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2 aprile 2010
Prete ortodosso anti-Islam ucciso in chiesa
Prete ortodosso anti-Islam ucciso in chiesa PDF Stampa E-mail
Sabato 21 Novembre 2009 15:21
MOSCA - Assassinio in chiesa a Mosca, dove ieri sera un giovane parroco, Daniil Sisoiev, una sorta di Salman Rushdie russo noto per le sue crociate anti Islam, è stato freddato da tre colpi di pistola esplosi da uno sconosciuto travisato con una mascherina anti influenza. Un suo collaboratore è rimasto gravemente ferito. Un delitto clamoroso, che rischia di ripercuotersi sui delicati rapporti tra la dominante Chiesa ortodossa e quella musulmana, seconda confessione in un Paese dove vive la più grande comunità islamica europea (20 milioni di fedeli). L'omicidio è l'ultimo di una lunga serie ai danni di preti ortodossi: 18 le vittime dal 1990.
Sisoiev, 35 anni, sposato con tre figli e capo di una piccola chiesa nella periferia sud della capitale, si era fatto comunque molti nemici anche al di fuori del mondo islamico per la sua ostilità verso sette, movimenti occultistici, movimenti ultranazionalisti e nostalgici staliniani.

Il killer è entrato nell'edificio di culto verso le 23.00 e, dopo aver chiamato per nome il parroco per assicurarsi della sua identità, gli ha sparato a distanza ravvicinata con una Makarov.

Poco prima il sacerdote aveva ricevuto una telefonata in cui un anonimo interlocutore gli aveva chiesto se lo avrebbe trovato in chiesa anche in tarda serata. Sisoiev è morto durante il trasporto all'ospedale, dove è ancora ricoverato in condizioni stazionarie il suo maestro di coro Vladimir Strelbitski. "La principale teoria è che dietro al delitto ci siano motivazioni religiose", hanno ammesso gli inquirenti.

Il prete, un missionario con toni da crociata ma anche un teologo preparato, aveva denunciato sul suo blog e in una recente intervista al tabloid Komsomolskaia Pravda di aver ricevuto 14 minacce di morte ("vogliono tagliarmi la testa") via mail e telefono, attribuendole agli islamici radicali. Le aveva segnalate anche anche l'Fsb, i servizi di sicurezza. I nemici se li era fatti con la sua attività missionaria tra gli immigrati caucasici e asiatici, ma soprattutto predicando e scrivendo contro l'Islam, tanto che nel 2007 la co-presidente del consiglio dei mufti russi Nafigulla Ashirov l'aveva bollato come il "Salman Rushdie russo", mentre una giornalista musulmana, Khalida Khamidullina, l'aveva denunciato per istigazione all'odio religioso.

Colpa anche dei suoi due libri, "Una risposta ortodossa all'Islam" e "Matrimonio con un musulmano", dove nega la compatibilità e il possibile dialogo tra Cristianesimo e Islam, definendo le rivelazioni di Maometto come opera del Diavolo e denunciando la pesante condizione di sudditanza femminile nel mondo musulmano. Così era diventato un "infedele". Ma Sisoiev era stato preso di mira anche sui siti ultrapatriottici e non era ben visto dalle sette che avversava, come i Testimoni di Geova, gli Avventisti del Settimo giorno o i Rodnovers, neopagani slavi sui quali la polizia ha qualche sospetto.

Il capo dei Mufti russi Ravil Gainuddin ha espresso le sue condoglianze alla Chiesa ortodossa e alla famiglia della vittima, chiedendo di non speculare sul movente del delitto e ricordando la sua opposizione "ad ogni espressione di terrorismo ed estremismo". Anche il patriarca Kirill ha cercato di gettare acqua sul fuoco, invitando a "non trarre conclusioni affrettate contro un gruppo o l'altro".

© http://www.tio.ch/ - 20 novembre 2009 Quote this article on your site

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2 aprile 2010
Belluno. «Lascio l'altare e divento papà»

Belluno. «Lascio l'altare e divento papà»
L'ex prete confessa: «Amo un'albanese»

Era parroco del Duomo di Feltre ma da settembre è stato
sospeso dal sacerdozio: «La fede non mi bastava più»

BELLUNO (26 gennaio) - Dal settembre scorso è stato sospeso dal sacerdozio, su sua stessa richiesta, e ora don Giulio Antoniol, ex parroco del Duomo di Feltre, annuncia che diventerà padre a coronamento della sua storia d'amore con una ragazza albanese.

«Semplicemente mi sono innamorato - ha raccontato, indicando di essere in attesa del ritorno allo stato laico chiesto al vescovo e al Papa - e con convinzione abbiamo desiderato un bambino». La nascita è prevista per settembre. «La mia volontà - ha spiegato riguardo alla decisione di lasciare la tonaca - è stata sempre quella divivere la fede in chiesa e in comunità ma con il tempo le cose sono cambiate. Mi rendevo conto che ciò non bastava più».

Dei suoi propositi, nell'estate scorsa, aveva parlato con il vescovo di Belluno - «che da lì in avanti ha sempre avuto con me un rapporto paterno» - e non nasconde gli imbarazzi quando incontra persone che conosce e che gli mancano il Duomo gremito per la messa e i parrocchiani «ma trovo altrettanta gratificazione dalla vita di coppia nella quale lavare i piatti è espressione d'amore».

 

http://www.ilgazzettino.it/articolo.php?id=88963&sez=NORDEST

 


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2 aprile 2010
Don Rock prete-papà

Don Rock prete-papà
La Curia di Padova apre un'inchiesta

 
 
Don Paolo Spoladore finisce in un fascicolo della Curia vescovile. Al centro, più che la presunta paternità, la sua predicazione così originale ai corsi di meditazione di Santa Maria di Sala. Dopo le accuse di una donna, ecco quelle dei genitori di un giovane cuoco, sposato e con figli
PADOVA. Don Paolo Spoladore nella lente d’ingrandimento della curia vescovile per la sua attività pastorale. La prossima settimana si dovrebbe aprire nei suoi confronti una «indagine previa», ossia esplorativa, prevista dal diritto canonico. L’inchiesta interna dovrebbe riguardare non solo la sua presunta paternità dovuta dalla relazione con l’allora quarantenne Pimpy ma anche il «verbo» fuori dagli schemi da lui predicato nei corsi di meditazione a Santa Maria di Sala, soprattutto in riferimento alla malattia, ai sistemi alternativi per curarla e ai rapporti conflittuali tra figli e genitori inculcati con forza persuasiva agli adepti.

Una dottrina comportamentale che si rifà a Gerlald Jamplsky che nel libro «Lasciar andare la paura» invita a vivere l’amore in tutte le sue manifestazioni. Come del resto suggerisce Spoladore alias «Don Rock» nel suo volume «Non abbiate paura», nato dalla raccolta di foglietti scritti ogni domenica dai suoi fedelissimi discepoli quando, a centinaia, si recavano nella chiesa di San Lazzaro per assistere alla sua messa cantata delle 11. E da quella parrocchia il «Donpa» non venne rimosso per deviazioni sul vangelo bensì spostato ad altri incarichi meno appariscenti, dal momento che a quella comunità servivano riferimenti pastorali più semplici e tradizionali.

Adesso, sotto l’ondata mediatica di questa storia di paternità contrastata, si coglie il disagio delle autorità ecclesiastiche da tempo informate sulle sue «deviazioni» rispetto all’ortodossia ufficiale. «C’è dolore, sorpresa e sconcerto nella Chiesa di Padova per le notizie apparse negli ultimi giorni sulla stampa locale. Notizie che coinvolgono un prete diocesano molto noto: don Paolo Spoladore» esordisce una nota dell’Ufficio stampa diocesano. Seguono le argomentazioni sul punto: «Queste notizie addolorano per la risonanza, ma soprattutto per le conseguenze che comportano tra i presbiteri, i laici, le comunità cristiane. A questo proposito i superiori di don Spoladore assicurano che stanno seguendo con attenzione l’evolversi della vicenda, nella volontà di giungere alla verità dei fatti. In questo tempo di forte Quaresima - tempo di attesa e riflessione - la nostra chiesa locale si sente maggiormente interpellata dallo Spirito anche attraverso questi accadimenti per i quali chiede un supplemento di preghiera al Signore perché possa illuminare i cuori e, nella ricerca della verità, aiutare la maturazione di tutte le persone con le quali, seguendo gli insegnamenti della Gaudium et Spes. La Chiesa si sente di condividere le gioie e i dolori, le fatiche e le speranze».

Oggi intanto «Donpa» continuerà, in via Leonordo da Vinci 13 di Santa Maria di Sala, il suo consueto corso di meditazione da guru. Ieri si sono presentati al nostro giornale i genitori (abitano in provincia di Treviso) di un insegnante-cuoco della Bassa Padovana accanito seguace del sacerdote cantautore, comunicatore e guaritore. «Don Paolo lo ha plagiato, inculcandogli idee strane. L’h a convinto che la causa dei suoi mali siamo noi. Così possiamo vedere lui, sua moglie e i suoi due bambini solo un paio di volte all’anno. Per non parlare delle idee sulla malattia, sulle abolite medicine e sul parto. Seguendo i consigli del «Donpa», nostra nuora ha partorito il secondo figlio in casa da sola, senza assistenza, senza un’ostetrica, senza nessuno ad aiutarla in caso di necessità. Siamo molto preoccupati da questa brutta china» avverte Oreste, il padre del giovane. E racconta d’aver bussato a tutte le porte. «Il 6 ottobre 2008 mi sono recato in Curia parlando quattr’occhi con don Luciano Barin. Gli ho lasciato i miei dati per essere avvertito in caso di sviluppi. In un anno, nessuna telefonata. Così venerdì 9 gennaio 2009 ho bussato alla porta del vicario vescovile esponendogli la situazione. Ha detto che su don Paolo Spoladore erano al corrente di tutto. Come se non bastasse, ho anche scritto due volte a “Famiglia Cristiana” senza ricevere risposta. E mi sono perfino rivolto all’associazione anti-sette di Ancona, chiedendo un aiuto perché il rapporto con nostro figlio ritornasse quello di un tempo».
 
Sui metodi curativi proposti da «Donpa» interviene un’altra ex adepta che non solo aveva partecipato ai corsi di meditazione ma che, nel 2003, si era pure prenotata per essere ricevuta in canonica di San Lazzaro da Spoladore nella veste di guaritore, per le visite riservate a casi di malattia gravi. «Ai malati di tumore consigliava di sospendere la chemioterapia. E sapete cosa proponeva alle donne che avevano un aborto? Di sedersi per due ore sulla sabbia calda, così da purificare il feto. Altrimenti in caso di un altro parto, il figlio sarebbe predisposto al suicidio. Colpa della madre. Colpa del padre. Sono loro il male oscuro da evitare».
(05 marzo 2010)
 
 
 

Padre Rock è papà? Il caso in tribunale
Un'altra donna: "Più che prete è santone"

Si annuncia una battaglia legale sulla presunta relazione tra l’ex parroco di San Lazzaro, don Paolo Spoladore, e la psicologa Pimpy, che si è già rivolta a un'avvocato. Un'ex seguace del sacerdote lo accusa per i metodi usati con i fedeli
PADOVA. Finita la guerra mediatica su forum di Campiglia.it, momentaneamente chiuso, si preannuncia una battaglia legale altrettanto serrata sulla presunta relazione d’amorosi sensi intercorsa tra l’ex parroco di San Lazzaro, don Paolo Spoladore, noto come Don Rock, e la bella psicologa Pimpy, con la nascita di un bimbo che ora ha circa otto anni. Una storia che a breve finirà in tribunale. La madre del minore, assistita dall’avvocatessa Maria Pia Rizzo, sta già raccogliendo una serie di riscontri probatori.

FALSE GENERALITÀ Per quanto concerne invece il test del Dna che accerterebbe la paternità di don Spoladore, si sono appresi ulteriori particolari. Quella comparazione genetica, pur se esaustiva a livello clinico, non ha valore legale. Da sola non basta a comprovare la paternità in sede giudiziaria, mancando dei requisiti di legge. Rappresenta tuttavia uno degli elementi di prova, dal momento che emerge una circostanza che potrebbe giocare a favore di Pimpy: anche se le generalità fornite dalla persona che si è sottoposta al test risultano false, la data di nascita corrisponde però a quella del «Donpa».

«DONPA» DAL VESCOVO. Intanto martedì pomeriggio la madre del minore, ricevuta da un alto prelato della Curia vescovile, ha esibito la fotocopia del discusso test del Dna a cui si sarebbe sottoposto don Paolo sotto sembianze diverse, nonché alcune foto del bambino che evidenzierebbe tratti somatici simili al padre. Ma «Donpa», convocato dal vescovo Antonio Mattiazzo lunedì scorso, avrebbe negato ogni «congiunzione» con quella donna (ora quarantanovenne) conosciuta durante i corsi di formazione di autostima tenuti dallo stesso sacerdote. Davanti a quel suo diniego totale, le autorità diocesane preferiscono muoversi con cautela, in attesa degli eventi. Però esiste il pericolo che, scavando sui retroscena di questo feuilleton, vengano a galla altre storie sul sacerdote-musicista-scrittore fuori dagli schemi.

PARLA UN’EX ADEPTA. Per capirne di più sulla complessa personalità del sacerdote cantautore che riempiva ogni domenica la chiesa di San Lazzaro con diverse centinaia di fedeli alla messa «cantata» delle 11, abbiamo raccolto la sofferta testimonianza di Marina (nome di fantasia), una sua ex adepta che nel 2003 partecipò al corso di formazione promosso da «Donpa» a Vigonza e la cui iscrizione costa oggi 280 euro. «All’inizio eravamo un centinaio di persone. Fin dall’inizio don Paolo fu perentorio: spiegò che alcuni di noi avrebbero abbandonato il corso anzitempo, mentre altri si sarebbero messi a piangere nel vedersi contestare il loro operato nei confronti dei figli. E così avvenne. Per lui la colpa è sempre dei genitori, anche quando i ragazzi si ammalano. E la medicina resta soltanto l’ultima spiaggia, come ha cercato di far credere a una ragazza di 25 anni affetta da neoplasia. Le disse che per guarire doveva leggere una preghiera dove perdonava i genitori per il male che le avevano procurato. Più che un sacerdote lo reputo un santone».

IN CANONICA. La nostra interlocutrice riferisce d’ aver acquistato tre libri scritti da don Spoladore: «Non abbiate paura», «Tutti ti cercano» e «Come luce che sorge». Ma spiega che gli adepti potevano comprare anche candele o altri gadget in bella mostra all’ingresso della sala-conferenze. E svela un altro retroscena. «Don Paolo non teneva solo corsi di formazione. Su appuntamento, riceveva gli adepti in canonica a San Lazzaro. Erano per lo più suoi seguaci, invasati a tal punto da vederlo come un semidio. Conosco amici ed amiche che si sono talmente assimilati nel personaggio che usano le sue stesse frasi e assumono i suoi atteggiamenti. Un giorno la curia gli vietò quelle pratiche, essendo al corrente di ciò che argomentava e faceva. Allora telefonò alle persone in lista. I rendez vous vennero cancellati». Nel libro «Vita da via», don Spoladore tratteggia il suo religioso sentire. «Se il movimento della vita si ferma per qualsiasi motivo, in qualche modo inizia da qualche parte necrosi e morte. E’ la rabbia che ferma, è il perdono che muove».
(04 marzo 2010)
 
 
 

Il caso di Padre Rock papà
Il popolo del web difende "Donpa"

E' stato sospeso il forum on-line dove una cinquantenne padovana ha accusato don Paolo Spoladore di essere il padre del suo bambino di otto anni. Molti messaggi nell’ultimo giorno accusavano la donna per i suoi attacchi. E lei vuole rivolgersi ai legali
PADOVA. «Donpa» Spoladore continua a non parlare della sua paternità. Meglio tacere che lasciarsi magari sfuggire qualche parola di troppo. E da ieri non è più attivo il forum di wwwcampiglia.it dove Pimpy, l’ex amata, aveva lanciato le sue prime esternazioni riferendo che il sacerdote rockstar si era sottoposto al test del Dna, risultato compatibile con quello del suo bambino di 7 anni e mezzo. «Per qualche giorno il forum non sarà accessibile. Mi spiace chiudere anche a chi non scrive di don Paolo, ma sono costretto a farlo» puntualizza il webmaster Enrico.

Il tam-tam sussurrato nel forum di Campiglia.it in queste settimane sul conto di «Donpa» per via di un suo «figlio clandestino», ha costretto Pimpy ad uscire allo scoperto con alcune rivelazioni decisive su una vicenda che avrebbe invece dovuto rimanere segreta. Essendo un’assidua e attiva visitatrice di questo sito internet, era rimasta esterrefatta nel sentir raccontare una storia distorta su questa sua privatissima vicenda di ragazza-madre. Ha allora deciso di uscire allo scoperto dando la versione esatta dei fatti, soprattutto in riferimento al test genetico e al comportamento di don Spoladore che si sarebbe disinteressato del bambino. Adesso è divenuta furiosa davanti alle dure (e per lei ingiuste) posizioni assunte da numerosi adepti nei suoi confronti. «Pimpy, sei dispiaciuta per tuo figlio, ma accusare suo padre, sputtanandolo non è che migliori lo stato delle cose. Facevi meglio risolvere la questione senza coinvolgere tanta gente. E poi sapevi benissimo che procreare un figlio con un prete (storia comunque secondo me inventata) portava a future difficoltà. Quello che semini, raccoglierai» scrive Vinny sul forum del 25 febbraio. «Bisogna accettare gli eventi e smettere di parlare. Qualsiasi cosa (Donpa) abbia fatto o non fatto, è la sua vita. Non spetta a nessuno di noi giudicare le sue scelte» avverte Elena.

Pimpy non ha gradito questa alzata generale di scudi a favore del presunto padre di suo figlio. Di qui la decisione di rivolgersi all’ avvocatessa Maria Pia Rizzo perché si faccia finalmente chiarezza sull’intera vicenda e che «Donpa» si assuma tutte le responsabilità del caso. Un invito alla chiarezza arriva anche dalla stessa Curia vescovile, inquieta per quel suo sacerdote-imbonitore in grado di fare presa su migliaia di ragazzi e ragazze con la sua «musica del cuore».
(01 marzo 2010)
 
 

Padre Rock è anche papà?
Settimana decisiva tra Pimpy e la Curia

Giorni importanti per capire gli sviluppi del caso della presunta paternità di don Paolo Spoladore, ex parroco di San Lazzaro a Padova. La donna che lo indica come padre di suo figlio sta raccogliendo testimonianze prima di presentare denuncia. E prosegue anche l'inchiesta della Curia vescovile sull'operato del sacerdote
 
PADOVA. Questa è una settimana decisiva per capire gli sviluppi del caso relativo alla presunta paternità di don Paolo Spoladore, molto noto come Padre Rock per via delle sue canzoni e dell'attività discografica, gran comunicatore ed ex parroco di San Lazzaro.

Secondo Pimpy, la cinquantenne che si presenta come la sua ex compagna e che è madre di un bambino di circa otto anni, sarebbe lui il papà naturale. Lo dimostrerebbe il test del Dna a cui il sacerdote si sarebbe sottoposto sotto falso nome. Quali le prossime mosse di Pimpy, che è assistita dall’avvocatessa Maria Pia Rizzo? Prima di portare la questione in ambito giudiziario, come ha annunciato, la donna sta raccogliendo altre testimonianze.

Intanto la Curia vescovile ha aperto «un’inchiesta previa» per valutare la condotta pastorale di Donpa - altro soprannome con cui è noto il sacerdote al centro del caso - anche in riferimento ai suoi discussi corsi di formazione. Per accedere a quello che si tiene a Santa Maria di Sala, al quale partecipano cento iscritti, si pagano 240 euro.

Da un lato centinaia di fedeli seguaci di Padre Rock ne esaltano il carisma, dall’altro fioccano censure sul suo operato. In particolare sul suo insegnamento in merito ai rapporti tra genitori e figli. E’ arrivato, per esempio, l’appello disperato di un genitore: suo figlio vuole «vendere tutto e andare via per sempre».
(08 marzo 2010)
 
 

Padre Rock, un business da 770 mila euro
Corsi super-blindati con cento iscritti

C'è un body-guard all’ingresso dell'aula a Santa Maria di Sala dove don Paolo Spoladore, noto come Padre Rock, il sacerdote che una cinquantenne padovana indica come il padre di suo figlio e altri definiscono "un santone", tiene il suo corso di formazione. “Entrano solo gli iscritti”, dice. Dentro ci sono cento persone che hanno versato 240 euro a testa. Nel 2008 il bilancio della società Usiogope, che gestisce i corsi, ma anche dischi e libri di Padre Rock aveva un bilancio di 900 mila euro, con ricavi per 770
 
PADOVA. Un body-guard erculeo, vestito casual con jeans, scarpe da tennis e cappotto elegante a fungere da voluto contrasto. Controlla e ricontrolla tutto impettito l’elenco degli iscritti per evitare spiacevoli intrusioni. L’ordine è perentorio: ingresso vietato per i non addetti ai lavori al corso di formazione base indetto da don Paolo Spoladore a Santa Maria di Sala, in via Leonardo da Vinci 13. Una zona decentrata del paese, in una grande sala attigua al negozio «La Bomboniera».

CENTO ISCRITTI. Arriviamo di primo pomeriggio, quando quasi tutti gli adepti sono già entrati in sala, dopo aver riempito i tavoli del bar sottostante per la pausa-pranzo. Ieri hanno ascoltato le meditazioni del «Donpa» dalle 9 alle 12,30. Le lezioni postprandiali durano dalle 14,30 alle 18,30. Chiediamo al body-guard di parlare con don Sploladore. Ci fissa abbozzando un sornionesco sorriso di circostanza. «Mi dispiace, qui entrano solo gli iscritti. E poi don Paolo ha già iniziato il corso...» avverte chiudendoci in faccia la doppia porta blindata della sede di Usiogope, come si legge all’ingresso.

GROSSI INTROITI. Ma ecco un’iscritta ritardataria. Arriva a passo svelto, per recuperare il tempo perduto. Gli chiediamo del corso. «Stamattina don Paolo e il dottor Raffaele Migliorini hanno disquisito sulle funzioni del cervello. Ho trovato queste nozioni interessanti ed esaustive. Poi si vedrà» puntualizza. E alla domanda se il «Donpa» ha accennato al suo caso personale, diventa tagliente: «Non ho pagato 240 euro per ascoltare vicende che non mi riguardano». Questo corso-base dura tre giorni: venerdì, sabato e domenica. Attualmente ci sono un centinaio di iscritti, con un incasso di circa 24 mila euro. E poiché il corso viene ripetuto ai primi di ogni mese, l’introito annuo s’aggira sui 280 mila euro. Senza contare l’indotto di libri, dischi e gadget acquistati dagli adepti. Ma siamo solo al primo scalino iniziatico.

QUATTRO LIVELLI
. A chi interessa approfondire il verbo» di «Don Rock» sono pronte altre quattro meditazioni sempre più complesse: realtà e illusione, malattia, meditazione, frequenza madre sul cordone ombelicale. Siamo alla quadratura del cerchio del filosofema esistenzial-religioso di don Spoladore e dei suoi più stretti collaboratori, mutuato dal pensatore americano Gerald Jampolsky ed imperniato su un vissuto dinamico inteso come «liberazione in modo sereno e vitale dei cordoni ombelicali mai interrotti». L’allusione allo strappo dai genitori appare evidente. Non a caso il padre di un discepolo di «Donpa» si è rivolto a noi con accenti accorati. «Ho saputo che mio figlio sta addirittura per vendere la casa. Ma non riesco a trovarlo, a comunicare con lui. Eppure è sposato e padre di due bambini. Gli ha dato di volta il cervello».

Nel 2008 il bilancio della società Usiogope (che gestisce non solo i corsi di formazione ma anche l’attività canora e libraria di don Spladore) risultava di 900 mila euro, con ricavi dell’attività di 770 mila euro. Un fatturato ragguardevole, a riprova della notorietà in ambito veneto raggiunta da questo sacerdote-cantautore e concertista rock ma nel contempo anche scrittore, pensatore e guru.

Torniamo a Santa Maria di Sala alle 18,30, all’uscita dal corso degli adepti. Una constatazione sorge spontanea: molte più donne che uomini. Di ogni età e professione. Alla vista del fotografo, si coprono istintivamente il volto, anche se non hanno niente di cui vergognarsi. Alcune sgattaiolano via a testa bassa sibilando un «non possiamo dire nulla» in odore d’indottrinamento. Non rispondono nemmeno alle domande più banali, come un giudizio generale sul corso. Ad altre riusciamo invece ad estorcere qualche battuta. «Per saperne di più fate come me, iscrivetevi» suggerisce una che si qualifica come giornalista. Un’altra avverte che «i temi trattati sono così complessi e particolari che non si possono raccontare».

TUTTO SUL CERVELLO. Ma una ragazza dal fare disinvolto ha la bontà di spiegarci l’orientamento formativo emerso in questa prima giornata di lezione. «Il dottor Raffaele ha parlato delle funzioni celebrali sotto il profilo fisiologico, mentre don Paolo ha trattato la questione dal versante psicologico» puntualizza. Psiche e tecne, come asserivano gli antichi filosofi greci. Ad un’altra ragazza chiediamo invece cosa l’ha spinta ad avvicinarsi a don Paolo. «Essendo attualmente senza lavoro e incuriosita da questo sacerdote così carismatico, ho raccolto l’i nvito di alcuni amici e mi sono iscritta. Spero che la mia curiosità sia ripagata da un arricchimento interiore». Tentiamo per l’ultima volta di avvicinare il «Donpa». La sua segretaria factotum e il suo angelo custode ci sbarrano il passo. «Non vuole parlare con nessuno, capito?».
(06 marzo 2010)
 
 
 

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2 aprile 2010
Usa, abusò di 200 bambini. Il Nyt: «Il Papa e Bertone lo coprirono»

Usa, abusò di 200 bambini. Il Nyt: «Il Papa e Bertone lo coprirono»

La salute precaria di padre Murphy e la mancanza di nuove accuse nei suoi confronti sono stati elementi determinanti nella decisione di non punirlo. È quanto ha commentato al New York Times il portavoce del Vaticano, padre Federico Lombardi, riferendosi al caso di pedofilia, rivelato dallo stesso giornale, che ha coinvolto un prete del Wisconsin e almeno 200 bambini sordi. Un caso che, secondo documenti ottenuti dal New York Times, il cardinale Joseph Ratzinger, attuale Papa Benedetto XVI, e il cardinale Tarcisio Bertone, attuale segretario di Stato Vaticano, preferirono non rivelare.

Padre Murphy, è detto in un comunicato di Padre Lombardi citato dal New York Times, ha certamente abusato di bambini «particolarmente vulnerabili» e violato la legge. Si tratta di «un caso tragico», ha aggiunto.

Lombardi ha però sottolineato che il Vaticano è stato messo a conoscenza del caso solo nel 1996, anni dopo la fine delle indagini. Sui motivi per i quali padre Murphy non sia mai stato punito riducendolo allo stato laicale, il portavoce ha risposto che «il diritto canonico non prevede punizioni automatiche».

Ha quindi aggiunto che la precaria salute di padre Murphy e la mancanza di nuove accuse nei suoi confronti sono stati elementi determinanti nella decisione. Padre Murphy è morto nel 1998, due anni dopo che il Vaticano venne a conoscenza del caso.

25 marzo 2010
 

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2 aprile 2010
Nyt:"Papa sapeva di prete pedofilo"

Nyt:"Papa sapeva di prete pedofilo"

Nuove accuse su scandalo tedesco

 

Il futuro Papa Benedetto XVI sapeva del caso del prete tedesco, riconosciuto colpevole di abusi su minori e reintegrato nelle sue cariche pastorali, mentre Joseph Ratzinger era arcivescovo di Monaco. La nuova accusa sulla massima carica della Chiesa cattolica arriva ancora una volta dal "New York Times", che si riferisce a Peter Hullermann e parla di un documento che avrebbe informato il futuro papa della vicenda.

Il quotidiano americano ricorda che proprio quel sacerdote tornò alle sue funzioni pastorali pur essendo stato riconosciuto colpevole di pedofilia. Il caso era venuto alla luce qualche settimana fa. Ma in quell'occasione l'allora vice di Ratzinger, Gerhard Gruber, aveva detto di avere lui tutte le responsabilità per i mancati interventi nei confronti del prete.

In pratica, si dice invece che il futuro papa Benedetto XVI fu tenuto strettamente aggiornato a proposito di quel caso, molto più di quanto lasciato trasparire dalla Chiesa. Una circostanza che accresce gli interrogativi sulla gestione dello scandalo da parte di Ratzinger prima della sua ascesa al Vaticano. Da quanto riferisce il New York Times, sembra che, con l'approvazione dell'allora arcivescovo, Peter Hullermann aveva iniziato una terapia negli anni Ottanta in seguito ai suoi abusi, ma sarebbe tornato alla sua attività pastorale pochi giorni dopo l'inizio della cura psicologica. E lo stesso prete fu successivamente condannato per molestie ai danni di bambini.

Il quotidiano statunitense spiega che esiste una nota riguardante il caso di Hullermann che fu consegnata all'allora arcivescovo di Monaco informandolo del reintegro del prete. Insomma, secondo il New York Times, Ratzinger avrebbe avuto le informazioni che gli permettevano di intervenire su quel prete, o almeno evitare che venisse di nuovo in contatto con minori.

La gerarchia ecclesiastica è subito intervenuta in difesa di Benedetto XVI, continua il quotidiano, dicendo che quel "memo" è pura routine e che è quindi "improbabile che quel documento sia arrivato sulla scrivania dell'arcivescovo", secondo quanto dice il reverendo Lorenz Wolf, vicario giudiziario dell'arcidiocesi di Monaco. Ma lo stesso Wolfa avrebbe anche precisato che non potrebbe escludere che il cardinale Ratzinger abbia letto quel documento. "L'esistenza del documento è confermata da due fonti ecclesiastiche", riferisce il Nyt, "e dimostra che Ratzinger non solo presiedette un incontro il 15 gennaio 1980, con il quale si approvava il trasferimento del prete, ma fu anche informato della nuova dislocazione del sacerdote".

http://www.tgcom.mediaset.it/mondo/articoli/articolo477509.shtml

 


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2 aprile 2010
"Sei anni di abusi da un prete"

"Sei anni di abusi da un prete"

di Mariagrazia Gerinatutti gli articoli dell'autore

Girotondi neocatecumenali, chitarre che scandiscono «Venite a me...», ragazzi che sciamano dietro ai cartelli della vergine Maria. Fatalità, c’è il raduno della Giornata mondiale della gioventù e piazza San Pietro è invasa da adolescenti che attendono di incontrare il Pontefice. Loro, gli accusatori del Papa, quattro signori di mezza età, restano un metro al di qua delle transenne. In una mano stringono la foto del cardinale Ratzinger, nell’altra quella di quando erano loro stessi «bambini abusati da preti».

Adesso sono i responsabili della Survivors Network of those Abused by Priests, associazione dei bambini abusati dai preti. Sapevano di padre Murphy prima di leggerlo sui giornali, lo hanno saputo dalle vittime, molti anni fa, e quando sono venuti in possesso del carteggio tra la diocesi di Milwakee e il Vaticano hanno deciso di portarlo a Roma, a San Pietro, come atto d’accusa: «La Chiesa sta cercando di riscrivere la storia, dicendo noi non sapevamo, questo documento dimostra che sapevano e non hanno fatto niente», denunciano, prima che la polizia arrivi a portarli via, in commissariato per due ore, sequestrando tutto. Il carteggio. Una stampa con l’immagine dell’attuale Pontefice Benedetto XVI in abiti cardinalizi. Un’altra con il segretario di Stato Vaticano Tarcisio Bertone.

La foto di padre Murphy circondato dalla squadra di basket di una scuola americana. Foto di bambini a mezzo busto. Cartoncini con su scritto: «Verità» e «Proteggi i bambini». Qualche foto sono riusciti a salvarla. In una c’è una bambina vestita di bianco: «Sono io, avevo sei anni, lo zio del mio migliore amico era un prete, chiese se potevo aiutarlo in chiesa, mia madre mi disse di mettere il mio vestito migliore e delle scarpe nere, che non mi piacevano: di nascosto me le sono cambiate, uscendo poi sul retro. Quando arrivai dal prete, lui disse che ero una bambina cattiva e che Dio lo aveva mandato per salvarmi. Abusò di me e io pensai che lui sapeva che mi ero cambiata le scarpe di nascosto disubbedendo alla mamma e quella era la punizione. Siamo andati avanti così per sette anni: ogni volta pensavo che non avevo fatto i compiti o ero stata cattiva con il mio fratellino. E non a mia madre non dissi nulla, lei era orgogliosa che il prete mi considerasse speciale e non volevo che sapesse quanto ero cattiva», racconta tutto d’un fiato la sua storia Barbara Dorris di Saint Louis, una signora dai capelli bianchi che lotta perché «ad altri bambini non accada quello che è successo a me».

«L’abuso subito non si cancella mai, resta per tutta la vita», spiega Peter Isely, 49 anni, che adesso lavora come psicoterapeuta e ha in cura anche alcune delle vittime di padre Murphy. «Chi ha raccontato questa storia è un eroe, alcuni non ce l’hanno fatta a sopportare il peso e si sono suicidati». Lui stesso è un bambino abusato: «Avevo tredici anni, andavo a scuola dai frati per diventare sacerdote, l'uomo che abusò di me era il rettore del seminario, ora è morto, non è mai stato allontanato dalla Chiesa». 

«La mia famiglia era devota, io frequentavo scuole cattoliche», racconta Barbara Blain. Aveva tredici anni quando è stata abusata dal suo parroco. «Il prete mi diceva “smetti di tremare, non voglio farti niente di male”... Più tardi seppi che altre ragazze nel ‘69 avevano denunciato di essere state violentate, ma la Chiesa lo allontanò dal suo incarico solo nel 1992 quando andai in tv a raccontare quello che mi aveva fatto». Non che la chiesa non sapesse. «Sapeva benissimo, organizzarono anche un incontro con lui, un suo superiore e lo psicologo: lui mi disse, Barbara, sei una persona migliore di me, dimenticati di questa vicenda, fai calare una tenda...». E invece no: «Sono loro che non devono dimenticare, bogliamo che rendano pubbliche le decine di carte tenute segrete in Vaticano sui casi di pedofilia e che i vescovi rimuovano i preti pedofili dal sacerdozio».

26 marzo 2010
 

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SOCIETA'
2 aprile 2010
PRETE PEDOFILO COPERTO
 

il Giornale.it
 

articolo di venerdì 02 aprile 2010

 

Pedofilia, la denuncia del padre di una bambina:
"Un prete molestò mia figlia: lo hanno coperto"

di Luca Fazzo

 

 
Dopo le rivelazioni del magistrato milanese Forno sui casi nascosti in Italia, il racconto choc: "Aveva 7 anni quando il prete le mise le mani addosso. Dopo la denuncia i salesiani mi hanno isolato ". Ma non è il matrimonio a guarire i preti malati

«Vuole sapere quale fu la reazione dei salesiani quando denunciai il prete che aveva messo le mani addosso a mia figlia? Fu una reazione molto semplice. Mi dissero: lei non doveva andare dai giudici, doveva venire da noi, adesso si arrangi. E da quel giorno mi hanno fatto terra bruciata intorno». Il signor G. è il padre di una bambina di dieci anni. Ne aveva sette quando raccontò alla nonna cosa era successo in oratorio, dopo che don Marco l’aveva presa in braccio. Oggi don Marco è sotto processo a Milano per violenza sessuale: l’altro ieri un’altra udienza, la prossima il 21 aprile, la sentenza in maggio. Ma più della passione morbosa di un vecchio prete per una ragazzina, la storia che racconta il signor G. parla di qualcosa di ancora più sconcertante, che è la reazione delle gerarchie ecclesiastiche alla sua denuncia. È un racconto che fa capire a cosa si riferiva Pietro Forno, procuratore aggiunto della Repubblica a Milano, quando nell’intervista al Giornale di ieri accusava i vescovi di coprire quanto accade nelle loro diocesi «per paura dello scandalo». «Da loro - affermava il magistrato - non mi è mai arrivata una sola denuncia, eppure sanno molte cose più di noi».

Apriti cielo. Eppure, a parlare con il signor G. si direbbe che Forno sia stato fin troppo cauto. Perché in questo caso i superiori del prete sotto accusa non si sono limitati a insabbiare. Hanno reagito ribaltando le parti, trasformando la vittima in colpevole, isolando lei e la sua famiglia, fino a costringerli a lasciare la cittadina alle porte di Milano dove tutto è accaduto.

«Prima di allora, io con i salesiani avevo sempre avuto un buon rapporto. Con me erano stati generosi, mi avevano aiutato quando ero in difficoltà. Ero un “mammo”, un padre single con due figli, e faticavo ad arrivare a fine mese. Dopo la mia denuncia è cambiato tutto. Ci hanno chiuso le porte dell’oratorio. Hanno impedito ai miei figli di fare la comunione e la cresima. Hanno rifiutato la loro iscrizione ai campi estivi. Hanno detto in giro che mia figlia si era inventata tutto perché io volevo estorcere del denaro alla chiesa. Ma quale padre al mondo costringe la figlia a inventarsi un racconto così?». E riferisce il racconto della figlia. Un racconto orribile, ripetuto più volte dalla piccola agli psicologi che non hanno trovato in lei contraddizioni né indizi di menzogna.

«Eppure io ho aspettato tre mesi prima di sporgere denuncia. Ero andato dal parroco, e lui mi disse: “Caspita, cosa mi dici, eravamo già in preallarme perché altre mamme si erano lamentate di don Marco, adesso chiamiamo subito l’ispettore e vediamo il da farsi, tu intanto sta zitto e non perdere la calma”. Sembrava sinceramente deciso a fare qualcosa. Poi arrivò l’ispettore dei salesiani. Non volle mai incontrarmi, e lì cominciai a capire che la musica era cambiata».

Dopo tre mesi senza che accadesse nulla, il signor G. si decise a sporgere denuncia. E da quel momento, racconta, cominciò intorno a lui l’operazione terra bruciata. «Mi aizzarono contro gli altri parrocchiani. Ordinarono a tutti di chiudermi le porte in faccia. Mi trovai di fronte ad un’organizzazione, quella dei salesiani, che ha nell’obbedienza assoluta una delle sue regole. Ma nel frattempo le indagini andavano avanti. La Procura mise sotto controllo un po’ di telefoni. Oggi quelle intercettazioni sono agli atti del processo, e raccontano bene come e perché si cercò di insabbiare tutto. Il parroco di Arese, quello che doveva vigilare su don Marco, viene ascoltato mentre fa sesso al telefono. L’ispettore capo viene intercettato mentre ordina a tutti le versioni da fornire agli inquirenti, per addomesticare le indagini. Una mafia. E tutto per nascondere la verità, perché non si scoprisse che c’erano due preti pedofili che dietro lo schermo di una onlus e dietro il nobile scopo delle adozioni a distanza violentavano i bambini. Che c’era un prete che si faceva mandare i bambini di due anni dicendo “portami quel negretto”».
Don Marco, va detto, ha negato tutto. E ancora l’altro ieri, in aula, in tribunale, tra le lacrime ha giurato di «non avere mai fatto niente di male». «Peccato - dice il signor G. - che abbia mentito durante tutte le indagini. Quando io sporsi la denuncia lui per sostenere che mi ero inventato tutto disse che mia figlia non l’aveva mai vista, che non era mai stata nel suo ufficio, e soprattutto che non c’era mai stata da sola. Solo adesso, in aula, ha ammesso che mia figlia è stata lì, da lui, senza nessun altro, e che l’ha presa in braccio. Ma per i salesiani io continuo ad essere quello che si è inventato tutto. D’altronde mi avevano avvisato: “Se sporge denuncia, stia sicuro che gliela faremo pagare cara”».

 
 

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