crisma (viene cioè invocata la potenza di Dio nel crisma stesso) e la benedizione degli altri olî (quello dei catecumeni e degli infermi), i quali verranno poi presentati ad ogni comunità della diocesi durante la messa serale. Questi olî compaiono nei momenti forti della vita del cristiano: crisma (battesimo e confermazione, ordine sacro; colore bianco; è simbolo dello Spirito Santo), catecumeni (battesimo; colore verde), infermi (unzione degli infermi; colore viola). Quindi, veniamo coinvolti anche noi fedeli: siamo chiamati a condividere le responsabilità dei nostri pastori aiutandoli sia concretamente, sia con la preghiera.

Messa vespertina nella cena del Signore

Con questa celebrazione entriamo nel triduo pasquale. Il triduo proseguirà con venerdì santo (morte), sabato santo (sepolcro), domenica di Pasqua (risurrezione). Poiché per gli ebrei il giorno iniziava al tramonto del precedente, i giorni rimangono tre. Con il triduo si rende presente e si partecipa al passaggio del Signore da questo mondo al Padre. Non sono tre giorni di preparazione alla Pasqua ma è la Pasqua stessa celebrata in tre giorni, nella sua totalità.

Per la meditazione...

Il centro della liturgia è l'eucarestia di cui ricordiamo l'istituzione (cioè 'la prima volta') compiuta da Gesù mentre celebrava la pasqua ebraica con i discepoli. Partiamo proprio da qui: Gesù celebra la pasqua ebraica. Nel libro dell'Esodo (nel brano della prima lettura di oggi), Dio comanda a Mosè e agli israeliti prigionieri in Egitto di prendere un agnello, porre un po' del suo sangue sugli stipiti delle porte, arrostirne e mangiarne le carni con pani azzimi (senza lievito) e erbe amare. Non solo, ma comanda anche di compiere questo rito anche negli anni a venire, a perenne ricordo della liberazione dalla schiavitù. Lasciamo alla vostra riflessione queste parole:

ecco in qual modo lo mangerete: con i fianchi cinti, i sandali ai piedi, il bastone in mano; lo mangerete in fretta. E' la Pasqua del Signore! [Esodo 12,11]

Così i discepoli, avvicinandosi il giorno prestabilito per la pasqua, si preoccuppano di trovare un luogo adatto per compiere il rito della cena con il proprio maestro [Matteo 26,17-19]. Il rito viene officiato dal capofamiglia o dalla persona di maggior riguardo. Così troviamo Gesù nel cenacolo. Il brano del vangelo di Giovanni si apre così:

Prima della festa di Pasqua, Gesù sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine. [Giovanni 13,1]

Pasqua in ebraico significa infatti 'passaggio', 'saltare oltre': propriamente è Dio che risparmia, 'salta oltre' le abitazioni degli ebrei e colpisce gli egizi; poi diventa 'passaggio' del Mar Rosso, dalla schiavitù degli egiziani alla terra promessa per gli ebrei, 'passaggio' dalla vita sotto il dominio del peccato alla libertà dei figli di Dio, dalla morte alla vita per i cristiani.

Approfondimento La mensa era disposta a ferro di cavallo (come i ministranti attorno all'altare). Su un grande piatto erano disposti tre pani azzimi (cioè di farina e acqua pura) piatti e insipidi (come l'ostia), privi di lievito perché in Egitto, dovendo scappare in fretta, il pane non fece in tempo a fermentare. Poi c'erano le salse a base di erbe amare cioè le erbe del deserto (lattuga, timo, origano, basilico, lauro), che ricordavano l'amarezza dell'esilio, come pure la marmellata (preparata in modo da assomigliare all'impasto usato per fare i mattoni in Egitto). Poi l'agnello arrostito e mangiato senza posate e utensili, come dei nomadi. Infine sulla tavola era posto il vino puro in tre coppe.
Il capofamiglia o il personaggio di maggior riguardo (nell'ultima cena Gesù) ringrazia Dio per il vino e la festa, tenendo innanzi la prima coppa di vino. Tutti si sdraiano (si usavano divani come presso i romani) e bevono di questo vino. Subito dopo ci si lava le mani (questo ci ricorda la confessione, la purificazione che dobbiamo fare dentro di noi prima di accostarci all'eucarestia; anche nella messa, con i riti introduttori, siamo chiamati a liberare la nostra mente dai tanti pensieri e a glorificare il Signore). Questo compito spettava ad uno schiavo: per questo Gesù, il maestro, stupisce tanto Pietro e i discepoli lavando poi addirittura i piedi. Inizia l'antipasto: un pezzo di sedano viene intinto nell'aceto (o in acqua salata) ringraziando ancora Dio; il capofamiglia poi lo porge ai commensali cominciando dal più caro. Gesù l'offrì a Giuda [Giovanni 13,26]. Il capofamiglia prende il secondo dei tre pani azzimi, lo spezza e ne pone metà sotto la tovaglia.
Segue il racconto pasquale (un bambino chiede il significato della cerimonia al capofamiglia che poi racconta la storia della salvezza; simboleggia la liturgia della Parola e ci ricorda quanto sia importante la partecipazione dei fedeli nella messa) e il canto della prima parte dell'Hallel (Salmi 113 e 114; possiamo farlo corrispondere al canto dell'alleluia). Si mesce la seconda coppa di vino ringraziando Dio per la terra e la legge.
Poi il capofamiglia distribuisce il primo pane azzimo e la parte non nascosta del secondo: Gesù infatti prende questo pane, rende grazie, lo spezza e lo dà ai discepoli. Subito dopo si mangiano le erbe amare e una foglia di lattuga intingendola nella marmellata. A questo punto comincia il pasto vero e proprio con l'agnello (che non viene ricordato dai Vangeli in quanto il vero agnello sacrificale è Gesù stesso). Il dopo-pasto è costituito dalla metà del secondo pane azzimo posto sotto la tovaglia.
Poi c'è la terza coppa, il calice della benedizione: qui Gesù lo alza con la destra, pronunzia la benedizione (chiedendo misericordia per Israele) e tutti ne bevono. Gesù dice di farlo in futuro in sua memoria (e non più in ricordo dell'uscita dall'Egitto). L'espressione ebraica è molto più forte: significa lasciare il segno, l'impronta, è la memoria del passato proiettata nel futuro. La Pasqua non è solo una commemorazione, ma è soprattutto una riattualizzazione, un rinnovamento. Noi mangiamo l'ostia oggi e oggi siamo liberati perché oggi lo viviamo in prima persona. La cerimonia si conclude con il canto della seconda parte dell'Hallel (Salmi 115, 116, 117, 118; il salmo 115 viene letto nella liturgia della Parola di giovedì santo) come ricorda Marco 14,26 e gli altri sinottici. Testo ebraico ed italiano in [3], adattato per comunità cristiane in [5] e [15]; descrizione in [6] e [12]; ricette in [9].

La Settimana Santa per immagini Il cenacolo e la cena pasquale ebraica.

>>Il cenacolo oggi a Gerusalemme >>La tavola apparecchiata per il Séder
Il cenacolo oggi a Gerusalemme La tavola apparecchiata per il Séder. 1. Una Haggadà per ogni commensale 2. Un bicchiere per vino per ogni commensale 3. Un bicchiere per 'Elia profeta' 4. Vino 5. Tre azzime coperte con una tovaglia 6. Un vassoio contenente quanto necessario per il Séder 7. Acqua salata o aceto per intingere il karpas 8. Uova per iniziare la cena [15].
>>L'Ultima Cena 'persicetana' L'affresco dell'Ultima Cena ritrovato (1995) nel complesso conventuale di san Francesco a san Giovanni in Persiceto (BO). L'opera di autore ignoto si inserisce nel clima della controriforma e viene datata verso il 1600. Si noti Giuda di profilo in primo piano con il borsellino in mano e il busto inclinato, in netto contrasto con la posa statuaria degli altri apostoli. Cristo con precisi gesti delle mani, una sul pane e l'altra in atto di benedizione, significa esplicitamente che è attraverso di sè, il suo corpo rappresentato dal pane, che verrà la salvezza. A rendere ulteriormente esplicito che da quel lontano gesto, ottemperando ad un preciso volere di Cristo ("fate questo in memoria di me"), è derivato direttamente un sacramento fondamentale per i cattolici, viene nuovamente rappresentata l'eucarestia, facendo ancora ricorso ad elementi simbolici. In primo piano al centro della rappresentazione è collocato uno sgabello, apparecchiato come una tavola, su cui si trovano un pane, una bottiglia di vino rosso accompagnata da un bicchiere, ed una "servietta" [un tovagliolo]. [adattato da g pagg. 110 e 122s]

Così abbiamo tracciato il percorso che dall'esilio egiziano, dalla pasqua ebraica, porta all'ultima cena e all'eucarestia che rinnoviamo ogni giorno nella comunione. Comunione che è l'unione comune dei fratelli attorno alla mensa (l'altare) dell'unico pane spezzato (Gesù trafitto sulla croce) che ci rende fratelli: unione che, dal pane che mangiamo, deve estendersi alla nostra vita. Nella seconda lettura, Paolo sgrida i corinzi: la loro liturgia eucaristica diventava sempre più un semplice rito privo di incidenza nella vita del singolo e della comunità. E noi? Come viviamo l'eucarestia?

L'eucarestia non è un semplice gesto: è accogliere il Signore dentro di noi fisicamente e spiritualmente. E se lo accogliamo, ci facciamo guidare da lui. La nostra vita allora viene vissuta nella carità (che in greco vuol dire 'grazia'). Eucarestia significa infatti 'buona grazia', cioè il vivere nella grazia del Signore. Quindi l'eucarestia, l'unione con il Signore, si tocca con mano, la possiamo vedere nella carità. Non è la semplice elemosina ma l'amore verso il prossimo e verso Dio, un amore concreto cresciuto nell'umiltà. Gesù ci lascia quel bellissimo esempio che è la lavanda dei piedi.

Facciamo la comunione, nel senso di adoperarci per essere in unione di intenti e propositi con i nostri fratelli! La comunione di questa sera diventi simbolo della nostra conversione maturata e favorita dalla preparazione quaresimale: accettiamo e accogliamo Gesù dentro di noi fisicamente e spiritualmente.

Per la liturgia...

Preparazione: arriviamo in anticipo e sostiamo un attimo in chiesa per prepararci alla celebrazione.

Riti introduttori: processione solenne lungo la navata con turibolo, croce e candelieri. Accoglienza degli olî da parte della comunità (che ne farà uso durante l'anno): seguono il celebrante tre ministranti con gli olî benedetti in cattedrale; giunti sul presbiterio si fermano (uno a fianco dell'altro) e consegnano gli olî, uno per volta, al celebrante che li appoggia su un angolo dell'altare. Gli altri ministranti sono già al posto in piedi. I candelieri rimangono accesi presso la credenza. Durante il gloria suonano la campane che poi taceranno fino alla veglia pasquale.

Liturgia della Parola:
Esodo 12,1-8.11-14
Salmo 115 rit.: "Il tuo calice, Signore, è dono di salvezza"
1Corinzi 11,23-26
Giovanni 13,1-15 (la lavanda dei piedi)

Processione al vangelo con turibolo e candelieri. Lavanda dei piedi dopo l'omelia: i ministranti a sedere dalla parte dell'altare del tabernacolo scambiano il posto (a rotazione) con gli 'apostoli' che sono dietro di loro; si muove per primo chi è verso la navata; il celebrante si toglie il paramento, si allaccia un asciugamano a mo' di grembiule, e lava il piede destro agli 'apostoli'; al termine due ministranti gli portano il catino e il manutergio per lavarsi le mani. Segue la preghiera dei fedeli (non c'è il credo).

Liturgia eucaristica: presentazione solenne dei doni (che vengono ricevuti all'altare dagli accoliti e incensati): l'eucarestia deve essere un vero e proprio banchetto, una cena, perché nutre perfettamente il nostro spirito e ci riempie di gioia; ecco perché oggi saranno presentati una pagnotta di pane e una damigiana di vino. Prefazio della Santissima Eucarestia:

[Gesù Cristo] sacerdote vero ed eterno, egli istituì il rito del sacrificio perenne; a te per primo si offrì vittima di salvezza, e comandò a noi di perpetuare l'offerta in sua memoria. Il suo corpo per noi immolato è nostro cibo e ci dà forza, il suo sangue per noi versato è nostra bevanda e ci salva da ogni colpa.

Comunione sotto le due specie (ostia intinta nel vino).

Processione: si omettono i riti conclusivi della messa. Le ostie consacrate rimaste vengono riunite in una pisside posta sull'altare che viene incensata; un sacerdote indossa il velo omerale (che si appoggia alle spalle), prende la pisside coprendola col velo omerale stesso e si avvia attraverso la navata verso il luogo della reposizione. Apre la processione la croce con i candelieri, seguono i fedeli, i ministranti, il turibolo, il baldacchino con sotto la pisside. Agli angoli del baldacchino gli accoliti portano i quattro ceri che erano posti sull'altare; giunti alla chiesa della Cintura li appoggiano sull'altare. Durante la processione si canta il Pange lingua (tranne le ultime due strofe). Poi la pisside viene riposta nel tabernacolo che, dopo un incensazione, viene chiuso mentre si cantano le ultime due strofe del Pange lingua. Dopo un breve momento di adorazione silenziosa, il sacerdote e i ministri si alzano, genuflettono e ritornano ordinatamente e sempre in silenzio in chiesa. Spogliazione dell'altare: alcuni ministranti aiutano i sacerdoti a togliere gli arredi e a rimuovere le croci o velarle; gli altri rimangono ai posti in silenzio. Così si prepara la chiesa per la funzione del venerdì santo. Rientro in sagrestia.

Dopo cena c'è l'adorazione nel luogo della reposizione (il Santissimo Sacramento non viene esposto ma rimane nel tabernacolo). Anche gli apostoli dopo aver cenato si trovarono di colpo a dover vegliare nell'orto degli ulivi: cerchiamo di vivere fino in fondo questa giornata.

Venerdì santo

E' giorno di digiuno e astinenza, che sarebbe da prolungare fino alla veglia pasquale evitando di mangiare fuori dai pasti; facciamo digiuno per lo spirito e la mente (non per il corpo, per dimagrire). Non è però un giorno di lutto, ma il giorno di un'amorosa contemplazione di Gesù crocifisso.

Funzione vespertina nella passione del Signore

Per la meditazione...

Lasciamoci guidare dalla liturgia nella comprensione di questo giorno.

Approfondimento Il rito del venerdì santo è antichissimo: già Giustino nel II secolo scrive che non veniva celebrata l'eucarestia (non è una messa ma una azione liturgica) e che era suddivisa in liturgia della Parola, adorazione della croce, comunione eucaristica (con le ostie consacrate giovedì santo). Quindi mettiamoci in sintonia con le prime comunità cristiane, quelle degli Atti degli Apostoli, che tutto condividevano, anche le gioie e i dolori.

La chiesa è spoglia, priva di arredi, le croci sono riposte. Gesù muore in croce: muore, sì, perché muore anche oggi, nelle guerre, nella violenze, negli inganni, ogni volta che rifiutiamo di assumere le nostre responsabilità, quando mettiamo le nostre cose e noi stessi davanti a lui. Non è una semplice rievocazione storica. La morte è l'unica certezza che tutti gli uomini hanno, anche chi non crede. La chiesa allora è spoglia: per ricordarci che, oltre e prima della morte, la grande certezza è Gesù, Gesù che, sì, muore, ma poi risorge, portando nella sua gloria anche noi. Nulla contano gli arredi dorati, nulla l'edificio stesso, nulla conta la nostra vita, il nostro studio o lavoro, se non fossero riempiti da Gesù. Di fronte alla morte ogni uomo si interroga, è solo, nudo, come Gesù sulla croce: non ci sono altri su cui scaricare responsabilità, amici in cui confidare, non ci sono nascondigli, siamo inchiodati, non possiamo muoverci. Non rimane che chiedere aiuto al Signore, aver fiducia (fede) in lui, e dire:

Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito [Luca 23,46; è il versetto 6a del salmo 31]
10Abbi pietà di me, Signore, sono nell'affanno;
per il pianto si struggono i miei occhi,
la mia anima e le mie viscere. [Salmo 31(30), dalla liturgia della Parola]

Eppure, il salmista ha ancora la forza di affermare:

15ma io confido in te, Signore;
dico "Tu sei il mio Dio"

e conclude:

25siate forti, riprendete coraggio,
o voi tutti che sperate nel Signore.

Di fronte alla morte non rimane che accettare la volontà del Signore. Così per la nostra vita, che giorno per giorno ci porta inesorabilmente verso la morte. Accettare è comprendere, non è un subire passivo, ma un operare attivo: pensiamo sempre a Gesù, a come si sia dato da fare per annunciare il regno di Dio, pensiamo ai santi. Serviamo il Signore, come ci ha insegnato Gesù, servo fedele, che lavò i piedi agli apostoli, che morì come uno schiavo. E come servi, avremo la ricompensa. Così si apre infatti la prima lettura dal profeta Isaia:

13Ecco, il mio servo avrà successo,
sarà onorato, esaltato e molto innalzato. [Isaia 52]

Il profeta stesso se ne meraviglia, perché questo servo, Gesù,

3disprezzato e reietto dagli uomini,
uomo del dolore che ben conosce il patire,
come uno davanti al quale ci si copre la faccia,
era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima.
4aeppure egli si è caricato delle nostre sofferenze,
5egli è stato trafitto per i nostri delitti,
schiacciato per le nostre iniquità.
Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui;
per le sue piaghe siamo stati guariti.
6aNoi tutti eravamo sperduti come un gregge,
ognuno di noi seguiva la sua strada. [Isaia 53]

Non è così anche oggi? Non andiamo ciascuno per la nostra strada? Così la preghiera universale (che è la solenne preghiera dei fedeli dell'azione liturgica) deve diventare espressione dell'unità che tutti gli uomini, spesso non sapendolo, cercano in Dio, ognuno nella sua situazione particolare e rispondendo alla propria vocazione. Perché, nonostante la nostra malvagità, il Signore ci ha salvati. Per questo molti si sono lasciati affascinare dalla bellezza della croce, dalla bellezza di una vita al servizio del prossimo e di Dio. Si chiede il profeta:

1Chi avrebbe creduto alla nostra rivelazione?
A chi sarebbe stato manifestato il braccio del Signore? [Isaia 53]

Eppure, il seme del regno di Dio, gettato da Gesù, si è sviluppato ed è giunto fino a noi tramite la Chiesa:

2è cresciuto come un virgulto davanti a lui
e come una radice in terra arida

nonostante le persecuzioni, le guerre, il male, i nostri errori.

Il servo concilia in sè elementi opposti: la sofferenza della croce, la gioia della risurrezione, la morte e la vita. In fondo così è la vita, con i suoi alti e bassi. La nostra speranza è giungere al momento della morte e poter dire "tutto è compiuto!" [Giovanni 19,30], "ho fatto la volontà del Signore!". L'importante è che noi

14bmanteniamo ferma la professione della nostra fede. 15Infatti non abbiamo un sacerdote che non sappia compatire le nostre infermità, essendo stato lui stesso provato in ogni cosa, a somiglianza di noi, escluso il peccato.

Ricordiamoci sempre che, qualsiasi sofferenza (fisica o spirituale) noi patiamo, Gesù l'ha già sopportata per noi sulla croce. Nella stanchezza e nella sofferenza leggiamo la passione di Gesù e guardiamo alla croce: chiediamo al Signore di svelarci il mistero della passione (che significa 'sofferenza fisica e dell'animo') e adoriamo la croce. Durante l'azione liturgica vivremo proprio questi due momenti.

Come vangelo viene proclamata, ogni venerdì santo e in forma di dialogo, la passione secondo Giovanni perché questi fu l'unico evangelista testimone oculare dei fatti (cioè realmente presente sul calvario).

Approfondimento Questi i particolari non citati dagli altri evangelisti: la preoccupazione di Gesù per i discepoli al momento dell'arresto [Giovanni 18,8], il dialogo con Pilato sulla regalità e sulla verità [18,33-38; 19,8-11], l'attenzione verso Maria [19,25-27], il sangue e l'acqua che sgorgano dal fianco squarciato [19,34] che prefigura il battesimo. Purtroppo, dobbiamo sentirci vicini ai discepoli che fuggono e a Pietro che rinnega il maestro, mostrando il malinteso e l'ambiguità del loro attaccamento a Gesù.

Poi, poco dopo il vangelo, il celebrante stesso solleverà la croce, dapprima velata, scoprendola in tre momenti diversi cantando in latino:

ecco il legno della Croce,
a cui fu appeso il Cristo,
Salvatore del mondo.

Tutti rispondiamo:

venite, adoriamo (venite, adoremus).

Subito dopo infatti adoreremo la croce facendo davanti ad essa la genuflessione o un altro segno di venerazione. Il bacio della croce non è un gesto devoto ma l'incontro con la sofferenza di colui che ci ha amati fino alla morte, e alla morte di croce. E dall'alto della croce, muto, ci interroga sui nostri sentimenti. Prepariamoci, dopo l'incontro, ad accogliere dentro di noi il Signore presente nell'Eucarestia.

La Settimana Santa per immagini Il Calvario e il sepolcro. Sulla sistemazione del Calvaro nei secoli vedi [4] e [13]; [17] è particolarmente divulgativo per i ragazzi.

>>Il santo sepolcro secondo la copia nella chiesa di santo Stefano a Bologna >>Schizzo del Calvario come doveva essere al tempo di Gesù
L'edicola del santo sepolcro secondo la riproduzione nella Basilica del Sepolcro, chiesa di santo Stefano a Bologna. Per comprendere la riproduzione del sepolcro di Gerusalemme è necessario sfrondarlo dall'ambone posto a sinistra; togliere anche la scalinata, l'altare in alto con la sua balaustra. L'edicola che rimane è simbolicamente l'unica riproduzione rimasta del sepolcro di Cristo fatto costruire da Costantino Monomaco alla metà dell'XI sec. [e] Schizzo del Calvario come doveva essere al tempo di Gesù [1]
La Settimana Santa in musica: Haydn Joseph, Die sieben letzen Worte unseres Erlösers am Kreuze ("I sette ultimi detti del nostro Salvatore sulla Croce", 1785). Formalmente il lavoro è costituito da una serie di adagi costruiti secondo uno schema d'uso corrente nel XVIII sec. consistente nell'accostare virtualmente la scrittura musicale ad un testo drammatico o dialogico, così da rendere effettivo il paradigma di arte discorsiva riferita alla musica -e presentando, conseguentemente, contenuti semantici a tutti gli effetti 'concreti' [f]. L'opera è conclusa da un terremoto. I sette ultimi detti sono 1. Pater, dimitte illis, quia nesciunt quid faciunt 2. Hodie mecum eris in Paradiso 3. Mulier, ecce filius tuus 4. Deus meus, utquid dereliquisti me? 5. Sitio 6. Consummatum est! 7. In manus tuas, Domine, commendo spiritum meum.
Pärt Arvo, Passio Domini nostri Jesu Christi secundum Joannem (1982).

Per la liturgia...

Preparazione: arriviamo in chiesa in anticipo per fare silenzio dentro di noi.

Riti d'apertura: non vi è canto di ingresso, si entra lungo la navata in sobria processione, senza croce, candelieri e turibolo, nel silenzio più assoluto. Una volta saliti all'altare e fatta la riverenza, i ministranti si recano ai posti cominciando dal fondo; i sacerdoti si prostrano (si sdraiano) dinanzi all'altare mentre i ministranti e i fedeli si inginocchiano per qualche istante di adorazione. Di fronte alla sofferenza del Cristo possiamo solo tacere e fare un esame di coscienza: cosa avremmo fatto se fossimo stati tra la folla sul Calvario? Subito dopo il celebrante si reca alla sede e recita questa orazione con cui ci si introduce nella liturgia della Parola:

O Dio, che nella passione del Cristo nostro Signore ci hai liberati dalla morte, eredità dell'antico peccato trasmessa a tutto il genere umano, rinnovaci a somiglianza del tuo Figlio; come abbiamo portato in noi, per la nostra nascita, l'immagine dell'uomo terreno, così per l'azione del tuo Spirito, fa' che portiamo l'immagine dell'uomo celeste.

Liturgia della Parola:
Isaia 52,13—53,12
Salmo 30 rit.: "Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito"
Ebrei 4,14-16; 5,7-9
Giovanni 18,1-19,42

Non c'è processione al vangelo, ma tre sacerdoti si recano all'altare per prendere i volumi contenenti la Passione.

Dopo una breve omelia, segue la preghiera universale: è costituita da una serie di esortazioni (cioè "preghiamo per..."), una breve pausa di preghiera silenziosa e da un'orazione. E' qualcosa di più di una semplice preghiera dei fedeli perché il testo è fisso e immutabile e ricorda nella preghiera tutta quanta l'umanità nelle sue diverse situazioni. Le intenzioni sono dieci: per la santa Chiesa, per il Papa, per gli ordini sacri (per i ministri consacrati) e per tutti i fedeli, per i catecumeni, per l'unità dei cristiani, per gli ebrei, per i non cristiani, per coloro che non credono in Dio, per i governanti, per i tribolati.

Adorazione della croce: è composta da due momenti, l'ostensione della croce e l'adorazione vera e propria. Sostituisce la consacrazione eucaristica, ricordandoci così l'unità fra Eucarestia e Croce. Ostensione [la forma descritta è in realtà una commistione fra le due forme proposte dal messale]: terminata la preghiera universale i ministranti e i sacerdoti si recano processionalmente verso il fondo della navata (presso il tamburo). Scenderanno prima i ministranti più grandi e via via gli altri, così che nel risalire precedano i più piccoli. Il celebrante affiancato dai candelieri prende la croce velata appositamente preparata presso la porta della chiesa, dove avrà luogo la prima delle tre ostensioni della croce; la seconda sarà al centro della navata, la terza all'ingresso del presbiterio. Ad ogni ostensione il celebrante svela progressivamente la croce (prima la parte superiore, poi il braccio destro, quindi tutta) e canta "Ecco il legno della croce..."; tutti rispondono "Venite adoriamo"; terminato il canto ci si inginocchia per un breve momento di preghiera silenziosa. Al momento della terza ostensione i ministranti sono già al proprio posto. Adorazione: terminata l'ultima ostensione, prima i minitstranti e poi il popolo si recano processionalmente all'altare per baciare la croce, tenuta sollevata da un ministrante e affiancata dai due candelieri. Concluso il rito, due ministranti portano a lato dell'altare (dalla parte del tabernacolo) un inginocchiatoio predisposto per sostenere la croce; i candelieri vi saranno appoggiati sopra.

Santa comunione: terminata l'adorazione, gli accoliti preparano l'altare (tovaglia, corporale, pissidi e messale); un altro accolito nel frattempo, accompagnato da due ministranti, sale nel luogo dove è stato riposto il Santissimo Sacramento consacrato nella messa di ieri. Poi, affiancato dai due ministranti con le candele dell'altare, porta la pisside con le ostie consacrate sull'altare della collegiata, sul quale vengono appoggiate le candele. A questo punto hanno inizio i riti di comunione con il Padre nostro. Segue le comunione dei fedeli. Al termine il Santissimo viene riportato nella cappella dall'accolito accompagnato sempre dalle due candele dell'altare. L'altare viene nuovamente spogliato, poi il celebrante dalla sede pronuncia l'orazione finale.

Dio onnipotente ed eterno, che hai rinnovato il mondo con la gloriosa morte e risurrezione del tuo Cristo, conserva in noi l'opera della tua misericordia, perché la partecipazione a questo grande mistero ci consacri per sempre al tuo servizio.

Sabato Santo

Per la meditazione...

Il carattere principale di questo giorno è l'aspetto aliturgico, cioè non solo non vi è consacrazione eucaristica (come venerdì santo) ma neanche la comunione: in questo giorno i cristiani rinunciano perfino a riunirsi insieme. La Chiesa si raccoglie solo nella preghiera con la liturgia delle ore: con la preghiera si celebra il riposo di Cristo nella tomba dopo il combattimento estenuante della croce; si medita il mistero salvifico della discesa di Cristo nel mondo della morte dove in spirito andò ad annunziare la salvezza anche agli spiriti giusti che attendevano negli inferi [vedi 1Pietro 3,19]; si attende infine l'avverarsi della parola del Signore:

"il figlio dell'uomo [.] deve soffrire molto, [...] essere messo a morte e risorgere il terzo giorno" [Luca 9,22]

E' un giorno di riposo anche per noi, giorno di digiuno e soprattutto di silenzio, di penitenza insomma, che è espressione della fede nella speranza. Attendiamo che il seme (Gesù) posto nella nuda terra (il sepolcro nella roccia) porti buoni frutti (la resurrezione e la salvezza). Così anche noi poniamo nel nostro animo Gesù (il seme): se il nostro terreno è fertile (se siamo pronti a fare la volontà del Signore e, nel nostro piccolo, rispettiamo chi ci guida) ci guadagneremo la salvezza (il buon frutto). Ma questa salvezza dovrà germogliare durante tutto il corso della nostra vita, crescendo di giorno in giorno nelle buone opere e nella fede, consapevoli della grazia del Signore, così da portare già qualche frutto da donare a chi ci sta vicino (il prossimo).

Per questo è anche un giorno lieto, di gioia. Una gioia non manifestata ma tenuta nell'anima, nell'attesa del giorno di Pasqua. Non è il lasciarsi andare improvviso ad un facile e passeggero entusiasmo, ma una consapevolezza che ci deve sempre accompagnare. E' una gioia meditata e sofferta, come tutte le gioie della vita che sono sempre frutto di impegno e lavoro.

Approfondimento Anticamente il sabato santo era concluso da una celebrazione vigiliare che sfociava nella messa pasquale: un rito simile (anche se meno solenne) avveniva tutti i sabati, rinnovando l'attesa e la gioia per il giorno del Signore. Col passare dei secoli, la veglia fu arricchita da altri riti, come il fuoco e il cero che ne segnano la solenne apertura. Fin dal II sec. la veglia trovava forza e vigore nella celebrazione del battesimo che è la celebrazione della vita (Vita) stessa che nasce e rinasce nella fede. Anche oggi la celebrazione vigiliare culmina a mezzanotte con il gloria che segna il passaggio tra antico e nuovo testamento: è la svolta nella storia della salvezza!

Domenica di Pasqua

Veglia pasquale

Per la meditazione...

In questi giorni abbiamo sempre seguito i discepoli: preoccupati di non trovare un luogo in cui trascorrere la festa pasquale con il proprio maestro, stupiti e quasi indignati alla lavanda dei piedi, muti mentre Gesù alza il calice della benedizione, addormentati nell'orto degli ulivi, nascosti mentre Gesù soffriva. E ora? Gesù è morto. Per loro è la notte, la disperazione, come per tanti uomini è la vita anche oggi. L'uomo per cui avevano gettato via il loro lavoro, la loro stessa vita, è morto. Credevano fosse un liberatore, una figura carismatica. Ora tutto è finito: è morto. Dopo il bel sogno il duro risveglio. Così si apre la nostra veglia: nel buio e nel silenzio. Ma questo buio è subito squarciato dalla luce del fuoco, e questo silenzio rotto dal celebrante che così saluta il popolo:

[...] rivivremo la Pasqua del Signore nell'ascolto della Parola e nella partecipazione ai sacramenti; Cristo risorto confermerà in noi la speranza di partecipare alla sua vittoria sulla morte e di vivere con lui in Dio Padre.

Poi benedice il fuoco, quasi per ringraziarlo di rappresentare simbolicamente così bene la luce di Gesù risorto, dicendo:

o Padre, [...] benedici questo fuoco nuovo, fa' che le feste pasquali accendano in noi il desiderio del cielo, e ci guidino, rinnovati nello spirito, alla festa dello splendore eterno.

Poi prepara il cero pasquale, incidendovi una croce con uno stilo; sopra la croce traccia la lettera alfa (A), sotto l'omega (W); fra i bracci della croce scrive le cifre dell'anno. L'alfa e l'omega sono la prima e l'ultima lettera dell'alfabeto greco, cioè (come spiega lo stesso celebrante):

il Cristo ieri e oggi, principio e fine. Alfa e Omega.
A lui appartengono il tempo e i secoli.
A lui la gloria e il potere per tutti i secoli in eterno. Amen.

Il cero simboleggia Gesù, il Cristo, è il fuoco stesso. Per questo in tre stazioni un sacerdote o il diacono innalza il cero e proclama:

lumen christi

cioè "luce simbolo di Cristo che è luce". Cristo è la luce del mondo, è colui che ci illumina, la via da seguire. Per questo ringraziamo cantando tutti (perché tutti possiamo essere raggiunti da questa salvezza):

deo gratias

cioè "rendiamo grazie a Dio". Alla seconda stazione accenderemo dal cero le candele che abbiamo in mano. Poi man mano che il cero attraversa la navata si accendono le luci. Così la Chiesa è illuminata dal Cristo, e così pure lasciamo che la nostra anima apra gli occhi davanti alla sua luce, come lo stoppino della nostra candela che si infiamma a contatto con il cero, sciogliendo via via la cera che lo ricopre. Questa candela in realtà è stata accesa al momento del nostro battesimo!

E di colpo Gesù risorge. Gli apostoli lo incontrano, credono, ritrovano il senso della loro vita: così anche per noi, oggi, Gesù è vivo. Ora finalmente possiamo esultare, possiamo gridare la nostra gioia, per infonderla poi nella vita di tutti i giorni. Ecco allora che il diacono si fa interprete della comunità e canta l'exultet (dal termine latino con cui inizia). E' come un grido nella notte: "il sepolcro è vuoto, Gesù non è qui, è risorto come aveva detto"; è il solenne annunzio della Pasqua:

esulti il coro degli Angeli, esulti l'assemblea celeste [...]. Gioisca la terra inondata da così grande splendore; la luce del Re eterno ha vinto le tenebre del mondo. [...] Questa è la notte in cui hai liberato i figli di Israele, nostri padri, dalla schiavitù dell'Egitto, e li hai fatti passare illesi per il Mar Rosso. [...] Davvero era necessario il peccato di Adamo, che è stato distrutto con la morte del Cristo. Felice colpa, che meritò di avere un così grande redentore! Il Santo Mistero di questa notte sconfigge il male, lava le colpe, restituisce l'innocenza ai peccatori, la gioia agli afflitti. O notte veramente gloriosa, che ricongiunge la terra al cielo e l'uomo al suo creatore! [...].

La Settimana Santa per immagini Gli Exultet di Bari e Troia sono codici manoscritti in pergamena contenenti il Praeconium Paschale della tradizione liturgica beneventana, elaborato a Bari e diffuso nell'area dell'Italia meridionale. Lungo ciascun manufatto si svolge il testo del recitativo, formato da linee di scrittura e linee di notazione neumatica interrotte da un ciclo figurativo di miniature che illustrano l'evento pasquale rievocato dal testo. Le miniature e le decorazioni sono orientate in senso inverso alla scrittura, per consentire all'assemblea di ammirarle, mentre il rotolo scorreva dall'alto dell'ambone, e aiutare la comprensione, attraverso quelle immagini, di ciò che il diacono proclamava cantando. La datazione che gli studiosi assegnano alla composizione del rotolo Bari I si aggira intorno al 1025. Il rotolo Troia III fu preparato invece fra il XII e XIII sec. Tanto per dare un'idea, è lungo 651cm e largo 25cm [d]. Nel medioevo usavano questo semplice e geniale espediente per aiutare i fedeli nell'ascolto!

>>La 'E' di 'Exultet' apre il rotolo Bari I >>La proclamazione dell'Exultet dall'ambone di fronte alla comunità riunita >>L'attraversamento del Mar Rosso
La E di Exultet apre il rotolo Bari I. Il testo è capovolto rispetto alla figurazione. La proclamazione dell'Exultet dall'ambone di fronte alla comunità riunita (Troia III). L'attraversamento del Mar Rosso (Troia III)
>>L'accensione del cero >>L'elogio delle api produttrici della cera >>La benedizione del cero
L'accensione del cero (Troia III) L'elogio delle api produttrici della cera (Troia III) La benedizione del cero. Si noti il chierico che regge l'estremità del rotolo mantenendolo in tensione (Troia III).
La Settimana Santa in musica: l'inizio dell'Exultet in gregoriano.

Ascoltiamo con animo aperto questo canto bellissimo! Ci spiega il motivo di tanta gioia, ci invita ad esultare assieme agli angeli, riassume brevemente la storia della salvezza, introducendoci così alla liturgia della Parola. Ci dice quasi "è tanto grande ciò che ha fatto oggi il Signore, che vale la pena tornare indietro e ascoltare come si sia potuta realizzare una salvezza così!". Il celebrante stesso, prima delle letture, ci ammonisce:

fratelli carissimi, dopo il solenne inizio della Veglia, ascoltiamo ora in devoto raccoglimento la Parola di Dio. Meditiamo come nell'antica alleanza Dio salvò il suo popolo e nella pienezza dei tempi, ha inviato il suo Figlio per la nostra redenzione. Preghiamo perché Dio nostro Padre conduca a compimento quest'opera di salvezza incominciata con la Pasqua.

Lasciamo lavorare in noi la parola del Signore, perché con la sua potenza ci aiuti a conservare intatta la fiamma del battesimo fino al momento della nostra morte:

10Come infatti la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme al seminatore e pane da mangiare, 11così sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l'ho mandata. [Isaia 55, dalla quinta lettura]

Approfondimento Seguiamo le letture dell'antico testamento: vedremo la luce che si impossessa del mondo nella creazione [Genesi 1,1—2,2; Salmo 103]; accompagneremo Abramo nella dura prova del sacrificio di Isacco suo figlio [Genesi 22,1-18; Salmo 15]; attraverseremo il Mar Rosso con il popolo di Israele [Esodo 14,15—15,1] e con loro esulteremo cantando [cantico Esodo 15,1-6.17-18, notate come letture e canti siano intimamente uniti]; stanchi nell'esilio, sentiremo il profeta che annuncia una salvezza vicina [Isaia 54,5-14; Salmo 29] chiamandoci sempre più a gran voce alla conversione [Isaia 55,1-11] per una salvezza sicura [cantico Isaia 12,2-6]; lasciamoci istruire da Barùc che ci invita a cercare la sapienza divina [Baruc 3,9-15.32—4,4; Salmo 18]; infine, mentre la Gerusalemme terrena è stata distrutta dagli invasori, rincuoriamoci con le parole di Ezechiele [Ezechiele 36,16-28; Salmo 41 o 50] che annuncia:
26vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. 27Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo i miei statuti e vi farò osservare e mettere in pratica le mie leggi. [Ezechiele 36]

La Settimana Santa per immagini L'accuratissimo commento figurato dell'Haggadah di Sarajevo. Il codice, che va letto, come tutti i manoscritti ebraici, da destra verso sinistra, consiste di 142 pagine di pergamena 22x16cm. Nei primi 34 fogli ci sono 69 miniature, dipinte sul lato in cartapecora, e incorniciate con bordi colorati a catenella, ovvero con disegni a forma di spirale. Il testo della Haggadah è scritto nelle 50 pagine successive. I fogli sono scritti su ambedue i lati con la grafia ebraica quadrata tipica dei sefarditi (per essere precisi, degli ebrei spagnoli del medioevo). Le miniature, gli abiti e gli utensili che vi sono rappresentati, e alcuni elementi ornamentali e artistici, indicano che questa Haggadah risale all'inizio della seconda metà del XIV sec. [c]. Provate a confrontare le immagini con il testo biblico!

>>Il diluvio << >>La creazione della donna, il peccato originale e la costruzione dell'arca di Noè << >>La creazione giorno per giorno
Il diluvio (a destra)   Il peccato originale e la costruzione dell'arca di Noè   La creazione (prima lettura)
  >>Il passaggio del mar Rosso (terza lettura) << >>Il sacrificio di Isacco (seconda lettura)
    Il passaggio del mar Rosso (in alto a destra; terza lettura)   Il sacrificio di Isacco (seconda lettura)

Questa è una storia di amore che attraversa i secoli, piena di incomprensioni da una parte ma anche di tanto perdono dall'altra, fra un popolo (gli ebrei, ma anche la comunità cristiana, noi soprattutto) e Dio. Così si conclude l'antico testamento. Qui si innesta l'evento che oggi con tanta gioia riviviamo: il 'gloria' riprende l'exultet lodando Dio per tutto quanto ha operato nei vari episodi riportati dalle letture; san Paolo insiste per farci capire che è avvenuta così una radicale trasformazione, cioè l'uomo vecchio è morto e in Gesù abbiamo una nuova vita [Romani 6,3-11, l'epistola cioè la lettera]; l'alleluia del salmo 117 ci invita di nuovo ad esprimere la nostra gioia perché subito dopo, nel vangelo, potremo rivivere lo sgomento e lo stupore delle donne che cercavano tra i morti colui che è vivo. Allora sentiremo anche noi una grande forza che ci spinge a correre per annunziare a tutti "Non abbiate paura! Gesù è risuscitato dai morti" [cfr. Matteo 28,5.7] con la nostra stessa condotta di vita.

A questo punto, dopo l'ascolto, i protagonisti torniamo a essere noi: la quaresima era un cammino attento al nostro comportamento personale; in questi giorni abbiamo invece rivissuto con la comunità i fatti centrali del cristianesimo (eucarestia, morte, vita), ora tutto questo dobbiamo farlo nostro come carburante per il cammino di fede nell'intima unione con Gesù che ci condurrà alla prossima Pasqua. Allora, dopo aver ascoltato le radici della Salvezza e della Fede, torniamo alle radici della nostra fede personale e della nostra piccola storia di salvezza, che dal battesimo giunge fino a questa veglia. L'una (la nostra storia) sboccia dall'altra, ed ambedue hanno in comune lo stesso fine:

se infatti siamo stati completamente uniti a lui con una morte simile alla sua, lo saremo anche con la sua risurrezione. [Romani 6,5, dall'epistola]

Riprendiamo in mano lo stoppino della nostra anima (e infatti riprenderemo in mano le candele): com'è questa nostra fiamma?

Così, come prima eravamo attorno al fuoco, ora ci avviciniamo all'acqua del fonte battesimale. Con il canto delle litanie dei santi, siamo chiamati a imitare quanti ci hanno già preceduto sulle orme di Gesù; poi seguirà la benedizione dell'acqua battesimale, simbolo della purificazione dei peccati che San Paolo spiega nell'epistola; il cero pasquale verrà immerso nel fonte, simbolo di Gesù che nel suo battesimo si immerge nell'acqua e la benedice; con la professione di fede ("rinunzio" al male, "credo" nella trinità) siamo chiamati a esprimere la volontà di rinnovare il nostro battesimo; l'aspersione dei fedeli sarà proprio segno di questa nuova vita purificata dai peccati nella croce del Signore.

Una volta lavati dal peccato, possiamo finalmente accostarci come invitati, rivestiti della veste nuziale, al banchetto dell'eucarestia. La comunione di oggi sia il segno di una rinnovata volontà di vita al seguito del Signore.

Per la liturgia...

Liturgia della luce (lucernario): si svolge all'aperto nei pressi della chiesa. Vengono distribuite ai fedeli le candele. I ministranti escono dalla chiesa in silenziosa processione e si dispongono attorno al fuoco. Non si porta la croce con i candelieri perché la presenza di Gesù sarà simbolizzata dal cero; il turibolo è spento. Saluto del celebrante, esortazione, benedizione del fuoco, preparazione e accensione del cero, accensione del turibolo (con una brace). Il diacono prende il cero per la processione in tre stazioni in cui canta "lumen Christi"' (una appena messi in fila verso la chiesa, la seconda alla porta della chiesa, l'ultima presso l'altare mentre i ministranti sono già al nostro posto, partendo dalle panchine in fondo; le candele vengono accese alla seconda stazione). Il cero apre la processione preceduto solamente dal turibolo fumigante. Terminata la processione e posto il cero in un candelabro appositamente preparato nel mezzo del presbiterio o presso l'ambone, il diacono chiede e riceve la benedizione dal celebrante. Quindi si può incensare il libro con l'exultet e il cero. Il diacono (in caso di necessità anche un cantore) si reca all'ambone e canta l'exultet. Al termine si spengono le candele.

Liturgia della Parola: esortazione all'ascolto (già seduti), sette letture dall'antico testamento (con questo schema: lettura, salmo o cantico, orazione; per l'orazione ci alziamo in piedi), gloria (mentre suonano le campane legate dal giovedì santo; si accendono le candele sull'altare), colletta, epistola, salmo (durante il quale avviene la processione al vangelo con il solo turibolo; i candelieri sarebbero un 'doppione' del cero pasquale), vangelo (Matteo 28,1-10 anno A, Marco 16,1-8 anno B, Luca 24,1-12 anno C), omelia.

Liturgia battesimale: monizione di apertura; il cero seguito dai catecumeni e dai padrini si avvia verso l'abside, poi seguono ordinatamente i sacerdoti e i ministranti che si dispongono attorno al fonte battesimale. Litanie dei santi, benedizione dell'acqua battesimale (seguita da un'acclamazione dell'assemblea), rinunzia a Satana (si riaccendono le candele), professione di fede (rinnovo delle promesse battesimali), rito del battesimo, aspersione del popolo. Tornati ai posti (lasciando passare prima cero e sacerdoti), la messa prosegue con la preghiera dei fedeli (il credo corrisponde alla professione di fede).

Liturgia eucaristica: si svolge normalmente. I doni presentati all'offertorio saranno ricevuti dagli accoliti. Turibolo e lavabo alla presentazione dei doni. Non ci si inginocchia alla consacrazione come segno di risurrezione e gioia.

Appendici

Dopo la Pasqua

di Gian Pietro Basello (Pasqua 1999)

Prima della veglia mi ero posto alcune domande: perché quelle sette letture? chi le aveva scelte? con quale criterio? Le prime tre hanno una consequenzialità narrativa che sembra perdersi nelle successive letture dei profeti. Durante la veglia, prestando bene attenzione non solo alle letture ma anche ai salmi e alle orazioni frapposte, ho compreso alcune cose che avrei dovuto capire prima: non è tanto importante la storia della salvezza così come si è concretizzata storicamente (cioè prima Abramo, poi l'uscita dall'Egitto... peraltro c'è chi ne mette in dubbio la realtà storica) quanto capire i presupposti necessari alla sua realizzazione.

Mi spiego meglio: un'alleanza mette di fronte due entità: in questo caso la prima è Dio e l'altra il popolo di Dio (prima Israele poi noi cristiani). Se viene a mancare uno dei due contraenti, il patto non esiste. Il tramite insostituibile attraverso il quale Dio ci ha redenti siamo noi stessi, cioè il popolo di Dio! Senza di esso, senza la comunità dei fedeli non poteva esserci né patto né alleanza né redenzione. Dio salva un popolo; noi non ci possiamo salvare da soli ma attraverso la chiesa. Dio ha bisogno di un popolo da salvare... che Dio voglia salvare gli uomini è fuor di dubbio, la sua fedeltà è sicura... il problema è che l'uomo si lasci salvare e si riconosca nel popolo di Dio.

Così, mentre le letture ci fanno vedere il popolo di Israele che prende progressivamente coscienza di essere il popolo scelto da Dio -formato prima dalla sola famiglia di Abramo per poi estendersi fino ad abbracciare tutta l'umanità, come prefigurato già dai profeti, ancora prima di Gesù e dei re magi-, le orazioni dopo le letture ci riportano spesso al battesimo e al popolo dei fedeli cristiani che sul battesimo è fondato. La salvezza operata da Gesù sulla croce non è un fatto personale ma pubblico, comunitario. Tuttavia, nella veglia non manca la dimensione privata, quella dell'adesione personale al popolo di Dio, simboleggiata dalla singola candela che però prende luce dall'unico cero pasquale. Così durante il lucernario, così nella professione di fede attorno al fonte battesimale e nella comunione.

O Dio, padre dei credenti, che estendendo a tutti gli uomini il dono dell'adozione filiale, moltiplichi in tutta la terra i tuoi figli, e nel sacramento pasquale del Battesimo adempi la promessa fatta ad Abramo di renderlo padre di tutte le nazioni, concedi al tuo popolo di rispondere degnamente alla grazia della tua chiamata. [orazione dopo la seconda lettura]
[...] ciò che facesti con la tua mano potente per liberare un solo popolo dall'oppressione del faraone, ora lo compi attraverso l'acqua del Battesimo per la salvezza di tutti i popoli [...]; il Mar Rosso è l'immagine del fonte battesimale [...] [dalle due orazioni previste dopo la terza lettura]
O Dio [...] custodisci nella tua protezione coloro che fai rinascere dall'acqua del Battesimo [dall'orazione dopo la sesta lettura]
Fin dalle origini il tuo Spirito si librava sulle acque perché contenessero in germe la forza di santificare; e anche nel diluvio hai prefigurato il battesimo, perché, oggi come allora, l'acqua segnasse la fine del peccato e l'inizio della vita nuova. Tu hai liberato dalla schiavitù i figli di Abramo, facendoli passare illesi attraverso il Mar Rosso, perché fossero immagine del futuro popolo dei battezzati. [dalla benedizione dell'acqua battesimale durante la liturgia battesimale]

Tutta la veglia è riassunta attorno al fonte battesimale: la benedizione dell'acqua lustrale non manca significativamente di ripercorrere parte delle letture della veglia. Viene sottolineato ciò che forma coesione in un popolo, ciò che ne rappresenta l'identità nazionale. In altri casi queste rivendicazioni possono portare a conseguenze devastanti, ma fra i cristiani danno solo esiti meravigliosi e salvifici. C'è un ulteriore passaggio: come la liturgia battesimale riprende il lucernario e riassume la veglia, così la liturgia eucaristica accoglie in sé tutti i precedenti passaggi. Ma non sono in grado di scrivere di queste cose, quindi le lascio per la Pasqua futura.

Glossario

da completare

Antifona di ingresso: nella messa, precede il segno della croce in mancanza del canto di ingresso. Riassume il tono della celebrazione.

Domenica 'laetare': è la IV domenica di quaresima, così detta perché l'antifona di ingresso in latino inizia con la parola laetare. In italiano infatti è

rallegrati, Gerusalemme, e voi tutti che l'amate, riunitevi. Esultate e gioite, voi che eravate nella tristezza: saziatevi dell'abbondanza della vostra consolazione.

Il colore liturgico, il rosa, dà il tono a questa domenica di gioia, in vista della Pasqua ormai vicina, premio di una quaresima ben vissuta. Il rosa viene usato solo in un'altra occasione, la "parallela" domenica "gaudete", la III di avvento.

Haggadà: (femminile, plurale haggadòt; letteralmente racconto) libro che viene letto durante i pasti delle prime due sere di Péssach.

Liturgia: è l'insieme degli atti -cioè delle azioni concrete- attraverso i quali la comunità dei fedeli -cioè la Chiesa- unita a Cristo, professa pubblicamente la sua fede e onora Dio. Propriamente 'Liturgia' deriva dal greco e significa 'ufficio pubblico' cioè 'fare qualcosa per il popolo' e ancor più in particolare 'fare qualcosa di buono per il popolo'. Infatti la liturgia è così 'buona' per il cristiano da divenire il centro stesso della sua vita: la liturgia più importante è infatti la Messa, la celebrazione eucaristica. Lo scopo della liturgia è duplice: santificare sempre più il cristiano e glorificare allo stesso tempo Dio.

Lustrale, acqua: l'acqua santa ovvero l'acqua del fonte battesimale. Dal latino lustrum cioè 'purificazione'. Significa quindi 'acqua purificante, espiatoria'. Così era detta dai pagani l'acqua con cui si aspergevano le vittime sacrificali.

Sèder: (maschile, plurale sedarìm; letteralmente ordine) è il rituale seguito nelle case la prima sera di Péssach, in diaspora anche la seconda; si articola intorno alla narrazione della schiavitù del popolo ebraico in Egitto e l'esodo verso la Terra di Israele, così come riportati dalla Haggadà accompagnato da vari precetti, come il consumo di matzà e erbe amare e quattro bicchieri di vino, accompagnato da inni e preghiere di ringraziamento.

La data dell'ultima cena

di Enrico Galbiati

[7 pagg. 113s. Vedi anche 12; Sacchi Paolo in Charlesworth J.H., Gesù e la comunità di Qumran pagg. 156s; Stegemann H., Gli Esseni, Qumran, Giovanni Battista e Gesù; Basello Gian Pietro, Annotazioni sui calendari]

Il IV Vangelo crea una famosa difficoltà cronologica a proposito del giorno in cui cadeva la festa di Pasqua nell'anno della morte di Gesù. Se noi avessimo soltanto i primi tre Vangeli, non avremmo alcun dubbio sul fatto che il giovedì sera era il 14 Nisàn, la vigilia in cui, dopo il tramonto, si mangiava l'agnello pasquale, e che il venerdì, il giorno della morte di Gesù in croce, era precisamente il 15 Nisàn, la festa di Pasqua vera e propria.

Ci sarebbe qualche difficoltà ad ammettere che in un giorno di festa i nemici di Gesù abbiano causato tante violazioni del riposo festivo; il 15 infatti doveva essere festivo, in qualunque giorno della settimana fosse caduto (Esodo 12, 16). Tuttavia la fretta di finirla con Gesù potrebbe spiegare la cosa.

Ma la vera difficoltà nasce dalle ripetute indicazioni del IV Vangelo (Giovanni 13, 1.29; 19, 14.31 e specialmente 18, 28) dalle quali risulta che il venerdì in cui fu crocifisso Gesù era il giorno in cui, dopo il tramonto, si doveva mangiare la Pasqua, era la parasceve (preparazione, vigilia) di Pasqua, e dunque era il 14 Nisàn. Anche per il IV Vangelo è importante il contesto pasquale, ma esso è riservato non all'ultima cena, bensì alla morte di Gesù, agnello dissanguato, le cui ossa non dovevano essere rotte (Giovanni 19, 36). La morte di Gesù all'ora nona del 14 Nisàn coincideva col momento in cui nel tempio si dava inizio all'immolazione degli agnelli pasquali. Gli esegeti danno ragione alla cronologia di Giovanni: effettivamente il giorno della crocifissione era il 14 Nisàn, e questa tradizione fu tenuta viva per secoli dai cosiddetti Quartodecimani, che celebravano la Pasqua cristiana il quattordicesimo giorno della luna di primavera.

D'altra parte il IV Vangelo, che evita di identificare l'ultima cena di Gesù con il convito pasquale, d'accordo con la tradizione degli altri Vangeli sa che tale cena ebbe luogo entro le mura di Gerusalemme, quando già calava la notte, con i soli apostoli, e che poi i convitati non si allontanarono da Gerusalemme (il che non era consentito nella notte di Pasqua), ma si ritirarono poco fuori le mura, in un giardino al di là del torrente Cedron.

Perché questa cena notturna a Gerusalemme, piuttosto che a Betania, dove c'era gente amica, se non era il convito pasquale?

Dunque Giovanni ha ragione ma gli altri evangelisti non hanno torto. Come conciliare le due tradizioni?

Vi sono due possibilità. La prima è che Gesù abbia anticipato la cena pasquale, seguendo in genere il rito antico, senza tuttavia l'agnello immolato nel tempio. Ciò forse avveniva anche in altri casi, nei luoghi molto lontani da Gerusalemme, ma le testimonianze in proposito non sono sicure. Gesù avrebbe comunque operato di sua autorità, sostituendo l'agnello con l'Eucaristia. Per la tradizione evangelica quello voluto da Gesù era il vero primo giorno degli Azzimi, qualunque fosse stato il calendario dei Giudei.

La seconda possibilità è che Gesù abbia seguito il calendario di un gruppo o di una setta, per esempio dei Farisei a differenza dei Sadducei ai quali appartenevano le famiglie sacerdotali più importanti. In tal caso il 14 Nisàn dei primi era in realtà il 13. I Farisei o gli aderenti a qualche altro gruppo importante potevano avere qualche interesse a vedere la luna nuova un giorno prima, giacché il computo si faceva con questo mezzo empirico. Di questo fatto abbiamo qualche indizio, ma finora troppo debole. I documenti di Qumran ci hanno rivelato che quella setta seguiva l'antico calendario sacerdotale, in cui le feste cadevano in giorni fissi. La Pasqua di questa setta (che molti identificano con gli Esseni) cadeva sempre in mercoledì, e la cena pasquale doveva aver luogo la sera precedente. Vi fu chi volle supporre una cronologia lunga della passione: Gesù, con gli Esseni e forse altri, avrebbe celebrato la Pasqua (senza l'agnello immolato nel tempio!) il martedì sera e sarebbe stato crocifisso il venerdì, dopo essere stato prigioniero del Sinedrio la notte di mercoledì e di Pilato il giovedì. Ma gli esegeti in genere non hanno fatto buona accoglienza a questa ipotesi. Comunque, in qualunque ipotesi rimane il contesto pasquale dell'istituzione dell'Eucaristia, sia che Gesù abbia celebrato alla perfezione la Pasqua ebraica. sia che l'abbia anticipata e ne abbia modificato il rito. Il riferimento alla Pasqua è riconoscibile perfino nel IV Vangelo, che sembra intenzionalmente volerlo evitare.

Mappe

>>Gerusalemme del nuovo testamento >>Il complesso del tempio >>Il tempio
Gerusalemme del nuovo testamento [16] Il complesso del tempio [1] Il tempio [1]

Bibliografia

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[14] AA. VV., Hebdomadae sanctae celebratio, Conspectus historicus comparativus, Roma 1997 (edizioni liturgiche C.L.V., £ 45'000)
[15] Parrocchia di san Pietro Apostolo di Verona, Cena pasquale ebraica, Verona 1986 (piccolo libretto)
[16] BJ: La Bibbia di Gerusalemme (ed. Dehoniane Bologna)
[17] Grillo Margherita, Qiyamah la tomba vuota, storia del Santo Sepolcro (ed. Città Nuova)
[18] BDB: Brown Francis, Driver S.R., Briggs C.A., A Hebrew and English Lexicon of the Old Testament
[19] TOB: Bibbia TOB (Traduction Oecuménique de la Bible (ed. Elle Di Ci)

La Settimana Santa per immagini:
[a] Spiazzi Anna Maria, La Cappella degli Scrovegni a Padova, Milano 1993 (ed. Electa, £ 18'000)
[b] AA. VV., Padova, Guida alla Città, Oriago (VE) 1995 (ed. Medoacus, £ 15'000)
[c] Cahiers d'Art, Haggadah di Sarajevo, CDrom (ed. Canal Multimedia)
[d] Centro Studi di Ricerca Musicologica "Novum Gaudium", Canto Gregoriano, CDrom (ed. Artemis)
[e] ?, Abbazia di santo Stefano, Sancta Jerusalem Bononiensis, guida, Bologna 1996
[f] ?, volantino del concerto tenuto l'8/IV/2001 presso la parrocchia di Penzale di Cento (FE) con l'esecuzione di Haydn Joseph, Die sieben letzen Worte unseres Erlösers am Kreuze
[g] Cremonini Patrizia (a cura di), Il complesso conventuale di San Francesco a San Giovanni in Persiceto e l'affresco dedicato all'Ultima Cena (ed. Costa, £ 25'000) 


http://digilander.libero.it/elam/bibbia/santaproject.htm


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9 marzo 2008
LA SETTIMANA SANTA CON IL VANGELO DI SAN LUCA
 

V. MINISTERO DI GESU' A GERUSALEMME

Ingresso messianico a Gerusalemme

[28]Dette queste cose, Gesù proseguì avanti agli altri salendo verso Gerusalemme.

[29]Quando fu vicino a Bètfage e a Betània, presso il monte detto degli Ulivi, inviò due discepoli dicendo: [30]«Andate nel villaggio di fronte; entrando, troverete un puledro legato, sul quale nessuno è mai salito; scioglietelo e portatelo qui. [31]E se qualcuno vi chiederà: Perché lo sciogliete?, direte così: Il Signore ne ha bisogno». [32]Gli inviati andarono e trovarono tutto come aveva detto. [33]Mentre scioglievano il puledro, i proprietari dissero loro: «Perché sciogliete il puledro?». [34]Essi risposero: «Il Signore ne ha bisogno».

[35]Lo condussero allora da Gesù; e gettati i loro mantelli sul puledro, vi fecero salire Gesù. [36]Via via che egli avanzava, stendevano i loro mantelli sulla strada. [37]Era ormai vicino alla discesa del monte degli Ulivi, quando tutta la folla dei discepoli, esultando, cominciò a lodare Dio a gran voce, per tutti i prodigi che avevano veduto, dicendo:

[38]«Benedetto colui che viene,
il re, nel nome del Signore.
Pace in cielo
e gloria nel più alto dei cieli!».

Gesù approva le acclamazioni dei suoi discepoli

[39]Alcuni farisei tra la folla gli dissero: «Maestro, rimprovera i tuoi discepoli». [40]Ma egli rispose: «Vi dico che, se questi taceranno, grideranno le pietre».

Lamento su Gerusalemme

[41]Quando fu vicino, alla vista della città, pianse su di essa, dicendo: [42]«Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, la via della pace. Ma ormai è stata nascosta ai tuoi occhi. [43]Giorni verranno per te in cui i tuoi nemici ti cingeranno di trincee, ti circonderanno e ti stringeranno da ogni parte; [44]abbatteranno te e i tuoi figli dentro di te e non lasceranno in te pietra su pietra, perché non hai riconosciuto il tempo in cui sei stata visitata».

I venditori cacciati dal tempio

[45]Entrato poi nel tempio, cominciò a cacciare i venditori, [46]dicendo: «Sta scritto:

La mia casa sarà casa di preghiera.
Ma voi ne avete fatto una spelonca di ladri!».

Insegnamento nel tempio

[47]Ogni giorno insegnava nel tempio. I sommi sacerdoti e gli scribi cercavano di farlo perire e così anche i notabili del popolo; [48]ma non sapevano come fare, perché tutto il popolo pendeva dalle sue parole.

Luca - Capitolo 20

Obiezione dei Giudei sull'autorità di Gesù

[1]Un giorno, mentre istruiva il popolo nel tempio e annunziava la parola di Dio, si avvicinarono i sommi sacerdoti e gli scribi con gli anziani e si rivolsero a lui dicendo: [2]«Dicci con quale autorità fai queste cose o chi è che t'ha dato quest'autorità». [3]E Gesù disse loro: «Vi farò anch'io una domanda e voi rispondetemi: [4]Il battesimo di Giovanni veniva dal Cielo o dagli uomini?». [5]Allora essi discutevano fra loro: «Se diciamo "dal Cielo", risponderà: "Perché non gli avete creduto?". [6]E se diciamo "dagli uomini", tutto il popolo ci lapiderà, perché è convinto che Giovanni è un profeta». [7]Risposero quindi di non saperlo. [8]E Gesù disse loro: «Nemmeno io vi dico con quale autorità faccio queste cose».

Parabola dei vignaioli omicidi

[9]Poi cominciò a dire al popolo questa parabola: «Un uomo piantò una vigna, l'affidò a dei coltivatori e se ne andò lontano per molto tempo. [10]A suo tempo, mandò un servo da quei coltivatori perché gli dessero una parte del raccolto della vigna. Ma i coltivatori lo percossero e lo rimandarono a mani vuote. [11]Mandò un altro servo, ma essi percossero anche questo, lo insultarono e lo rimandarono a mani vuote. [12]Ne mandò ancora un terzo, ma anche questo lo ferirono e lo cacciarono. [13]Disse allora il padrone della vigna: Che devo fare? Manderò il mio unico figlio; forse di lui avranno rispetto. [14]Quando lo videro, i coltivatori discutevano fra loro dicendo: Costui è l'erede. Uccidiamolo e così l'eredità sarà nostra. [15]E lo cacciarono fuori della vigna e l'uccisero. Che cosa farà dunque a costoro il padrone della vigna? [16]Verrà e manderà a morte quei coltivatori, e affiderà ad altri la vigna». Ma essi, udito ciò, esclamarono: «Non sia mai!». [17]Allora egli si volse verso di loro e disse: «Che cos'è dunque ciò che è scritto:

La pietra che i costruttori hanno scartata,
è diventata testata d'angolo?

[18]Chiunque cadrà su quella pietra si sfracellerà e a chi cadrà addosso, lo stritolerà». [19]Gli scribi e i sommi sacerdoti cercarono allora di mettergli addosso le mani, ma ebbero paura del popolo. Avevano capito che quella parabola l'aveva detta per loro.

Il tributo a Cesare

[20]Postisi in osservazione, mandarono informatori, che si fingessero persone oneste, per coglierlo in fallo nelle sue parole e poi consegnarlo all'autorità e al potere del governatore. [21]Costoro lo interrogarono: «Maestro, sappiamo che parli e insegni con rettitudine e non guardi in faccia a nessuno, ma insegni secondo verità la via di Dio. [22]E' lecito che noi paghiamo il tributo a Cesare?». [23]Conoscendo la loro malizia, disse: [24]«Mostratemi un denaro: di chi è l'immagine e l'iscrizione?». Risposero: «Di Cesare». [25]Ed egli disse: «Rendete dunque a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio». [26]Così non poterono coglierlo in fallo davanti al popolo e, meravigliati della sua risposta, tacquero.

La risurrezione dei morti

[27]Gli si avvicinarono poi alcuni sadducei, i quali negano che vi sia la risurrezione, e gli posero questa domanda: [28]«Maestro, Mosè ci ha prescritto: Se a qualcuno muore un fratello che ha moglie, ma senza figli, suo fratello si prenda la vedova e dia una discendenza al proprio fratello. [29]C'erano dunque sette fratelli: il primo, dopo aver preso moglie, morì senza figli. [30]Allora la prese il secondo [31]e poi il terzo e così tutti e sette; e morirono tutti senza lasciare figli. [32]Da ultimo anche la donna morì. [33]Questa donna dunque, nella risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l'hanno avuta in moglie». [34]Gesù rispose: «I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; [35]ma quelli che sono giudicati degni dell'altro mondo e della risurrezione dai morti, non prendono moglie né marito; [36]e nemmeno possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, essendo figli della risurrezione, sono figli di Dio. [37]Che poi i morti risorgono, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando chiama il Signore: Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe. [38]Dio non è Dio dei morti, ma dei vivi; perché tutti vivono per lui». [39]Dissero allora alcuni scribi: «Maestro, hai parlato bene». [40]E non osavano più fargli alcuna domanda.

Il Cristo, figlio e signore di Davide

[41]Egli poi disse loro: «Come mai dicono che il Cristo è figlio di Davide, [42]se Davide stesso nel libro dei Salmi dice:

Ha detto il Signore al mio Signore:
siedi alla mia destra,
[43]finché io ponga i tuoi nemici
come sgabello ai tuoi piedi?

[44]Davide dunque lo chiama Signore; perciò come può essere suo figlio?».

Gli scribi giudicati da Gesù

[45]E mentre tutto il popolo ascoltava, disse ai discepoli: [46]«Guardatevi dagli scribi che amano passeggiare in lunghe vesti e hanno piacere di esser salutati nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei conviti; [47]divorano le case delle vedove, e in apparenza fanno lunghe preghiere. Essi riceveranno una condanna più severa».

Luca - Capitolo 21

L'obolo della vedova

[1]Alzati gli occhi, vide alcuni ricchi che gettavano le loro offerte nel tesoro. [2]Vide anche una vedova povera che vi gettava due spiccioli [3]e disse: «In verità vi dico: questa vedova, povera, ha messo più di tutti. [4]Tutti costoro, infatti, han deposto come offerta del loro superfluo, questa invece nella sua miseria ha dato tutto quanto aveva per vivere».

Discorso sulla rovina di Gerusalemme. Introduzione

[5]Mentre alcuni parlavano del tempio e delle belle pietre e dei doni votivi che lo adornavano, disse: [6]«Verranno giorni in cui, di tutto quello che ammirate, non resterà pietra su pietra che non venga distrutta». [7]Gli domandarono: «Maestro, quando accadrà questo e quale sarà il segno che ciò sta per compiersi?».

I segni premonitori

[8]Rispose: «Guardate di non lasciarvi ingannare. Molti verranno sotto il mio nome dicendo: "Sono io" e: "Il tempo è prossimo"; non seguiteli. [9]Quando sentirete parlare di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate. Devono infatti accadere prima queste cose, ma non sarà subito la fine».

[10]Poi disse loro: «Si solleverà popolo contro popolo e regno contro regno, [11]e vi saranno di luogo in luogo terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandi dal cielo. [12]Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e a governatori, a causa del mio nome. [13]Questo vi darà occasione di render testimonianza. [14]Mettetevi bene in mente di non preparare prima la vostra difesa; [15]io vi darò lingua e sapienza, a cui tutti i vostri avversari non potranno resistere, né controbattere. [16]Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e metteranno a morte alcuni di voi; [17]sarete odiati da tutti per causa del mio nome. [18]Ma nemmeno un capello del vostro capo perirà. [19]Con la vostra perseveranza salverete le vostre anime.

L'assedio

[20]Ma quando vedrete Gerusalemme circondata da eserciti, sappiate allora che la sua devastazione è vicina. [21]Allora coloro che si trovano nella Giudea fuggano ai monti, coloro che sono dentro la città se ne allontanino, e quelli in campagna non tornino in città; [22]saranno infatti giorni di vendetta, perché tutto ciò che è stato scritto si compia.

La catastrofe e i tempi dei pagani

[23]Guai alle donne che sono incinte e allattano in quei giorni, perché vi sarà grande calamità nel paese e ira contro questo popolo. [24]Cadranno a fil di spada e saranno condotti prigionieri tra tutti i popoli; Gerusalemme sarà calpestata dai pagani finché i tempi dei pagani siano compiuti.

Le catastrofi cosmiche e la manifestazione gloriosa del Figlio dell'uomo

[25]Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, [26]mentre gli uomini moriranno per la paura e per l'attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte.

[27]Allora vedranno il Figlio dell'uomo venire su una nube con potenza e gloria grande.

[28]Quando cominceranno ad accadere queste cose, alzatevi e levate il capo, perché la vostra liberazione è vicina».

Parabola del fico

[29]E disse loro una parabola: «Guardate il fico e tutte le piante; [30]quando gia germogliano, guardandoli capite da voi stessi che ormai l'estate è vicina. [31]Così pure, quando voi vedrete accadere queste cose, sappiate che il regno di Dio è vicino. [32]In verità vi dico: non passerà questa generazione finché tutto ciò sia avvenuto. [33]Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno.

Vegliare per non essere sorpresi

[34]State bene attenti che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso improvviso; [35]come un laccio esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra. [36]Vegliate e pregate in ogni momento, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che deve accadere, e di comparire davanti al Figlio dell'uomo».

Gli ultimi giorni di Gesù

[37]Durante il giorno insegnava nel tempio, la notte usciva e pernottava all'aperto sul monte detto degli Ulivi. [38]E tutto il popolo veniva a lui di buon mattino nel tempio per ascoltarlo.

Luca - Capitolo 22

VI. LA PASSIONE

Complotto contro Gesù e tradimento di Giuda

[1]Si avvicinava la festa degli Azzimi, chiamata Pasqua, [2]e i sommi sacerdoti e gli scribi cercavano come toglierlo di mezzo, poiché temevano il popolo. [3]Allora satana entrò in Giuda, detto Iscariota, che era nel numero dei Dodici. [4]Ed egli andò a discutere con i sommi sacerdoti e i capi delle guardie sul modo di consegnarlo nelle loro mani. [5]Essi si rallegrarono e si accordarono di dargli del denaro. [6]Egli fu d'accordo e cercava l'occasione propizia per consegnarlo loro di nascosto dalla folla.

Preparativi della cena pasquale

[7]Venne il giorno degli Azzimi, nel quale si doveva immolare la vittima di Pasqua. [8]Gesù mandò Pietro e Giovanni dicendo: «Andate a preparare per noi la Pasqua, perché possiamo mangiare». [9]Gli chiesero: «Dove vuoi che la prepariamo?». [10]Ed egli rispose: «Appena entrati in città, vi verrà incontro un uomo che porta una brocca d'acqua. Seguitelo nella casa dove entrerà [11]e direte al padrone di casa: Il Maestro ti dice: Dov'è la stanza in cui posso mangiare la Pasqua con i miei discepoli? [12]Egli vi mostrerà una sala al piano superiore, grande e addobbata; là preparate». [13]Essi andarono e trovarono tutto come aveva loro detto e prepararono la Pasqua.

La cena pasquale

[14]Quando fu l'ora, prese posto a tavola e gli apostoli con lui, [15]e disse: «Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione, [16]poiché vi dico: non la mangerò più, finché essa non si compia nel regno di Dio». [17]E preso un calice, rese grazie e disse: «Prendetelo e distribuitelo tra voi, [18]poiché vi dico: da questo momento non berrò più del frutto della vite, finché non venga il regno di Dio».

Istituzione dell'Eucaristia

[19]Poi, preso un pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: «Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me». [20]Allo stesso modo dopo aver cenato, prese il calice dicendo: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che viene versato per voi».

Annunzio del tradimento di Giuda

[21]«Ma ecco, la mano di chi mi tradisce è con me, sulla tavola. [22]Il Figlio dell'uomo se ne va, secondo quanto è stabilito; ma guai a quell'uomo dal quale è tradito!». [23]Allora essi cominciarono a domandarsi a vicenda chi di essi avrebbe fatto ciò.

Chi è il più grande?

[24]Sorse anche una discussione, chi di loro poteva esser considerato il più grande. [25]Egli disse: «I re delle nazioni le governano, e coloro che hanno il potere su di esse si fanno chiamare benefattori. [26]Per voi però non sia così; ma chi è il più grande tra voi diventi come il più piccolo e chi governa come colui che serve. [27]Infatti chi è più grande, chi sta a tavola o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola? Eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve.

Ricompensa promessa agli apostoli

[28]Voi siete quelli che avete perseverato con me nelle mie prove; [29]e io preparo per voi un regno, come il Padre l'ha preparato per me, [30]perché possiate mangiare e bere alla mia mensa nel mio regno e siederete in trono a giudicare le dodici tribù di Israele.

Annunzio del ritorno e del ringraziamento di Pietro

[31]Simone, Simone, ecco satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano; [32]ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede; e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli». [33]E Pietro gli disse: «Signore, con te sono pronto ad andare in prigione e alla morte». [34]Gli rispose: «Pietro, io ti dico: non canterà oggi il gallo prima che tu per tre volte avrai negato di conoscermi».

L'ora del combattimento decisivo

[35]Poi disse: «Quando vi ho mandato senza borsa, né bisaccia, né sandali, vi è forse mancato qualcosa?». Risposero: «Nulla». [36]Ed egli soggiunse: «Ma ora, chi ha una borsa la prenda, e così una bisaccia; chi non ha spada, venda il mantello e ne compri una. [37]Perché vi dico: deve compiersi in me questa parola della Scrittura: E fu annoverato tra i malfattori. Infatti tutto quello che mi riguarda volge al suo termine». [38]Ed essi dissero: «Signore, ecco qui due spade». Ma egli rispose «Basta!».

Sul monte degli Ulivi

[39]Uscito se ne andò, come al solito, al monte degli Ulivi; anche i discepoli lo seguirono. [40]Giunto sul luogo, disse loro: «Pregate, per non entrare in tentazione». [41]Poi si allontanò da loro quasi un tiro di sasso e, inginocchiatosi, pregava: [42]«Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà». [43]Gli apparve allora un angelo dal cielo a confortarlo. [44]In preda all'angoscia, pregava più intensamente; e il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadevano a terra. [45]Poi, rialzatosi dalla preghiera, andò dai discepoli e li trovò che dormivano per la tristezza. [46]E disse loro: «Perché dormite? Alzatevi e pregate, per non entrare in tentazione».

L'arresto di Gesù

[47]Mentre egli ancora parlava, ecco una turba di gente; li precedeva colui che si chiamava Giuda, uno dei Dodici, e si accostò a Gesù per baciarlo. [48]Gesù gli disse: «Giuda, con un bacio tradisci il Figlio dell'uomo?». [49]Allora quelli che eran con lui, vedendo ciò che stava per accadere, dissero: «Signore, dobbiamo colpire con la spada?». [50]E uno di loro colpì il servo del sommo sacerdote e gli staccò l'orecchio destro. [51]Ma Gesù intervenne dicendo: «Lasciate, basta così!». E toccandogli l'orecchio, lo guarì. [52]Poi Gesù disse a coloro che gli eran venuti contro, sommi sacerdoti, capi delle guardie del tempio e anziani: «Siete usciti con spade e bastoni come contro un brigante? [53]Ogni giorno ero con voi nel tempio e non avete steso le mani contro di me; ma questa è la vostra ora, è l'impero delle tenebre».

Rinnegamenti di Pietro

[54]Dopo averlo preso, lo condussero via e lo fecero entrare nella casa del sommo sacerdote. Pietro lo seguiva da lontano. [55]Siccome avevano acceso un fuoco in mezzo al cortile e si erano seduti attorno, anche Pietro si sedette in mezzo a loro. [56]Vedutolo seduto presso la fiamma, una serva fissandolo disse: «Anche questi era con lui». [57]Ma egli negò dicendo: «Donna, non lo conosco!». [58]Poco dopo un altro lo vide e disse: «Anche tu sei di loro!». Ma Pietro rispose: «No, non lo sono!». [59]Passata circa un'ora, un altro insisteva: «In verità, anche questo era con lui; è anche lui un Galileo». [60]Ma Pietro disse: «O uomo, non so quello che dici». E in quell'istante, mentre ancora parlava, un gallo cantò. [61]Allora il Signore, voltatosi, guardò Pietro, e Pietro si ricordò delle parole che il Signore gli aveva detto: «Prima che il gallo canti, oggi mi rinnegherai tre volte». [62]E, uscito, pianse amaramente.

Primi oltraggi

[63]Frattanto gli uomini che avevano in custodia Gesù lo schernivano e lo percuotevano, [64]lo bendavano e gli dicevano: «Indovina: chi ti ha colpito?». [65]E molti altri insulti dicevano contro di lui.

Gesù davanti al sinedrio

[66]Appena fu giorno, si riunì il consiglio degli anziani del popolo, con i sommi sacerdoti e gli scribi; lo condussero davanti al sinedrio e gli dissero: [67]«Se tu sei il Cristo, diccelo». Gesù rispose: «Anche se ve lo dico, non mi crederete; [68]se vi interrogo, non mi risponderete. [69]Ma da questo momento starà il Figlio dell'uomo seduto alla destra della potenza di Dio». [70]Allora tutti esclamarono: «Tu dunque sei il Figlio di Dio?». Ed egli disse loro: «Lo dite voi stessi: io lo sono». [71]Risposero: «Che bisogno abbiamo ancora di testimonianza? L'abbiamo udito noi stessi dalla sua bocca».

Luca - Capitolo 23

Gesù davanti a Pilato

[1]Tutta l'assemblea si alzò, lo condussero da Pilato [2]e cominciarono ad accusarlo: «Abbiamo trovato costui che sobillava il nostro popolo, impediva di dare tributi a Cesare e affermava di essere il Cristo re». [3]Pilato lo interrogò: «Sei tu il re dei Giudei?». Ed egli rispose: «Tu lo dici». [4]Pilato disse ai sommi sacerdoti e alla folla: «Non trovo nessuna colpa in quest'uomo». [5]Ma essi insistevano: «Costui solleva il popolo, insegnando per tutta la Giudea, dopo aver cominciato dalla Galilea fino a qui».

[6]Udito ciò, Pilato domandò se era Galileo [7]e, saputo che apparteneva alla giurisdizione di Erode, lo mandò da Erode che in quei giorni si trovava anch'egli a Gerusalemme.

Gesù davanti a Erode

[8]Vedendo Gesù, Erode si rallegrò molto, perché da molto tempo desiderava vederlo per averne sentito parlare e sperava di vedere qualche miracolo fatto da lui. [9]Lo interrogò con molte domande, ma Gesù non gli rispose nulla. [10]C'erano là anche i sommi sacerdoti e gli scribi, e lo accusavano con insistenza. [11]Allora Erode, con i suoi soldati, lo insultò e lo schernì, poi lo rivestì di una splendida veste e lo rimandò a Pilato. [12]In quel giorno Erode e Pilato diventarono amici; prima infatti c'era stata inimicizia tra loro.

Gesù di nuovo davanti a Pilato

[13]Pilato, riuniti i sommi sacerdoti, le autorità e il popolo, [14]disse: «Mi avete portato quest'uomo come sobillatore del popolo; ecco, l'ho esaminato davanti a voi, ma non ho trovato in lui nessuna colpa di quelle di cui lo accusate; [15]e neanche Erode, infatti ce l'ha rimandato. Ecco, egli non ha fatto nulla che meriti la morte. [16]Perciò, dopo averlo severamente castigato, lo rilascerò». [17]. [18]Ma essi si misero a gridare tutti insieme: «A morte costui! Dacci libero Barabba!». [19]Questi era stato messo in carcere per una sommossa scoppiata in città e per omicidio.

[20]Pilato parlò loro di nuovo, volendo rilasciare Gesù. [21]Ma essi urlavano: «Crocifiggilo, crocifiggilo!». [22]Ed egli, per la terza volta, disse loro: «Ma che male ha fatto costui? Non ho trovato nulla in lui che meriti la morte. Lo castigherò severamente e poi lo rilascerò». [23]Essi però insistevano a gran voce, chiedendo che venisse crocifisso; e le loro grida crescevano. [24]Pilato allora decise che la loro richiesta fosse eseguita. [25]Rilasciò colui che era stato messo in carcere per sommossa e omicidio e che essi richiedevano, e abbandonò Gesù alla loro volontà.

Sulla via del Calvario

[26]Mentre lo conducevano via, presero un certo Simone di Cirène che veniva dalla campagna e gli misero addosso la croce da portare dietro a Gesù. [27]Lo seguiva una gran folla di popolo e di donne che si battevano il petto e facevano lamenti su di lui. [28]Ma Gesù, voltandosi verso le donne, disse: «Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli. [29]Ecco, verranno giorni nei quali si dirà: Beate le sterili e i grembi che non hanno generato e le mammelle che non hanno allattato.

[30]Allora cominceranno a dire ai monti:

Cadete su di noi!

e ai colli:

Copriteci!

[31]Perché se trattano così il legno verde, che avverrà del legno secco?».

[32]Venivano condotti insieme con lui anche due malfattori per essere giustiziati.

La crocifissione

[33]Quando giunsero al luogo detto Cranio, là crocifissero lui e i due malfattori, uno a destra e l'altro a sinistra. [34]Gesù diceva: «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno».

Dopo essersi poi divise le sue vesti, le tirarono a sorte.

Gesù in croce deriso e oltraggiato

[35]Il popolo stava a vedere, i capi invece lo schernivano dicendo: «Ha salvato gli altri, salvi se stesso, se è il Cristo di Dio, il suo eletto». [36]Anche i soldati lo schernivano, e gli si accostavano per porgergli dell'aceto, e dicevano: [37]«Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso». [38]C'era anche una scritta, sopra il suo capo: Questi è il re dei Giudei.

Il "buon ladrone"

[39]Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e anche noi!». [40]Ma l'altro lo rimproverava: «Neanche tu hai timore di Dio e sei dannato alla stessa pena? [41]Noi giustamente, perché riceviamo il giusto per le nostre azioni, egli invece non ha fatto nulla di male». [42]E aggiunse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». [43]Gli rispose: «In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso».

La morte di Gesù

[44]Era verso mezzogiorno, quando il sole si eclissò e si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio. [45]Il velo del tempio si squarciò nel mezzo. [46]Gesù, gridando a gran voce, disse: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito». Detto questo spirò.

Dopo la morte di Gesù

[47]Visto ciò che era accaduto, il centurione glorificava Dio: «Veramente quest'uomo era giusto». [48]Anche tutte le folle che erano accorse a questo spettacolo, ripensando a quanto era accaduto, se ne tornavano percuotendosi il petto. [49]Tutti i suoi conoscenti assistevano da lontano e così le donne che lo avevano seguito fin dalla Galilea, osservando questi avvenimenti.

La sepoltura

[50]C'era un uomo di nome Giuseppe, membro del sinedrio, persona buona e giusta. [51]Non aveva aderito alla decisione e all'operato degli altri. Egli era di Arimatèa, una città dei Giudei, e aspettava il regno di Dio. [52]Si presentò a Pilato e chiese il corpo di Gesù. [53]Lo calò dalla croce, lo avvolse in un lenzuolo e lo depose in una tomba scavata nella roccia, nella quale nessuno era stato ancora deposto. [54]Era il giorno della parascève e gia splendevano le luci del sabato. [55]Le donne che erano venute con Gesù dalla Galilea seguivano Giuseppe; esse osservarono la tomba e come era stato deposto il corpo di Gesù, [56]poi tornarono indietro e prepararono aromi e oli profumati. Il giorno di sabato osservarono il riposo secondo il comandamento.

Luca - Capitolo 24

VII. DOPO LA RISURREZIONE

La tomba vuota. Messaggio dell'angelo

[1]Il primo giorno dopo il sabato, di buon mattino, si recarono alla tomba, portando con sé gli aromi che avevano preparato. [2]Trovarono la pietra rotolata via dal sepolcro; [3]ma, entrate, non trovarono il corpo del Signore Gesù. [4]Mentre erano ancora incerte, ecco due uomini apparire vicino a loro in vesti sfolgoranti. [5]Essendosi le donne impaurite e avendo chinato il volto a terra, essi dissero loro: «Perché cercate tra i morti colui che è vivo? [6]Non è qui, è risuscitato. Ricordatevi come vi parlò quando era ancora in Galilea, [7]dicendo che bisognava che il Figlio dell'uomo fosse consegnato in mano ai peccatori, che fosse crocifisso e risuscitasse il terzo giorno». [8]Ed esse si ricordarono delle sue parole.

Gli apostoli rifiutano di credere alle chiacchiere delle donne

[9]E, tornate dal sepolcro, annunziarono tutto questo agli Undici e a tutti gli altri. [10]Erano Maria di Màgdala, Giovanna e Maria di Giacomo. Anche le altre che erano insieme lo raccontarono agli apostoli. [11]Quelle parole parvero loro come un vaneggiamento e non credettero ad esse.

Pietro alla tomba

[12]Pietro tuttavia corse al sepolcro e chinatosi vide solo le bende. E tornò a casa pieno di stupore per l'accaduto.

I discepoli di Emmaus

[13]Ed ecco in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio distante circa sette miglia da Gerusalemme, di nome Emmaus, [14]e conversavano di tutto quello che era accaduto. [15]Mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù in persona si accostò e camminava con loro. [16]Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo. [17]Ed egli disse loro: «Che sono questi discorsi che state facendo fra voi durante il cammino?». Si fermarono, col volto triste; [18]uno di loro, di nome Clèopa, gli disse: «Tu solo sei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni?». [19]Domandò: «Che cosa?». Gli risposero: «Tutto ciò che riguarda Gesù Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; [20]come i sommi sacerdoti e i nostri capi lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e poi l'hanno crocifisso. [21]Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele; con tutto ciò son passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. [22]Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; recatesi al mattino al sepolcro [23]e non avendo trovato il suo corpo, son venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. [24]Alcuni dei nostri sono andati al sepolcro e hanno trovato come avevan detto le donne, ma lui non l'hanno visto».

[25]Ed egli disse loro: «Sciocchi e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti! [26]Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». [27]E cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. [28]Quando furon vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. [29]Ma essi insistettero: «Resta con noi perché si fa sera e il giorno gia volge al declino». Egli entrò per rimanere con loro. [30]Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. [31]Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma lui sparì dalla loro vista. [32]Ed essi si dissero l'un l'altro: «Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?». [33]E partirono senz'indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, [34]i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone». [35]Essi poi riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come l'avevano riconosciuto nello spezzare il pane.

Gesù appare agli apostoli

[36]Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona apparve in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». [37]Stupiti e spaventati credevano di vedere un fantasma. [38]Ma egli disse: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? [39]Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho». [40]Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. [41]Ma poiché per la grande gioia ancora non credevano ed erano stupefatti, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». [42]Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; [43]egli lo prese e lo mangiò davanti a loro.

Ultime istruzioni agli apostoli

[44]Poi disse: «Sono queste le parole che vi dicevo quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». [45]Allora aprì loro la mente all'intelligenza delle Scritture e disse: [46]«Così sta scritto: il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti il terzo giorno [47]e nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. [48]Di questo voi siete testimoni. [49]E io manderò su di voi quello che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall'alto».

L'ascensione

[50]Poi li condusse fuori verso Betània e, alzate le mani, li benedisse. [51]Mentre li benediceva, si staccò da loro e fu portato verso il cielo. [52]Ed essi, dopo averlo adorato, tornarono a Gerusalemme con grande gioia; [53]e stavano sempre nel tempio lodando Dio.

http://www.maranatha.it/Bibbia/5-VangeliAtti/49-LucaPage.htm


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permalink | inviato da RAGGIO DI LUCE il 9/3/2008 alle 2:4 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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